“Siamo davvero soli, insieme”
La nuova svolta della politica verso la Russia annunciata da Trump alcuni giorni fa con l’accordo sul gasolio, la sospensione del Graham Act imposta un giorno prima che entrassero in vigore le sanzioni, le nuove minacce all’Ucraina, fino alle limitazioni imposte al sistema di Starlink, può stupire solo chi si rifiuta di vedere la realtà con cui gli Stati democratici in generale, e l’Europa in particolare, devono fare i conti politici.
Da parte sua, Mosca, che non riesce ad avanzare sul terreno, mentre pianifica la strage dei civili in Ucraina minaccia in modo sempre più aggressivo l’Europa – ormai con veri e propri atti di terrorismo –, per spiazzare l’opinione pubblica, accrescere le tensioni divisive e dissuadere dal sostegno a Kyiv.
“Per la prima volta nella memoria di chiunque sia vivo siamo davvero soli, insieme”, ammoniva Mario Draghi nel maggio scorso, in occasione della consegna del Premio internazionale Carlo Magno ad Aquisgrana. Si tratta di un fatto difficilmente contestabile, eppure ogni volta le capitali europee sembrano scoprire per la prima volta che non possono più contare sull’appoggio americano. Sembrano non voler vedere che l’Amministrazione Trump solidarizza con gli autocrati perché tra i suoi obiettivi primari c’è, intrinsecamente, la lotta contro la democrazia come sistema di governo e contro l’Unione europea come potenza commerciale e come modello di integrazione pacifica incardinata nei principi dello Stato di diritto. Ancora peggio, i governi nazionali – consapevoli della loro vulnerabilità e debolezza – puntano a cercare di sopravvivere, e a far sopravvivere l’Europa, a questa tempesta per altri due anni, nella speranza di un cambio di linea statunitense con la prossima presidenza.
Purtroppo, in questo contesto, è difficile pensare che l’Europa abbia davvero due anni a disposizione. Come sono costretti a ricordarci ogni volta gli ucraini, il tempo è il fattore più importante in questo momento: due anni di guerra in queste condizioni sono un’enormità che nessuno si può permettere. Per questo l’Europa dovrebbe accelerare nella sua strategia di sostegno a Kyiv, perché è su quel fronte che si gioca anche la sua sopravvivenza.
In questo senso, il Consiglio europeo dello scorso fine settimana (15 e 16 ottobre) ha rappresentato bene i molti nodi da affrontare, e le difficoltà che si incontrano nel cercare di agire uniti. Un discorso particolare, che riprenderemo in fondo a questo commento, meritano il sostegno all’Ucraina (che coinvolge anche la questione più generale dell’allargamento) e i negoziati sul Quadro finanziario pluriennale. Per il resto, erano all’ordine del giorno i temi centrali della competitività e della difesa. Le conclusioni rese pubbliche mostrano chiaramente le difficoltà in cui si dibatte l’Unione europea. Le indicazioni che escono dal vertice sono un continuo invito ad accelerare, migliorare, attuare, coprendo con il linguaggio diplomatico i problemi aperti e irrisolti. Ad esempio, Readiness 2030, la roadmap per la creazione di una capacità adeguata europea in campo militare, a fronte della denuncia drammatica dell’escalation in atto da parte di Mosca: a che punto siamo? Andiamo male, ci dice la Corte dei conti europea, e così ribadisce il primo rapporto dell’AED (l’Agenzia europea della difesa). In sostanza, la frammentazione a livello nazionale che caratterizza la realtà dell’Unione frena lo sviluppo di un’industria europea di dimensioni e capacità adeguate, nonostante l’aumento della spesa nazionale; che però, in questo modo, finisce col finanziare acquisti da aziende extra-UE. Il Consiglio europeo “concorda con la valutazione globale” di tale rapporto, senza esplicitarla, e concorda sulla necessità di intensificare gli sforzi… Come se toccasse a qualcun altro risolvere la contraddizione. Ogni volta, di tre mesi in tre mesi, i Capi di Stato e di Governo registrano lentezze e stalli e rimandano la palla non si sa a chi, visto che sono loro che devono decidere e agire per conto dell’UE.
