C’è poi la ragione di sicurezza che già menzionavamo e che rende la questione indifferibile. L’Ucraina combatte, di fatto, anche una guerra per procura nell’interesse della sicurezza europea, assorbendo sul proprio territorio la pressione militare che altrimenti si scaricherebbe direttamente sui confini orientali dell’Unione. Chiedere a Kyiv di continuare a pagare questo prezzo senza offrirle, in cambio, una prospettiva di appartenenza piena equivale a scaricare su un solo Paese il costo di un bene pubblico — la sicurezza del continente — di cui beneficiano tutti gli Stati membri. Accelerare l’adesione non è dunque un atto di generosità, ma un dovere politico e morale e un investimento nella propria sicurezza.
Se l’Europa non decide, il rischio non è la semplice continuazione dello status quo, ma un’involuzione. Un’Ucraina lasciata in un limbo indefinito, dopo aver sacrificato così tanto proprio in nome della prospettiva europea, rischia di veder divampare al proprio interno le pulsioni nazionaliste ed euroscettiche che la guerra ha per ora tenuto ai margini. È la parte migliore del Paese — la generazione che ha condotto le riforme, che si è battuta al fronte, che ha scommesso tutto sull’Europa — a rischiare di essere travolta per prima da questa disillusione. Se l’energia riformatrice generata dalla guerra non viene incanalata subito in un percorso credibile verso l’adesione, verrà semplicemente sprecata, e non si ripresenterà nella stessa forma.
E l’Europa? Anche qui la realtà è più scomoda delle dichiarazioni ufficiali. Più che l’Ucraina, sembra l’Unione nel suo complesso a non essere pronta. Il problema non è tanto la necessità di avviare una riforma della politica agricola e dei fondi di coesione capace di assorbire un nuovo membro, quanto quella di modificare gli assetti istituzionali fondamentali che vedono ancora le decisioni cruciali — a partire dalla politica estera e dal bilancio — decise all’unanimità dai governi. Per questo motivo gli Stati membri, frenati dal timore di perdere peso relativo nel Consiglio, sono tentati, come dimostra la stessa proposta Merz, da soluzioni ibride che concedono la forma dell’appartenenza senza la sostanza politica. La proposta di un’adesione «associata», senza voto, né piena partecipazione al mercato interno, va letta esattamente per quello che è: un tentativo di rinviare la decisione politica dietro un’architettura tecnica sofisticata.
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