Un fronte ancora più decisivo per il futuro dell’Europa resta il conflitto in Ucraina, i cui esiti restano estremamente incerti. Se l’Unione e gli Stati europei saranno in grado di sostenere con ogni mezzo la resistenza di Kiev, impedendo che venga costretta alla resa, l’Europa darà una prova straordinaria di autodeterminazione politica e sarà possibile rilanciare il processo di integrazione. Se invece Putin dovesse prevalere, grazie al sostegno di Trump, la sicurezza del continente sarà definitivamente compromessa, insieme alle prospettive di integrazione, e nuovo sangue sarà destinato a scorrere in tutta Europa non appena la Russia sarà pronta a sferrare il prossimo attacco.
Un momento importante per comprendere i possibili sviluppi del conflitto ucraino è stato segnato dall’ultimo Consiglio europeo di dicembre. La questione centrale sul tavolo dei leader era il finanziamento della resistenza ucraina, le cui risorse sono destinate a esaurirsi entro marzo a causa della fine del sostegno statunitense. La proposta più avanzata, inizialmente sostenuta dal cancelliere Merz, prevedeva la conversione dei beni russi congelati in Europa in garanzie per un “prestito di riparazione” destinato a coprire una parte rilevante dei costi di difesa e ricostruzione dell’Ucraina. Questa opzione avrebbe permesso di mobilitare fino a 200 miliardi di euro e di inviare un chiaro messaggio a Mosca e a Washington sulla determinazione dell’Unione di sostenere Kiev costi quel che costi. La proposta, tuttavia, si è scontrata con le logiche intergovernative del Consiglio ed è stata scartata a causa dell’opposizione del Belgio e delle riserve di Paesi chiave come Italia e Francia.
La soluzione adottata è stata quindi un prestito di 90 miliardi di euro per il biennio 2026-2027, finanziato tramite nuovo debito comune garantito dal bilancio UE. Gli asset russi, congelati a tempo indeterminato, potranno eventualmente essere utilizzati in futuro per ripagare il debito europeo. La nuova emissione di eurobond è stata possibile grazie all’astensione di alcuni Stati membri, tra cui Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, che hanno però annunciato che non contribuiranno al rimborso. L’esito del Consiglio va letto in chiaroscuro: è fondamentale che l’Unione continui a sostenere Kiev attraverso debito comune, ma le spese militari ucraine – 53 miliardi di euro nel solo 2025 – non saranno coperte integralmente, anche a causa dell’aumento dei costi dell’industria della difesa e delle enormi spese civili. Di fronte alla pressione di Putin, Trump e delle forze sovraniste, l’Europa sarà dunque chiamata a rafforzare ulteriormente il proprio sostegno a Kiev, respingendo ogni ipotesi di appeasement e dimostrando che sul campo la Russia non può vincere.
In questo contesto estremamente pericoloso, nel quale gli Europei sono chiamati a gestire crisi sempre più gravi e frequenti, si riafferma con forza la necessità di un vero salto politico, vale a dire di una trasformazione dell’Unione in senso federale. Due sono, in particolare, le priorità di riforma. In primo luogo, lo sviluppo di una autentica competenza dell’Unione in materia di politica estera e di sicurezza, esercitata attraverso decisioni assunte a maggioranza e non più subordinate all’unanimità degli Stati membri. In secondo luogo, la creazione di una capacità fiscale autonoma dell’Unione, indipendente dai bilanci nazionali, in grado di rendere credibile e sostenibile il ricorso all’indebitamento comune, dal quale tanto l’Unione quanto l’Ucraina potrebbero dipendere in misura crescente nel prossimo futuro.