Attualità a cura di Maurizio Donini

Formazione e lavoro Italia fanalino di coda in Europa

Secondo i dati Eurostat diffusi ieri, nel 2024 circa il 25,4% dei giovani europei tra i 15 e i 29 anni ha
combinato lavoro e studi formali, segnalando una crescente integrazione tra istruzione e
occupazione nei percorsi giovanili. Il confronto europeo mette però in luce una criticità strutturale
del sistema italiano: la persistente distanza tra formazione e lavoro, soprattutto nella fase di
transizione verso l’occupazione. Accanto alla bassa occupazione degli studenti, emerge un
secondo elemento critico: l’elevatissima quota di giovani fuori dal mercato del lavoro. In Italia
supera il 92%, contro una media europea del 71,4%. Un dato che segnala un sistema che continua
a separare rigidamente istruzione e lavoro, rinviando troppo tardi il contatto con il mondo
produttivo. .Nella fascia 20–24 anni, mentre il 41,2% degli uomini non più in istruzione risulta
occupato, la quota scende al 30,4% tra le donne. Il divario si amplia ulteriormente tra i 25 e i 29
anni, con un tasso di occupazione del 71,9% per gli uomini contro il 62,0% per le donne.
In Italia il legame tra istruzione e mondo del lavoro continua a essere fragile, disorganico e poco
efficace. I dati europei lo confermano: il nostro Paese occupa stabilmente le ultime posizioni nelle
classifiche che misurano l’occupabilità dei giovani, la partecipazione alla formazione continua e la
capacità del sistema educativo di rispondere alle esigenze produttive. Un paradosso evidente:
mentre le imprese denunciano la mancanza di profili qualificati, migliaia di laureati e diplomati
faticano a trovare un’occupazione coerente con il proprio percorso di studi.
Secondo Eurostat, l’Italia registra uno dei più alti tassi di NEET (giovani che non studiano e non
lavorano) in Europa. Un dato che non può essere letto solo come problema occupazionale, ma
come sintomo di una frattura strutturale tra scuola, università e mercato del lavoro. La
formazione, spesso teorica e poco orientata alle competenze pratiche, non dialoga con un sistema
produttivo che evolve rapidamente e richiede figure professionali sempre più specializzate,
soprattutto nei settori tecnologici e scientifici.
Uno dei nodi principali è l’assenza di un vero sistema di transizione scuola-lavoro. I tirocini e
l’alternanza scuola-lavoro, pur presenti sulla carta, restano in molti casi esperienze formali,
scarsamente formative e talvolta percepite come sfruttamento mascherato. A differenza di Paesi
come Germania o Austria, dove l’apprendistato duale rappresenta una via riconosciuta e
prestigiosa, in Italia il lavoro manuale e tecnico continua a essere culturalmente svalutato rispetto
ai percorsi accademici.
Anche l’università soffre di un cronico scollamento rispetto alla realtà produttiva. I corsi di laurea
raramente vengono progettati in collaborazione con le imprese, e l’orientamento in uscita è
spesso affidato all’iniziativa individuale degli studenti. Il risultato è un esercito di giovani
iperqualificati in ambiti con scarsa domanda occupazionale e, al contrario, una carenza strutturale
di tecnici specializzati, ingegneri, programmatori e operatori qualificati.
A questo si aggiunge la debolezza della formazione continua. In un mercato del lavoro in rapida
trasformazione, aggiornare le competenze dovrebbe essere la norma. In Italia, invece, solo una
minoranza di lavoratori partecipa a programmi di riqualificazione professionale. Le politiche attive
del lavoro risultano frammentate, spesso burocratiche e poco incisive, mentre i centri per
l’impiego faticano a svolgere un reale ruolo di mediazione tra domanda e offerta.
Le conseguenze sono pesanti: bassa produttività, salari stagnanti, fuga di cervelli e crescente
sfiducia nelle istituzioni formative. I giovani percepiscono sempre più l’istruzione come un

investimento rischioso, che non garantisce mobilità sociale né stabilità economica. Un circolo
vizioso che mina le basi dello sviluppo futuro del Paese.
Invertire questa tendenza richiede una riforma profonda e coordinata. Serve un maggiore
coinvolgimento delle imprese nella progettazione dei percorsi formativi, un rafforzamento degli
istituti tecnici e professionali, una vera valorizzazione dell’apprendistato e una politica seria di
orientamento scolastico. Ma soprattutto è necessario un cambio culturale: smettere di
considerare scuola e lavoro come mondi separati e riconoscere che la formazione non può più
essere confinata ai primi anni della vita. Se l’Italia vuole smettere di essere il fanalino di coda in
Europa, deve colmare la distanza tra ciò che si studia e ciò che si lavora. In gioco non c’è solo il
futuro dei giovani, ma la competitività stessa del sistema economico nazionale.
Matteo Colombo, Presidente di Fondazione ADAPT, ha commentato: “In Italia solo il 6,7% dei
giovani risulta occupato mentre è inserito in un percorso di istruzione o formazione, contro una
media UE del 25,4% e valori che superano il 50–70% in Paesi come Paesi Bassi, Danimarca,
Germania e Svizzera. Questi dati riflettono le profonde difficoltà delle politiche di integrazione tra
sistemi educativi e mercato del lavoro. Nei Paesi in cui funzionano apprendistato, formazione duale
e alternanza di qualità, l’ingresso nel lavoro avviene prima e in modo più stabile. In Italia, invece, la
transizione resta lunga, frammentata e spesso inefficiente, con effetti negativi sulla qualità
dell’occupazione, sulla produttività e sulla capacità del sistema economico di attrarre e valorizzare
competenze, soprattutto giovanili. Colpisce che già durante i percorsi di studio la partecipazione
femminile al lavoro resti più bassa: nella fascia 25–29 anni lavora mentre studia il 9,2% delle
donne, contro l’8,6% degli uomini, ma questo lieve equilibrio si ribalta bruscamente all’uscita dal
sistema formativo, quando le opportunità occupazionali premiano nettamente i giovani uomini.”.
MAURIZIO DONINI