Home

Puttering, ovvero l’arte di non combinare niente e stare

C’è una cosa che noi italiani sappiamo fare benissimo, anche se fino a oggi non avevamo pensato
di darle un nome. È quella straordinaria attività che consiste nell’aggirarsi per casa facendo piccole
cose, senza un programma, senza un obiettivo e soprattutto senza sapere esattamente perché le
stiamo facendo. Adesso scopriamo che gli inglesi hanno trovato la parola: puttering. E
naturalmente, siccome arriva dall’estero, improvvisamente diventa una tendenza. Se lo faceva
nostro nonno era semplicemente “perdere tempo”; se lo chiamiamo puttering, invece, sembra
una sofisticata pratica di benessere psicofisico. Non è escluso che tra qualche mese qualcuno
organizzi anche un corso.
Il concetto è semplicissimo. To putter around significa più o meno gingillarsi, armeggiare,
gironzolare facendo piccole cose, non necessariamente utili. Anzi, possibilmente inutili. Sistemare
una mensola, per esempio, ma senza sistemarla davvero, altrimenti diventerebbe una faccenda
domestica con un obiettivo preciso. Il vero puttering consiste nel prendere tre libri, spostarli,
guardare gli altri, cambiare idea, rimettere i primi tre quasi come stavano e poi accorgersi che sulla
mensola c’è un soprammobile che non ci piace più. Lo spostiamo. Poi lo rimettiamo dov’era.
Questa è alta filosofia.
Oppure le piante. Si comincia con l’intenzione di dare un po’ d’acqua al ficus e si finisce per
togliere una foglia secca, pulire il vaso, spostarlo di venti centimetri perché “qui prende più luce”,
guardare le altre piante e domandarsi perché una sia cresciuta così tanto e l’altra sembri invece
aver perso la voglia di vivere. Nel frattempo, è passata mezz’ora. Non abbiamo fatto nulla di
importante; eppure, ci sentiamo stranamente bene. Ed è proprio qui che il puttering comincia a
diventare interessante, perché viviamo in un’epoca nella quale anche questo deve essere
giustificato.
Abbiamo trasformato la produttività in una religione e l’agenda in un oggetto di culto. Ogni
giornata deve essere organizzata, ottimizzata, monitorata. Abbiamo applicazioni per ricordarci di
bere, orologi che contano i passi, programmi che controllano quanto dormiamo e calendari capaci
di farci sentire in colpa anche quando siamo semplicemente seduti sul divano. Persino rilassarsi è
diventato un lavoro: bisogna meditare per dieci minuti, fare stretching, respirare correttamente,
leggere almeno venti pagine, fare una passeggiata, raggiungere gli ottomila passi, bere due litri
d’acqua, dormire otto ore e possibilmente registrare tutto. A questo punto mancava soltanto un
corso per imparare a stare con le mani in mano. E invece arriva il puttering, che ha una proposta
molto più semplice: fate quello che vi pare.
È quasi un atto di ribellione. Il bello è che non bisogna nemmeno essere bravi. Nel puttering non
esiste il fallimento. Se inizi a riordinare un cassetto e dopo cinque minuti sei seduto per terra a
guardare vecchie fotografie, hai raggiunto perfettamente l’obiettivo. Che non c’era. È questa la
parte più difficile da accettare per chi è abituato alle liste delle cose da fare, perché una cosa senza
risultato ci mette in crisi. Siamo stati educati a chiederci continuamente: “A cosa serve?”. Il
puttering risponde: “A niente”. E, sorprendentemente, può essere una risposta liberatoria.
Pensiamo alla classica domenica mattina. Non avete appuntamenti, nessuno vi aspetta, non
dovete andare da nessuna parte. Potreste prepararvi il caffè, restare qualche minuto in cucina,

aprire una finestra, mettere una canzone, sistemare un oggetto, guardare fuori, preparare un altro
caffè. Non state perdendo tempo: state semplicemente vivendo una parte della giornata senza
trasformarla in una gara. E forse il nostro cervello ne ha bisogno più di quanto immaginiamo.
Siamo sottoposti continuamente a stimoli, notifiche, messaggi, informazioni, richieste e decisioni.
Anche quando non stiamo lavorando, spesso stiamo già pensando alla prossima cosa da fare. Il
puttering introduce una parentesi apparentemente insignificante nella quale le mani sono
occupate e la testa può smettere, almeno per un po’, di comportarsi come il responsabile di
produzione di una multinazionale.
E capita anche una cosa curiosa: proprio quando smettiamo di cercare una soluzione, spesso la
soluzione arriva. Non mentre siamo davanti al computer con la fronte corrugata e lo sguardo di chi
sta tentando di salvare il mondo, ma mentre laviamo una tazza, annaffiamo una pianta o
cerchiamo qualcosa in un cassetto trovando invece tutt’altro. La mente, lasciata libera, ogni tanto
combina cose interessanti. Naturalmente c’è un pericolo: che il puttering diventi una moda.
Perché ormai siamo capaci di commercializzare qualsiasi cosa, compresa l’arte di non fare niente.
Mi immagino già il guru di turno con un maglione color beige che ci spiega, davanti a una parete
piena di piante, come raggiungere il nostro “massimo potenziale attraverso il disordine
consapevole”. Poi arriverà l’app, magari chiamata “Puttering Pro”, che alle 18.30 ci avviserà: “Hai
dedicato solo 12 minuti al puttering oggi. Puoi fare di meglio”. E noi, terrorizzati dall’idea di essere
inefficienti anche mentre siamo inefficienti, ci metteremo immediatamente a spostare un vaso.
Sarebbe il colmo, perché il puttering funziona soltanto se rimane libero da qualsiasi obbligo. Non
va programmato, misurato, fotografato, condiviso o trasformato in una sfida personale. Non deve
produrre risultati e non deve renderci persone migliori. Deve semplicemente farci stare bene.
Abbiamo passato una vita a sentirci dire che bisogna avere uno scopo, che bisogna arrivare da
qualche parte, che bisogna sfruttare il proprio tempo. Forse, ogni tanto, sarebbe salutare non
andare da nessuna parte. Stare lì. Fare una cosa inutile, poi un’altra, poi magari nessuna. Senza
sensi di colpa. Perché se anche per mezz’ora ci dimentichiamo di essere efficienti, produttivi,
performanti e perfettamente organizzati, non succede niente. Anzi, potrebbe succedere qualcosa
di molto più importante: potremmo accorgerci che stavamo bene anche prima di cominciare a
misurarlo.
MAURIZIO DONINI