Infolampo: Salario – Revengeporn

By on aprile 10, 2019

Salario minimo, un falso problema
In Italia i contratti collettivi nazionali offrono una copertura che arriva al 90 per cento. Le cause del
lavoro povero sono altre: precarietà, part time obbligatori, contratti pirata e illegalità. Anzi, l’obiettivo
dev’essere innalzare le buste paga
di Stefano Iucci
Lo conferma anche l’ultimo report dell’Etui, l’istituto di ricerca della Ces, il sindacato europeo
(Benchmarking Working Europe 2019): i bassi salari sono un problema che riguarda ormai quasi l’intero
continente. Gli unici Paesi che, dopo la crisi, hanno potuto registrare un incremento cospicuo degli
stipendi sono quelli del centro ed est Europa, come Bulgaria (+87%) e Romania (+34%), che però
partivano da un livello molto basso. Una zavorra pesante
che frena la capacità di ripresa economica dei singoli Paesi
e, soprattutto, mina alla base quel patto sociale che ha reso
l’Europa un continente prospero e dove avere un lavoro
garantiva generalmente una vita dignitosa. Ora non è più
così: e questo sarà uno dei temi chiave delle prossime
elezioni europee. Se tutti, più o meno, sono convinti che
occorra migliorare le condizioni economiche dei lavoratori,
le ricette proposte per innalzare i salari dei lavoratori
variano non solo tra i singoli sindacati nazionali, ma tra gli
stessi governi.
Uno dei temi più dibattuti in queste settimane in Italia è
quello del salario minimo legale, proposto in diversi
disegni di legge (ma era presente anche nel Jobs Act) e uno

dei vessilli del M5S: dal “contratto” di governo giallo-
verde è stato, infatti, subito trasposto nel ddl 658/2018. Nei

giorni scorsi il governo Conte ha anche cercato di costruire
su un salario minimo europeo un fronte comune con Macron, ma ha subito incassato il no di Angela
Merkel. Il tema è dunque più spinoso di quello che sembrerebbe: cosa ci sarebbe, apparentemente, di
sbagliato nel fissare una soglia “legale” minima di salario sotto alla quale non si può andare?
La questione è più complessa di quello che sembra, perché incrocia le realtà molto differenziate dei
diversi mercati del lavoro, delle strutture produttive dei singoli Paesi e delle loro tradizioni sindacali. In
Italia, ad esempio, Cgil, Cisl e Uil sono d’accordo nel ritenere che una misura del genere non solo non
aiuterebbe una crescita dei salari, ma anzi potrebbe essere persino deleteria.
Il salario minimo legale: le perplessità della Cgil
Nel dettaglio il disegno di legge (proposto dalla senatrice Nunzia Catalfo) stabilisce una paga oraria
minima di 9 euro che dovrebbe spettare a tutte le categorie dei working poors, cioè a quei lavoratori la cui
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Presidio a Roma: il ddl Pillon va
respinto

