Per quanto riguarda il SEAE, si tratta di uno strumento nato nel 2010 che ambisce a diventare una sorta di ministero degli Esteri dell’UE. È una struttura ibrida, a metà tra la Commissione e gli Stati membri, il cui compito principale è tuttavia coordinare — non decidere — le politiche estere nazionali. L’Alto Rappresentante che lo guida, oggi l’estone Kaja Kallas, ha un mandato “a doppio cappello”: è al tempo stesso Vicepresidente della Commissione e presidente del Consiglio Affari Esteri, cioè il tavolo dove siedono i ministri degli Esteri dei ventisette. Sulla carta, questa doppia natura dovrebbe garantire coerenza tra il metodo comunitario e quello intergovernativo.
Nella pratica produce l’effetto opposto: Kallas parla a nome dei governi più che a nome dell’Unione, e diventa di fatto ostaggio del più cauto tra loro, perché ogni sua iniziativa di rilievo — dalle sanzioni alla Russia al sostegno militare a Kyiv — richiede l’unanimità di ventisette capitali con interessi, sensibilità storiche e vincoli elettorali molto diversi tra loro. Da mesi Francia e Germania — con Emmanuel Macron e Friedrich Merz come sponsor politici — spingono per una riforma. L’idea è portare il SEAE, o parte delle sue competenze, dentro la Commissione, sotto la supervisione diretta di Ursula von der Leyen. L’argomento ufficiale è l’efficienza: evitare duplicazioni tra Commissione e SEAE su aiuti allo sviluppo, industria della difesa, allargamento, vicinato. L’effetto meno dichiarato sarebbe quello di accentuare il potere nelle mani della Presidente della Commissione, riducendo Kallas a un ruolo assimilabile a quello di un ministro degli Esteri rispetto a un primo ministro — con von der Leyen che mantiene l’ultima parola.
La seconda proposta è quella più rilevante: estendere il voto a maggioranza qualificata in politica estera, oggi regno quasi assoluto dell’unanimità. È proprio su questo terreno che, all’inizio di settembre, undici Paesi — Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Romania, Spagna e Svezia — hanno firmato una lettera comune per chiedere di superare “i veti ostruzionistici” in politica estera, proponendo cinque principi: rafforzare la cooperazione leale tra Stati, incentivare l’astensione costruttiva al posto del veto secco, evitare che le decisioni di politica estera vengano usate come merce di scambio su dossier estranei, esplorare l’uso della clausola passerelle prevista dall’art. 31 TUE, e ammettere solo “ragioni vitali comprovate” per bloccare il passaggio alla maggioranza.