Il problema, infatti, rimane sempre lo stesso. Innanzitutto, dato che sono gli Stati membri a detenere il potere di decidere, ogni volta restano intrappolati tra la consapevolezza che devono cooperare e trovare soluzioni comuni, e la difesa del proprio interesse particolare che ormai non è neanche più “nazionale”, verso i propri cittadini (perché in tal caso la ricerca dell’interesse generale diventerebbe molto più semplice), ma semplicemente elettorale. Inoltre, altrettanto basilare, l’attribuzione delle competenze e la struttura del bilancio incentrate sul controllo a livello nazionale frenano non solo le decisioni, ma anche la loro stessa realizzazione ed efficacia.
Ancora una volta, a questo proposito, si è levata la presa di posizione, come sempre lucida e puntuale, del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel corso del XXI incontro informale del Gruppo Arraiolos (che riunisce i Capi di Stato delle Repubbliche parlamentari dell’UE). Mattarella ha colto l’occasione per richiamare la necessità di affrontare con coraggio e fermezza le indispensabili riforme politiche in Europa. Le sfide molteplici che dobbiamo affrontare, ha ricordato il Capo dello Stato, impongono unità. Per impedire che gli europei subiscano passivamente le decisioni di altri, sono necessarie riforme urgenti, a partire dai processi decisionali, con la fine dell’unanimità, e da un bilancio all’altezza delle politiche indispensabili per rispondere alle esigenze dei cittadini; contemporaneamente è dirimente che si acceleri sulla costruzione di una vera difesa europea e sul processo di allargamento anche a Ucraina e Moldavia.
Anche Mario Draghi, lo scorso 1° ottobre, a Zurigo, presso la Scuola Politecnica federale, in occasione della decima edizione della Karl Brunner Lecture, ha ricordato l’urgenza delle riforme a livello europeo. A partire da quelle previste nel suo Rapporto (tanto omaggiato, quanto “dimenticato”) per rilanciare la competitività e garantire la possibilità della crescita, diventata una condizione essenziale oggi per l’UE, dopo che il presupposto del rigore di bilancio, su cui si è basata l’Unione monetaria, non può più bastare. Oggi, infatti, il costo del denaro viene ormai deciso a Washington e nei centri dati dell’intelligenza artificiale, imponendo uno squilibrio brutale all’Europa che “importa l’intero aumento dei tassi, ma solo una frazione della crescita”. In Europa, le imprese europee “continuano a crescere al ritmo delle loro economie d’origine”. Il loro mercato nazionale le limita, e le riforme nazionali non cambieranno nulla, poiché “non possono fornire la scala da cui ormai dipendono la tecnologia… Solo l’integrazione può farlo”. Occorre quindi completare il mercato unico, un obiettivo perseguito “dal 1985”, realizzare l’unione dei mercati dei capitali e mettere in comune gli sforzi in materia di capacità di calcolo per l’IA, pari a circa 100 miliardi di euro, una somma “perfettamente alla nostra portata”. Il monito di Draghi alle capitali è pesante: il quadro di Maastricht reggerà solo se i legislatori “si assumeranno pienamente la responsabilità della crescita come obiettivo dell’Unione”. Solo a questa condizione, “crescita e indipendenza si rafforzeranno a vicenda”.
Il tema della sovranità condivisa e
la questione del bilancio
Da tempo, ormai, è diventato evidente che l’Unione europea ha bisogno di superare la sua attuale struttura politico-istituzionale, che mantiene la frammentazione politica e paralizza l’azione. Le riforme necessarie sono state chiarite in molte occasioni, e non dobbiamo mai stancarci di ricordare che sono state al centro di un processo di partecipazione democratica dal basso come la Conferenza sul Futuro dell’Europa, e che, sul piano istituzionale, il Parlamento europeo ha trasmesso al Consiglio europeo la propria proposta (che giace ignorata).