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Il revenge porn è una norma uscita monca
Le misure previste dall’emendamento si riducono ad aumenti di pena. Ma contro questo tipo di reato,
come per altri, l’intervento dev’essere prima di tutto di tipo culturale ed educativo.
di Adriana Belotti
Applausi, parlamentari di ambo i sessi tutti in piedi felici e contenti dopo l’approvazione unanime alla
Camera dell’emendamento al ddl chiamato Codice Rosso (Disposizioni in materia di tutela delle vittime
di violenza domestica e di genere), il cosiddetto revenge porn.
«Bella testimonianza da parte di una nostra fondamentale Istituzione»; «Combattere questo odioso
fenomeno non è una questione di appartenenze politiche ma di civiltà»; «Grande lavoro […], intenso e
collettivo[…]», «Il parlamento ha scritto una bella pagina, approvando all’unanimità l’emendamento sul
sexting e revenge porn. Un segnale importante, un primo significativo passo nella direzione giusta».
Queste sono solo alcune delle parole usate dai nostri rappresentanti politici di ogni schieramento per
commentare il via libera al revenge porn e che ho riportato qui per darvi un’idea sommaria dello stato di
esaltazione generale che regna in Aula relativamente al testo dell’emendamento.
Come non felicitarmi anch’io di un provvedimento che sostanzialmente altro non fa se non introdurre un
nuovo reato all’interno del codice penale e prevedere una serie di sanzioni – riassumibili sostanzialmente
in reclusione e pena pecuniaria – per chi lo commette? Del resto sono a tutti ben note l’utilità e l’efficacia
della pena detentiva in Italia: si calcola infatti circa un 75% di recidiva tra le persone che hanno scontato
l’intera condanna in carcere! Chiarisco subito la mia posizione: penso che da parte del parlamento sia
stato doveroso prendere una posizione chiara nei confronti di un fenomeno di tragico impatto e che ha già
mietuto le sue vittime. Ce la ricordiamo tutti, purtroppo, la storia di Tiziana Cantone, terminata con il suo
emblematico suicidio. Ma ci sono stati altri episodi, fortunatamente dall’esito meno terribile eppure non
per questo meno drammatici anche considerando il fatto che troppo spesso le vittime di questo fenomeno
sono minorenni.
Bene, quindi, che questo reato sia stato finalmente riconosciuto a livello ufficiale ma non condivido
affatto il contenuto del provvedimento che è stato emendato per contrastarlo. Questo lo affermo in primis
come donna e poi in quanto persona con disabilità. Quanto espresso nell’emendamento è ancora una volta
la celebrazione del sistema sanzionatorio: pene, pene, pene. Nulla più. Infatti l’articolo contenente le
indicazioni sulle attività di sensibilizzazione e contrasto al reato nelle scuole, che sarebbe stata l’unica
misura in controtendenza rispetto alle altre e che risultava in una delle precedenti versioni, non compare
nel testo approvato alla Camera. Dovrei essere contenta del fatto che il revenge porn preveda un aumento
della pena nel caso in cui il reato venga commesso ai danni di persone in condizione di inferiorità fisica o
psichica? Tale è infatti l’unica misura prevista a favore delle persone con disabilità.
Davvero si continua a credere che pene più severe equivalgano al giusto risarcimento per le vittime? Da
donna con disabilità non credo migliorerebbe la mia vita o lenirebbe il dolore per il danno subito sapere
che la persona colpevole di aver diffuso immagini che mi ritraggono senza il mio consenso sconterà più
anni di carcere. Questo è quello che ci vuol fare credere la retorica cattivista e populista di Matteo Salvini
e compagnia bella. Basterebbe leggere le testimonianze di vittime che hanno partecipato a partecipato a
percorsi di giustizia riparativa per scoprire che non è così.
La vittima non ha sete di vendetta. Al contrario, ha bisogno prima di tutto di essere ascoltata e
riconosciuta come tale. Eppure nel testo non viene contemplato alcun percorso di sostegno per chi ha
subito molestie di questo tipo. Molte ricerche mostrano che le donne con disabilità sono più esposte al
rischio di violenze e abusi. Perché l’emendamento al ddl non offre spazio né a interventi di supporto alla
rielaborazione del trauma né a progetti di promozione della salute affettiva e sessuale che anticipino il
rischio di diventare vittima di revenge porn? Ci sarebbe molto anche bisogno di azioni dirette a donne (e,
più in generale, a persone) con disabilità cognitiva che mirino a promuovere l’auto consapevolezza
rispetto al proprio corpo, all’uso che si vuol fare di esso e della propria immagine nonché la capacità di
distinguere tra relazioni sane e rapporti abusanti. Ma l’argomento non viene minimamente trattato
all’interno del testo.
“Il revenge porn, nei contenuti e non nell’intenzione, è secondo me il frutto di una profonda arretratezza a
livello culturale e politico”
Nella versione approvata dalla Camera non sono nemmeno più previste progettualità di contrasto a questo
tipo di reato nelle scuole. Eppure l’istituzione scolastica è la prima agenzia educativa esterna alla famiglia
a essere incaricata di promuovere una cultura del dialogo e del rispetto di ogni essere umano. D’altro
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