Il lavoro irregolare nei dati 2024
Il rapporto ISTAT sull’economia non osservata fotografa un aumento del 4,6% del lavoro
irregolare contro l’1,6% di quello regolare. Il fenomeno vale oltre 80 miliardi di euro e colpisce
soprattutto i servizi alle persone, l’agricoltura e la ristorazione.
L’Italia continua a creare occupazione, ma non tutto il lavoro cresce allo stesso modo. Nel 2024 il
lavoro irregolare è aumentato a un ritmo quasi tre volte superiore rispetto a quello regolare,
riportando al centro dell’attenzione una delle fragilità strutturali del mercato occupazionale
italiano. A evidenziarlo sono i dati ISTAT sull’economia non osservata, ripresi da ADAPT, secondo
cui le unità di lavoro irregolari hanno raggiunto quota 3 milioni e 277mila, con un incremento di
145mila unità rispetto al 2023, pari al 4,6%. Nello stesso periodo, il lavoro regolare è cresciuto
dell’1,6%.
La conseguenza è un aumento del tasso di irregolarità, passato dal 12,7% al 13,1%. Un dato che
suggerisce come la crescita dell’occupazione, da sola, non sia sufficiente a garantire un
miglioramento della qualità del lavoro e delle tutele per chi lo svolge. È necessario precisare che le
cifre si riferiscono alle unità di lavoro equivalenti a tempo pieno (ULA) e non al numero delle
singole persone occupate. Si tratta quindi di una misura del volume di lavoro irregolare, non di un
conteggio diretto dei lavoratori coinvolti.
A destare particolare attenzione è l’andamento del lavoro subordinato irregolare. Nel 2024 le
unità di lavoro dipendente non regolari sono aumentate del 5,4%, raggiungendo circa 2 milioni e
396mila unità. La componente autonoma irregolare ha registrato invece una crescita del 2,7%. La
dinamica evidenzia che il fenomeno non riguarda soltanto singole attività marginali, ma coinvolge
una parte significativa del sistema produttivo. L’aumento dell’occupazione complessiva, dunque,
non coincide necessariamente con una diffusione di rapporti di lavoro pienamente regolari, dotati
delle garanzie contrattuali e contributive previste dalla normativa.
«Continuiamo a discutere di un mercato del lavoro nel quale cresce l’occupazione, ma prestiamo
ancora troppo poca attenzione al fatto che c’è una quota di occupazione non osservabile che sta
aumentando, peraltro partendo da livelli già particolarmente alti. I dati ISTAT mostrano che il
lavoro irregolare aumenta a un ritmo quasi triplo rispetto a quello regolare. È un segnale che
dovrebbe spingerci a guardare non soltanto al numero degli occupati, ma anche alle condizioni
nelle quali si lavora», osserva Francesco Seghezzi, presidente di ADAPT.
La diffusione del lavoro irregolare presenta forti differenze tra i settori economici. La situazione
più critica si registra nei servizi alle persone, dove il tasso di irregolarità raggiunge il 41,4%.
Seguono l’agricoltura, con il 18,4%, il comparto del commercio, trasporti, alloggio e ristorazione,
con il 15,5%, e le costruzioni, con il 13,6%. I servizi alle persone e il comparto che comprende
commercio, trasporti, alloggio e ristorazione concentrano insieme circa il 62% delle unità di lavoro
irregolari. Nel lavoro domestico e nell’assistenza alle persone, il fenomeno riguarda anche attività
come quelle svolte da colf e badanti, nelle quali possono emergere rapporti non dichiarati o privi
di un inquadramento contrattuale completo. Nell’agricoltura, invece, l’irregolarità si inserisce in un
contesto nel quale la stagionalità e le caratteristiche dell’organizzazione produttiva possono
rendere più complesso il controllo dei rapporti di lavoro. Anche il settore delle costruzioni merita
attenzione. Dopo una fase di contrazione, il tasso di irregolarità è tornato a essere un elemento
critico, in un comparto particolarmente esposto alle dinamiche dei cantieri, al ricorso a più livelli di
subappalto e alla necessità di garantire il rispetto delle norme contrattuali e di sicurezza.