Per questo è deleterio che si reagisca – a maggior ragione a fronte della crisi sempre più grave che scuote la nostra società e che è aizzata e strumentalizzata dai nemici dell’Europa e della democrazia – rifiutandosi di riconoscere che la soluzione per l’Europa è nella costruzione di un’unione federale, fingendo che ci siano pseudo-soluzioni intergovernative, pur di non affrontare il tema di creare una vera sovranità condivisa a livello europeo. In questo senso, la proposta di Ursula von der Leyen di rilanciare dal nulla un nuovo Congresso per l’Europa, per discutere il “futuro”, in occasione dell’anniversario della firma dei Trattati di Roma è particolarmente grave. Rimandiamo alla nota The State of the European Union 2026 sul nostro sito a questo proposito.
I costi di questa incapacità dei governi e della politica di assumersi la responsabilità di fare passi concreti per non limitarsi a cooperare, ma per rafforzare concretamente la loro unità, ricadono sulle spalle dei cittadini europei e del popolo ucraino. È il futuro di intere generazioni che è messo a rischio. La capacità di garantire la crescita e la sicurezza dipendono in larga parte dalla questione del bilancio, i cui negoziati, invece, continuano ad essere ostaggio di interessi davvero meschini, come ha dimostrato anche questo Consiglio europeo, registrando l’ennesimo stallo. Vi rimando, a questo proposito, alla Dichiarazione che l’UEF (l’Unione Europea dei Federalisti, Statement | A Federal Budget for a Sovereign Europe, 13/10/2026) aveva diffuso alla vigilia del Consiglio europeo, sottolineando non solo che anche all’interno dell’angusto quadro attuale si dovrebbe lavorare per non restringere ulteriormente la dimensione del Quadro finanziario pluriennale, ma si dovrebbe anche mettere in cantiere una riforma per garantire risorse autonome al livello europeo, da finalizzare a beni pubblici europei, attraverso la creazione di una potestà fiscale a livello europeo. La trovate anche in italiano sul sito della Fondazione Albertini (Un bilancio federale per un’Europa sovrana).
Un altro documento molto interessante legato al tema del bilancio e che segnaliamo è quello pubblicato a settembre nella serie dei Working papers della Dublin European Law Institute da Federico Fabbrini e Tommaso Nannicini, Toward a European Fiscal Community: Treaty Design and Club Formation. Questo documento offre una proposta approfondita per un’iniziativa di avanguardia di un gruppo di Paesi che potrebbero avviare, fuori dai Trattati, un’iniziativa volta a costruire un’integrazione più stretta sul piano fiscale, dotandosi di un bilancio comune autonomo per fare investimenti comuni finalizzati a beni pubblici sovranazionali. L’ipotesi è studiata a partire da un formato inizialmente senza la Germania, viste le attuali posizioni del governo tedesco, da sviluppare in una modalità aperta a future adesioni, prevedendo il coordinamento con le attuali istituzioni europee e lasciando aperta la possibilità a sviluppi federali sempre più ampi e profondi. Nell’attuale panorama, si tratta sicuramente di uno studio capace di indicare una via concreta per uscire dall’attuale stallo.
Vi ricordiamo infine che, nella newsletter dello scorso mese, avevamo segnalato molti studi sul tema del bilancio e della riforma degli articoli del TFUE ad esso dedicati. Li ritrovate a questo link, insieme alla scorsa newsletter (Esiste davvero, per gli europei, l’alternativa dell’Europa delle nazioni?, Newsletter n. 2 Settembre 2026).
Il sostegno all’Ucraina,
banco di prova degli europei
Dopo l’ennesimo tradimento di Trump, il Consiglio europeo (che però non si è pronunciato ufficialmente in merito alle decisioni del Presidente americano) ha dedicato ampio spazio alla conferma del sostegno europeo all’Ucraina, ospitando anche il Presidente Zelensky. La capacità di aiutare l’Ucraina in questo momento terribile è il maggior banco di prova degli europei, il cui destino è strettamente legato a quello del popolo ucraino. Una sua sconfitta equivarrebbe a dare a Mosca le chiavi per destabilizzare completamente l’Europa, e significherebbe incamminarsi verso la guerra, oppure la fine del processo di integrazione europea e delle basi del nostro sistema. Per questo, e perché si traducono direttamente in vittime umane in Ucraina, anche in questo campo i ritardi e le debolezze europee sono particolarmente pesanti; basti pensare che l’Europa non è ancora pronta con un proprio sistema satellitare che possa sostituirsi alla tecnologia americana. Gli effetti di questa dipendenza sono drammatici, ed evidenziano plasticamente il prezzo della mancanza di autonomia e il destino che ci attende se non sapremo agire efficacemente.
