Attualità a cura di Maurizio Donini

Il barometro politico di Luglio 2026

Gli ultimi mesi sono stati particolarmente complicati per la coalizione di governo. Dopo la sonora –
e per la maggioranza dolorosa – bocciatura della proposta di riforma costituzionale sulla giustizia,
con il conseguente effetto domino di dimissioni, altri eventi hanno contribuito ad aumentare le
tensioni interne: il dibattito sulla riforma elettorale, il ciclone Vannacci che sta scompaginando
equilibri e rapporti di forza nel centrodestra, il mai nascosto desiderio di Matteo Salvini di tornare
al Ministero dell’Interno e, da ultimo, la discussione sull’utilizzo dei fondi SAFE per incrementare le
spese per la difesa.
Ma se il centrodestra piange, il centrosinistra ride?
Difficile sostenerlo. La coalizione più litigiosa della politica italiana continua a mostrarsi divisa su
quasi ogni dossier e non può certo vantare risultati incoraggianti nei sondaggi. La leadership di Elly
Schlein fatica a fare presa su una parte significativa dell’elettorato e il Partito Democratico resta
inchiodato attorno al 20%, con il rischio di scendere sotto una soglia che avrebbe anche un forte
valore simbolico. Il Movimento 5 Stelle continua invece a convivere con lo scontro tra Giuseppe
Conte e il fondatore Beppe Grillo, che non ha mai nascosto le proprie critiche all’attuale corso del
partito, fino ad arrivare alle aule di tribunale. Sulla politica estera, poi, le differenze interne al
cosiddetto “campo largo” appaiono talvolta persino più profonde di quelle che separano Matteo
Salvini e Antonio Tajani.
Ma soprattutto c’è un elefante nella stanza della politica italiana. È enorme, visibile a tutti, eppure
si continua a fingere che non esista. Da mesi, se non da anni, è la destra a decidere quali siano i
temi di cui discutere, mentre la sinistra sembra limitarsi a inseguire, spesso con il fiato corto e con
argomenti che finiscono per rafforzare la narrazione dell’avversario.
L'esempio più evidente è quello della sicurezza. Furti, aggressioni, baby gang, degrado urbano,
immigrazione irregolare: ogni episodio di cronaca diventa il centro del dibattito pubblico. E non
importa se le statistiche raccontano una realtà più articolata o se alcuni reati risultano in
diminuzione. La percezione conta quanto, e talvolta più, dei numeri. La destra lo ha capito da
tempo e ha trasformato la sicurezza nel proprio cavallo di battaglia.
La sinistra, invece, sembra essersi infilata in un vicolo cieco. Per anni ha considerato il tema quasi
esclusivamente come una costruzione mediatica o come una questione subordinata alle
disuguaglianze sociali. Oggi, accorgendosi che l’opinione pubblica chiede risposte, prova a
recuperare terreno parlando anch’essa di sicurezza. Ma farlo sul terreno scelto dall’avversario
significa quasi sempre partire in svantaggio.
È il classico errore di chi accetta le regole del gioco imposte da altri. Se il dibattito ruota
esclusivamente attorno a espulsioni, pene più severe e presidio del territorio, sarà inevitabilmente
la destra a risultare più credibile agli occhi di chi considera queste le priorità assolute.
Questo non significa che la sicurezza non sia un problema reale. Lo è. Ogni cittadino ha il diritto di
sentirsi sicuro nella propria città, sui mezzi pubblici o tornando a casa la sera. Liquidare queste
paure come semplice propaganda sarebbe un errore tanto quanto cavalcarle senza affrontarne le
cause. La vera domanda è un’altra: chi decide di cosa si parla? Il potere politico passa anche dalla
capacità di imporre l’agenda del dibattito pubblico. Chi sceglie gli argomenti costringe gli avversari
a giocare una partita già indirizzata. È una dinamica che abbiamo osservato in molti Paesi
occidentali e che in Italia appare oggi sempre più evidente.

Il centrosinistra avrebbe probabilmente bisogno di cambiare strategia. Invece di rincorrere
continuamente i temi della destra, dovrebbe tornare a proporre una propria agenda, fatta di
salari, sanità, scuola, produttività, giovani, casa e mobilità sociale. Senza ignorare la sicurezza, ma
inserendola in una visione più ampia che tenga insieme prevenzione, legalità e inclusione.
Perché la politica non si misura soltanto dalla capacità di rispondere alle domande del momento.
Si misura soprattutto dalla capacità di porre le domande giuste. Ed è qui che torna l’elefante nella
stanza. Finché sarà una sola parte politica a decidere di cosa discutere, l’altra continuerà a
rincorrere. E chi rincorre, raramente vince la corsa.
La storia insegna che le elezioni non si vincono soltanto con le proposte migliori, ma anche
imponendo il terreno dello scontro. Finché il centrosinistra continuerà a giocare la partita sul
campo scelto dagli avversari, difficilmente riuscirà a invertire i rapporti di forza. Perché in politica,
prima ancora di convincere gli elettori, bisogna decidere di cosa gli elettori discuteranno.
MAURIZIO DONINI