Infolampo: Libertàdistampa – Politica

Per la libertà di stampa. Oggi, sempre
Il 3 maggio è la giornata mondiale della libera informazione e c’è molto su cui riflettere. Il mestiere di
informare è diventato sempre più una professione ad a ostacoli, anche per la crisi che ha falcidiato il
settore. Calano professionisti e compensi
di Silvia Garambois
La strage dei giornalisti a Kabul è avvenuta nelle vigilie della giornata mondiale per la libertà di stampa.
Non sono morti in una guerra di altri: sono stati uccisi perché erano giornalisti. Una guerra contro di loro.
Contro la libera informazione.
Anche in Italia portiamo il lutto: Daphne Caruana Galizia a
Malta e Jan Kuciak in Slovacchia sono stati assassinati
perché indagavano sugli intrecci tra le mafie italiane e il
potere economico e politico dei loro Paesi. Daphne è saltata
in aria insieme alla sua macchina, Jan è stato assassinato a
colpi di pistola, insieme alla sua fidanzata.
Le loro inchieste, però, vanno avanti: non un omaggio alla
memoria – non soltanto – ma il passaggio di testimone nel
continuare a cercare brandelli di verità, a denunciare, a
testimoniare, indispensabile per la libertà di tutti. Una task
force di cui fanno parte anche giornalisti italiani sulle
tracce delle inchieste maltesi, una intera redazione al lavoro
in Slovacchia.
Una “scorta mediatica”: giornalisti che non devono restare
soli a raccontare. Quello che è indispensabile anche nelle nostre regioni, dalla Sicilia alla Lombardia.
Minacciare i giornalisti, picchiare i giornalisti, non era mai stato così diffuso… Solo quest’anno, da
gennaio, ci sono stati 85 casi di minacce denunciati (e solo in parte vengono denunciati): gli ultimi il caso
di Ostia, con l’imprenditore che strappa microfono e carte all’inviato di Report, l’ex ministro Landolfi che
prende a schiaffi il giornalista di “Non è l’Arena” perché gli ha chiesto che ne pensa dei vitalizi,
l’aggressione a un fotoreporter di Lecce che fotografava un intervento dei vigili del fuoco, i sassi scagliati
contro la troupe del Tg2 a Brescello mentre filmavano immobili sequestrati a un clan… tutto ciò solo
negli ultimi giorni. E poi lettere di minacce infilate in auto, bossoli recapitati alle redazioni, scritte sui
muri di casa.
E non solo questo: in Italia sono ben una decina i giornalisti a cui il Viminale ha dovuto attribuire anche
una scorta di polizia per la gravità delle minacce ricevute (e pensate cos’è una vita sotto scorta: quando
devono fare interviste, incontri di lavoro ma anche coi figli, le riunioni sindacali, le spese quotidiane …).
Giornalisti, assai spesso, free lance.
Perché fare il mestiere di informare è diventato sempre più una professione a ostacoli, anche contro la
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Al via in Puglia il
«Carosello» dello Spi

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La politica come scienza. L’esperienza di Frattocchie
1. L’esito delle ultime elezioni politiche ci consegna – temporaneamente – un dato molto interessante: la
centralità del Parlamento. Trattandosi di uno dei più clamorosi unintended results della legge elettorale
n. 165 del 3 novembre 2017, il cosiddetto Rosatellum bis, questo stato di cose corre il serio pericolo di
avere vita breve. Nel cammino evolutivo delle nostre istituzioni, infatti, la questione della centralità
dell’esecutivo, e quindi della rinuncia a porzioni rilevanti di rappresentanza in favore della decisione, si
è via via affermata fino a divenire principio irrefutabile per destra e sinistra.
Scritto da: Fulvio Lorefice
Le parole in merito pronunciate dal neo-presidente della Camera, Roberto Fico, nel discorso di
insediamento, più che rappresentare l’improbabile approdo teorico del gruppo dirigente di una forza
politica, originano dall’aritmetica constatazione della mancanza di una maggioranza politica in seno al
Parlamento. Eppure il sillogismo in forza del quale si richiama la centralità del Parlamento, in un quadro
istituzionale pur segnato dalla perdita di rappresentanza delle classi subalterne e dei relativi interessi, non
va ignorato da quanti ad essa legano le sorti della democrazia costituzionale.
