Investimenti e digital market

Pil Italia 2021: +4,7%; Pil Italia 2021-2023: +3,8% medio annuo; Pil Italia 2024-2030: +1,2% medio
annuo; Pil Eurozona 2021-2023: +3,6% medio annuo; Pil Eurozona 2024-2030: + 1,3% medio
annuo; Pil mondo 2021-2023: +4,6% medio annuo; Pil mondo 2024-2030: +3,2% medio annuo.
Le aspettative di una crescita dei mercati conseguente alla campagna vaccinale e ai finanziamenti
porta gli investitori a scommettere sull’aumento dei tassi di interesse con conseguente
riposizionamento dei portafogli. Già la dimensione dello stimolo fiscale americano ha portato a un
repentino aumento dei tassi di interesse a lunga, facendo cadere i rendimenti dei bond emessi,
evidenziando le differenze di rendimento tra i titoli standard a tasso fisso e quelli indicizzati al
tasso di inflazione (TIPS, Treasury Inflation Protected Securities). Le TIPS hanno un rendimento
inferiore in quanto si avvalgono di una maggiore protezione, se ne deduce che la differenza tra il
tasso di una obbligazione ordinaria e una TIPS riflette l’inflazione che ci si aspetta, e nell’ultimo
mese si è visto come il trend sia in aumento.
Se è vero che lo scoppio della pandemia ha abbattuto le quotazioni azionarie con una rapidità mai
sperimentata prima, neppure durante la Grande Depressione, è altrettanto vero che i corsi si sono
rialzati in fretta stimolati dalle politiche espansive dei governi. Il crollo dei consumi unito ai
finanziamenti a tassi nulli ha portato a investire fortemente sui mercati azionari stimolandone la
ripresa. Non secondario il fatto che le grandi aziende quotate in borsa hanno risentito in parte
molto minore, se addirittura non ci hanno guadagnato, dell’emergenza economica conseguente al
covid-19. La crisi economica si è accanita largamente su piccole e medie aziende tipicamente non
quotate, da qui l’apparente divergenza tra corsi di borsa e situazione economica globale e mercato
del lavoro.
Il mercato al consumo ha risentito del fenomeno dello smart-working, l’acquisto di beni digitali
rivolti al potere lavorare in mobilità non ha compensato le perdite nel mercato della fotografia e
dei viaggi, pur incorporando l’indotto rispetto il cucinare in casa, i podcast, e tutto quello che è
legato alla connessione e allo stare in casa, così come l’abbigliamento ha visto crollare le vendite.
L’87% in più di italiani ha fatto ricerche online, l’80% ha fatto acquisti, il 73% ha comprato online
nel mercato del food. Il mercato si è segmentato tra diverse fasce reddituali, concentrando le
spese online nelle zone centrali delle città, quelle tipicamente upper class, che si sono dedicate
anche alla spesa per il food delivery. Su questo particolare segmento diventa fondamentale
l’ampliamento delle modalità di pagamento, anche se gran parte degli italiani non vedono l’ora di
tornare alla situazione precedente con la possibilità di recarsi al ristorante. A regime è ipotizzabile
che il food delivery, entrato ora nelle abitudini degli italiani, possa restare comunque come canale
aggiuntivo rispetto il cenare fuori in presenza. Ma solo una piccola parte degli operatori del food è
presente in maniera efficiente nel mercato digitale, solo il 13,7% delle aziende italiane hanno
venduto online nello scorso anno. Gli operatori dell’offerta di connettività hanno visto un aumento
considerevole della richiesta di linee fisse e il raddoppio del traffico di rete, arrivando a una media
di 200gb al mese per utente. Si è visto come l’idea dello Spid, eccellente in sé, si sia scontrata con
la macchinosità e i problemi in fase di utente finale. Mentre i grandi operatori americani come
Amazon e Google si affidano sempre più allo one-click, un solo click per fare una ricerca o
acquistare un oggetto, lo Spid ci si è accorti che richiede competenze non sempre nelle corde del
cittadino.

MAURIZIO DONINI