Il lavoro irregolare produce effetti che vanno oltre il numero delle unità non registrate. Secondo i
dati riportati sul rapporto ISTAT, il valore aggiunto generato dal lavoro irregolare è aumentato del
3,9%, superando gli 80 miliardi di euro. Il dato si inserisce nel quadro più ampio dell’economia non
osservata, che comprende il sommerso economico e le attività illegali. Nel 2024 il suo valore
complessivo ha raggiunto i 218,2 miliardi di euro, equivalenti al 9,9% del Prodotto interno lordo, in
diminuzione rispetto al 10,2% dell’anno precedente. La riduzione del peso percentuale sul PIL non
significa, tuttavia, che tutti i fenomeni riconducibili all’economia non osservata siano in
diminuzione. Il valore complessivo e la sua incidenza sul prodotto nazionale seguono dinamiche
differenti, mentre il lavoro irregolare ha registrato un incremento sia nelle unità di lavoro sia nel
valore aggiunto prodotto. È quindi importante distinguere i due indicatori: da una parte il peso
complessivo dell’economia non osservata, dall’altra la crescita specifica del lavoro irregolare, che
nel 2024 ha mostrato una dinamica particolarmente marcata.
Dietro le statistiche ci sono conseguenze concrete per i lavoratori. Un rapporto irregolare può
comportare l’assenza o l’incompletezza dei contributi previdenziali, una minore protezione
assicurativa in caso di infortunio e la mancanza di garanzie contrattuali. La situazione può inoltre
rendere più difficile dimostrare la propria storia lavorativa e accedere a prestazioni e strumenti
che richiedono una posizione occupazionale regolare. Gli effetti si estendono anche alle finanze
pubbliche, attraverso l’evasione fiscale e contributiva, con ripercussioni sulle risorse disponibili per
il welfare e i servizi collettivi. Al tempo stesso, le imprese che operano rispettando le regole si
trovano a competere con operatori che possono beneficiare di costi inferiori proprio grazie alla
mancata applicazione degli obblighi previsti. È un problema che riguarda anche la contrattazione
collettiva e i sistemi di rappresentanza, chiamati a garantire condizioni di lavoro adeguate e a
contrastare le forme di concorrenza basate sulla riduzione delle tutele. Come sottolinea Seghezzi,
il lavoro irregolare «altera infatti le condizioni della concorrenza tra imprese, penalizza quelle che
rispettano le regole e indebolisce la capacità dei sistemi di rappresentanza e della contrattazione
collettiva di governare il mercato del lavoro».
I dati ISTAT sollevano infine una questione che riguarda il modello di sviluppo italiano. Una parte
significativa dell’irregolarità si concentra in attività caratterizzate da un’elevata intensità di lavoro,
dalla frammentazione produttiva e da una forte domanda di servizi a basso costo. Il contrasto al
fenomeno non può quindi limitarsi alla repressione delle violazioni, pur necessaria. Richiede anche
interventi capaci di affrontare i fattori economici e organizzativi che favoriscono l’irregolarità,
rafforzare i controlli e rendere effettiva la concorrenza tra imprese nel rispetto delle regole. La
fotografia del 2024 restituisce così un mercato del lavoro caratterizzato da una contraddizione:
mentre l’occupazione regolare continua a crescere, l’area del lavoro irregolare avanza più
rapidamente. Una dinamica che impone di affiancare ai dati quantitativi sull’occupazione una
valutazione attenta delle condizioni lavorative, delle tutele e della sostenibilità del sistema
produttivo. Perché la crescita economica possa tradursi in un reale progresso sociale, non conta
soltanto quante persone lavorano, ma anche se possono farlo con diritti, sicurezza e garanzie
adeguate.
MAURIZIO DONINI