Pur consapevoli, quindi, che tale ritrovata centralità del Parlamento non è il frutto di un’«impresa
titanica» della sinistra, cui da ultimo ci richiamava Azzariti, ma di una legge elettorale pasticciata e che
quindi potrebbe presto lasciare il campo a nuove iniziative legislative ultra-maggioritarie, con buona pace
della nostra Costituzione, vale la pena svolgere un esercizio ipotetico e ragionare attorno ad uno dei
requisiti più peculiari che un Parlamento richieda per esercitare quella che Azzariti chiama la «virtù del
confronto»: la formazione della classe politica.
2. Dell’edificio che un tempo ospitava la scuola di Frattocchie, al chilometro 22 della via Appia, non resta
che una sorta di rudere. Eppure, nel discorso politico odierno, non si smette di evocare quella prestigiosa
«scuola quadri» del Partito comunista italiano, ogni qual volta si assiste a una nuova e originale forma di
degenerazione del costume politico. Frattocchie per contrapposto ha rappresentato, infatti, il simbolo di
una politica posta al vertice delle attività umane: una scienza che nulla concedeva a faciloneria e
dilettantismo, per la quale occorreva dedizione e spirito di sacrificio. I comunisti dovevano studiare, molti
avevano iniziato a farlo al confino dove dal ’26 erano state allestite scuole e corsi, e all’«università del
carcere». Chi guadagnava nuovamente la libertà, si scriverà di Cino Moscatelli, comandante partigiano e
poi deputato alla Costituente – era «un rivoluzionario agguerrito e addestrato, non più un ragazzo di
periferia temerario e senza istruzione» (Barbano, 1982).
Mitizzata e rimpianta da alcuni, demonizzata e maledetta da altri, a Frattocchie e all’intero sistema
educativo di scuole nazionali e regionali del PCI è dedicato il volume di Anna Tonelli «A scuola di
politica. Il modello comunista di Frattocchie (1994-1993)». Una ricerca preziosa, attraverso la quale si
possono ripercorrere le tappe di quel poderoso processo di pedagogia politica delle masse promosso dai
comunisti italiani.
3. Se il teorico della scuola politica – sottolinea l’autrice, docente di Storia contemporanea presso
l’Università di Urbino – era stato Antonio Gramsci, fu soltanto al volgere della Seconda guerra mondiale
che le federazioni provinciali del PCI iniziarono a ricevere le prime istruzioni dalla Direzione su come
individuare il gruppo di allievi da indirizzare alla Scuola centrale. Le esperienze da alcuni maturate in
carcere o al confino, notava Edoardo D’Onofrio, non risultavano, infatti, adeguate ai compiti nuovi che le
circostanze storiche imponevano. In questa fase la formazione venne quindi intesa come «strumento di
organizzazione e acculturazione delle classi popolari». Le divaricazioni socio-culturali manifestatesi tra la
fine degli anni Sessanta e la metà degli anni Settanta scossero nel profondo il partito, l’attività educativa
venne quindi riformata estendendone la presenza a tutto il territorio nazionale, diversificando i corsi e
attribuendo a ciascuna scuola una vocazione specifica. Nell’aprile ’74 gli Editori Riuniti diedero alle
stampe il «Dizionario di politica economica», a cura di Luciano Barca. Il successo editoriale dell’opera
segnò l’acme della pedagogia politica comunista: anche le nozioni economiche erano parte ormai del
bagaglio culturale del quadro di partito.
4. L’affermazione politica del PCI schiuse in quel frangente le porte di moltissime amministrazioni locali,
un numero crescente di quadri politici venne quindi investito di incarichi di responsabilità pubblica. Per
rispondere alle problematiche connesse bisognava assimilare gli «strumenti e gli istituti del governare»: si
trattava in altre parole di conoscere lo Stato, le sue leggi e le sue logiche.
Direttore della scuola veniva nominato Luciano Gruppi, il prototipo – a giudizio di Italo Calvino – di
quella «serietà riflessiva», di quella «maturità» e di quella «chiarezza responsabile» propria dei quadri
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