Da questa Europa, in ogni modo, in questo contesto in cui l’accordo di Trump con Putin ha effetti così devastanti, potrebbero comunque arrivare subito segnali forti, e politicamente pesanti. Ed è su questa linea che si deve andare, con determinazione. Il primo passaggio riguarda gli aiuti finanziari che ancora servono all’Ucraina e che devono essere trovati a tutti i costi. Il secondo riguarda i missili intercettori: a fine settembre, quando l’Alta rappresentante, Kaja Kallas, aveva chiesto agli Stati membri che hanno scorte di Patriot, di anticiparli a Kyiv , in attesa dell’arrivo di quelli già acquistati dagli USA, attesi nei prossimi mesi, la risposta era stata negativa; i Paesi europei temono di rimanere sguarniti, in un momento così pericoloso. Manterranno la stessa posizione in questo nuovo quadro? È chiaro, anche in questo caso, che il controllo esclusivamente nazionale di ogni armamento militare blocca le capacità operative, come dimostra anche il “no” al potenziamento della missione Aspides chiesto sempre da Kallas in quella stessa riunione (rimandiamo su questo argomento alla nota La missione Aspides e il nodo della volontà politica di Pierandrea Andriulli sul nostro sito) e che quindi il nodo da sciogliere di una difesa europea è strettamente politico. Tuttavia, questo non toglie che oggi gli Stati europei, proprio per il fatto di non aver voluto condividere sinora la sovranità in politica estera e militare, hanno la responsabilità di guardare oltre il loro piccolo orticello e di dimostrare di essere capaci di lungimiranza.
Il terzo passaggio cruciale riguarda l’allargamento, e anche qui i tempi e le prospettive certe da dare a Kyiv diventano essenziali. Bene che si siano aperti i negoziati sui due nuovi cluster e che si preveda di aprirli sugli ultimi due entro fine anno. La Commissione ha anche proposto di passare al voto a maggioranza qualificata per i passaggi decisionali sull’ingresso dei nuovi Paesi, usando la flessibilità prevista nei Trattati con le clausole passerella. La proposta della Commissione è volutamente minimale, anche sulle altre riforme che propone (su cosa dovrebbe implicare l’allargamento in termini istituzionali per l’UE, segnaliamo il paper Che tipo di riforma dei Trattati è necessario in vista dell’allargamento e, anche se più generale, L’Unione europea e il ritorno della guerra. L’urgenza di dar dar vita ad un’Europa federale, sovrana e democratica), ma ha il pregio di non creare alibi agli Stati membri: non servono processi complessi, solo la volontà politica di capire la priorità geopolitica, per il futuro stesso dell’Unione, e la volontà di non tradire a propria volta l’Ucraina – e con lei i Paesi che sono pronti ad entrare in Europa. Che l’allargamento sia un altro banco di prova cruciale per l’UE, lo abbiamo ricordato anche nella nostra Lettera europea di luglio (Il futuro europeo dell’Ucraina passa da una riforma dell’Unione); se l’UE avrà il coraggio di fare questo passaggio, cambierà la sua stessa natura. In questo momento di crisi della volontà dei governi nazionali europei, ma anche di necessità oggettiva fortissima di una maggiore capacità di azione comune, forse sarà uno dei passaggi che spingeranno con maggior forza verso un’Europa a cerchi concentrici attorno ad un nucleo di unione federale, un magnete che ne rafforzi lo sviluppo politico.
Tutto questo, per poter procedere ha bisogno dell’impegno lucido e profondamente sentito delle forze democratiche, in tutti gli schieramenti. Non si uscirà da questa fase così drammatica senza passare dalla costruzione concreta dell’unità politica e federale degli europei.
Luisa Trumellini
Presidente FMVA