Nel tentativo di “compiacere” Trump e di garantirsi almeno un livello minimo di sostegno USA, i Paesi europei hanno accettato di acquistare armi americane da consegnare a Kiev e di aumentare le loro spese per la difesa, portandole verso il 5% del PIL in 10 anni. Il vertice NATO dell’Aia di fine giugno, che ha definito questo impegno, è stato segnato da un atteggiamento europeo eccessivamente accondiscendente verso l’amministrazione USA, reso plasticamente dai comportamenti servili del segretario della NATO Mark Rutte verso Donald Trump. Allo stesso tempo, il piano di riarmo europeo si sta traducendo soprattutto in un rafforzamento asimmetrico degli eserciti nazionali con nessuna reale iniziativa volta a sviluppare una difesa comune.
Altrettanto cruciale è la crescente tensione economica tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti, divenuta ormai un vero e proprio braccio di ferro commerciale. L’amministrazione Trump sta cercando di introdurre un ampio sistema di dazi nei confronti di tutte le importazioni estere, onde ridurre il deficit commerciale americano, promuovere la reindustrializzazione interna e soprattutto trovare le risorse necessarie per coprire i costi del “Big beautiful bill”, la nuova legge di bilancio da poco approvata al Congresso, che provocherà un aggravio pesante del deficit federale. I massicci sgravi fiscali per le fasce più abbienti e l’importante aumento delle spese nel settore della difesa e della lotta all’immigrazione, infatti, non potranno certo essere compensati dai drastici tagli al welfare previsti nella legge.
In una lettera indirizzata alla Commissione europea, Trump ha minacciato l’introduzione di dazi generalizzati del 30% sulle esportazioni europee verso gli Stati Uniti — una misura che, se adottata, avrebbe un impatto assimilabile a un embargo per molti settori dell’export europeo, colpendo in particolare l’automotive, la chimica e l’agroalimentare; ma, nonostante questa pressione crescente, la Commissione europea ha finora adottato un approccio cauto, se non remissivo.
|