Quantitative easing da 1140 mld

00qeIl ‘bazooka’ di Mario Draghi è arrivato, con un’onda d’urto da oltre 1.100 miliardi di acquisti di titoli che sorprende al rialzo i mercati e dà anche alla Bce il suo quantitative easing che molti attendevano da mesi. Un’espansione del bilancio gigantesca che pone il QE dell’Eurozona allo stesso livello di quello degli Usa, per fronteggiare la stagnazione e la minaccia di una spirale deflazionistica in un quadro che la Bce descrive come “senza precedenti”.
Ma Draghi ha dovuto fare importanti concessioni al fronte dei ‘falchi’, capeggiato dalla Bundesbank, preoccupato del minore incentivo a risanare i bilanci pubblici: la gran parte dei bond comprati, l’80%, resterà sui bilanci nazionali, sostanzialmente impedendo la condivisione dei rischi per la quale anche l’Italia si era battuta. “La Bce ha deciso di lanciare un programma esteso di acquisto di titoli da 60 miliardi di euro al mese”, che durerà “fino a fine settembre 2016” e comunque fino a quando l’inflazione non si risolleverà verso l’obiettivo del 2%, spiega Draghi dopo il consiglio direttivo. Vi rientreranno gli Abs e le obbligazioni garantite, e un 12% sarà in titoli di istituzioni europee, ma il grosso è costituito da titoli di debito pubblico, e rigorosamente sul solo mercato secondario per non violare il divieto di finanziamento monetario.

Contando i 19 mesi fra il prossimo marzo, quando gli acquisti inizieranno, e settembre 2016, si ottengono circa 1140 miliardi di euro, una cifra che, raffrontata al Pil, non ha nulla da invidiare al QE lanciato dalla Fed dal 2008 in poi. Ma il diavolo è nei dettagli, come avvertono molti sui mercati. Draghi, per non regalare agli oppositori della Bundesbank un seguito troppo grande da parte degli altri scettici nel consiglio Bce, apre alle richieste tedesche con una serie di paletti “che mitigheranno le preoccupazioni”, ma che molti vedono come un segnale di scarsa fiducia reciproca, pessimo per l’integrazione europea. Solo il 20% dei titoli sarà comprato in un regime di condivisione del rischio: il resto resta nei libri delle banche centrali nazionali. E visto che di questo 20% un 12% è di titoli emessi da istituzioni europee, la quota di titoli di Stato nazionali soggetti a mutualizzazione si ferma ad appena l’8%. Fatte le debite proporzioni, è un passo indietro rispetto al vecchio Omt, quello pienamente condiviso lanciato due anni fa per fermare il contagio. Christine Lagarde, il direttore generale del Fmi che pochi giorni fa aveva chiesto di mutualizzare i rischi il più possibile, sorvola e plaude alla Bce, mettendo l’accento sul rischio di deflazione che viene allontanato e chiedendo ora ai governi di agire con le riforme. E anche l’Italia guarda al bicchiere mezzo pieno, con il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, che si era espresso contro la ‘nazionalizzazione’ dei rischi, che parla di una “spinta” per la crescita da Francoforte, il segnale che “il cammino verso la mutualizzazione va avanti”.

Soddisfatta anche l’Ocse: “E’ meglio di quello che si era pensato, è il benvenuto”, afferma il segretario generale Gurria. Ma la Germania di Angela Merkel, che da Davos chiede di accelerare sulle riforme e sul risanamento di bilancio, strappa anche altri paletti: gli acquisti di titoli dello stesso Paese si fermeranno al 33% massimo, per non incentivare il debito pubblico. E quelli sulle stesse emissioni di debito, al 25%, per non manipolare i prezzi. E ce ne è anche per la Grecia, che come tutti i Paesi con rating speculativo resterà tagliata fuori se non rinnoverà il suo programma di risanamento con la Troika.