Una repressione perfezionata a cinque anni dall’11J
Il rapporto «5 anni dopo l’11J: il regime cubano si prepara alla prossima protesta», elaborato da Prisoners Defenders e Justice Consortium, espone che il regime cubano non ha ridotto la repressione dalle storiche proteste dell’11 luglio 2021: l’ha perfezionata. La detenzione politica, la sorveglianza digitale, la persecuzione delle organizzazioni indipendenti e l’uso di reati ambigui o estremamente gravi mostrano una strategia volta a impedire, disarticolare o punire qualsiasi nuova mobilitazione civica.
Lo studio realizzato dimostra che parte della capacità repressiva del regime si è spostata dalla reazione successiva alla protesta verso l’identificazione preventiva dei cittadini critici attraverso la sorveglianza digitale, il monitoraggio territoriale e la criminalizzazione penale anticipata.
Il rapporto documenta che, durante il primo semestre del 2026, oltre 175 nuovi prigionieri politici sono stati inseriti nel registro di Prisoners Defenders. Di questi, almeno 114 casi sono direttamente collegati all’esercizio di diritti fondamentali quali il diritto di manifestazione, la libertà di associazione e la libertà di espressione.
Nel rapporto completo si dettaglia che, all’interno di questo sottoinsieme di 114 casi, 79 riguardano persone incarcerate per il loro legame con proteste o manifestazioni pacifiche; 22 sono collegati alla sorveglianza digitale e alla persecuzione dell’espressione sui social network; e 13 sono associati ad altre forme di repressione politica. Il rapporto copre inoltre l’arresto o l’incarcerazione di 9 minori durante il semestre, alcuni di appena 15 anni.
Dall’11J al 2026: una politica sostenuta, non una risposta eccezionale
Il rapporto espone come Cuba abbia accumulato oltre 2.100 prigionieri politici presenti nelle sue carceri dal 1° luglio 2021 alla fine di giugno 2026, di cui oltre 1.960 sono stati incarcerati da allora. Solo negli ultimi sei mesi, oltre 175 nuovi prigionieri politici sono entrati nella lista di Prisoners Defenders.
Lo studio dimostra che la repressione successiva all’11J non è stata una risposta eccezionale a una crisi concreta, bensì il consolidamento di una politica sostenuta volta a impedire future mobilitazioni civiche. Il primo semestre del 2026 offre un quadro particolarmente rilevante perché consente di valutare lo stato attuale dei meccanismi repressivi proprio alla vigilia del quinto anniversario dell’11J.
Protesta, sorveglianza digitale e associazione: tre assi della repressione
Il rapporto completo dettaglia che il principale strumento repressivo continua a essere la criminalizzazione dell’esercizio dei diritti fondamentali. Quasi il 70% dei 114 casi analizzati riguarda persone incarcerate perché collegate dalle autorità a manifestazioni o proteste pacifiche.
Il rapporto copre anche la sorveglianza digitale come seconda modalità repressiva più frequente: almeno 22 persone sono state arrestate, incarcerate o sottoposte a procedimento penale per aver registrato video, scattato fotografie, pubblicato contenuti sui social network o diffuso denunce sulla situazione economica, sociale e politica del Paese. Il resto dei casi riflette la persecuzione contro attivisti, oppositori, giornalisti indipendenti e cittadini legati a organizzazioni civiche.
Marzo e giugno: due momenti critici della repressione
Nel rapporto completo si dettaglia che la repressione ha raggiunto la sua massima intensità nel marzo 2026, con 41 incarcerazioni politiche, circa il 36% del totale documentato nel semestre. Tale incremento è stato direttamente collegato alle proteste del 23 marzo a Minas, Guanabacoa, dove sono stati registrati arresti arbitrari, sparizioni forzate temporanee, perquisizioni domiciliari, interrogatori sotto coercizione e minacce.
Il rapporto espone inoltre l’intensificazione repressiva di giugno, in particolare l’operazione del 22 giugno a Contramaestre, Santiago de Cuba, dove almeno 8 persone, tra cui 4 minori, sono state arrestate dopo una retata massiccia nei quartieri La Cuba e Maffo, accusate di presunto «sabotaggio», senza che fino ad oggi siano state rese pubbliche prove a sostegno di tali accuse.
Una repressione di portata nazionale
Il rapporto dettaglia che la repressione contro il diritto di manifestazione ha avuto portata nazionale, pur concentrandosi in alcune province. Dei 79 manifestanti incarcerati documentati, L’Avana concentra 35 casi, seguita da Ciego de Ávila con 16, Holguín con 15 e Santiago de Cuba con 10.
Lo studio identifica come principali focolai di mobilitazione e repressione Arroyo Naranjo, Jaimanitas, Lawton, Cerro, Regla, Marianao e Minas, all’Avana; Morón e Miraflores, a Ciego de Ávila; Antilla, a Holguín; e Altamira e Contramaestre, a Santiago de Cuba.
Casi emblematici di vittime
Il rapporto completo raccoglie casi come quello di Yunaiky de la Caridad Linares Rodríguez, ex prigioniera politica dell’11J, arrestata nuovamente il 2 giugno 2026 durante una protesta pacifica a Santa Amalia, L’Avana, contro la mancanza d’acqua e i blackout. Anche suo padre, Luis Alberto Reyes López, è stato arrestato. Secondo la denuncia documentata, entrambi sono stati picchiati durante l’arresto, e Yunaiky è stata rinchiusa nel carcere femminile di Occidente, dove è rimasta in isolamento e ha iniziato uno sciopero della fame.
Il rapporto copre anche il caso di Antonio Lázaro Fernández Borges, arrestato dopo le proteste di Minas, così come le aggressioni contro sua madre durante l’operazione; e il caso di Javier Ernesto Martín Gutiérrez, noto come «Spiderman», campione cubano di arti marziali miste, arrestato dopo aver mantenuto per nove giorni una protesta pacifica dal balcone della sua abitazione.
Minori incarcerati: uno degli elementi più allarmanti
Il rapporto espone che 9 dei 114 prigionieri politici documentati sono adolescenti tra i 15 e i 17 anni: 4 hanno 15 anni, 2 ne hanno 16 e 3 ne hanno 17. Tutti sono stati arrestati nel contesto di proteste cittadine o di operazioni repressive di massa.
Nel rapporto completo si dettaglia che la repressione contro i minori si è concentrata principalmente in due episodi: le proteste di Morón, Ciego de Ávila, a marzo, e la retata massiccia di Contramaestre, Santiago de Cuba, a giugno. In quest’ultimo caso, quattro minori sono stati accusati di presunto «sabotaggio», una fattispecie penale di estrema gravità che può aggravare drasticamente la loro situazione processuale.
La nuova frontiera repressiva: sorveglianza digitale e punizione preventiva
Il rapporto dimostra che la sorveglianza digitale è diventata uno strumento essenziale per individuare, neutralizzare e punire espressioni critiche prima che possano tradursi in mobilitazione sociale. A Cuba, pubblicare un’opinione sui social network, registrare un intervento della polizia, fotografare un cartello critico o diffondere informazioni indipendenti può attivare arresti, procedimenti penali, custodia cautelare e condanne successive.
Il rapporto completo dettaglia casi come quelli di Eduardo Ceballos Pérez, noto come Eddy Jones; Alexeis Serrano Águila; Delis Frómeta Suárez; ed Erich Alain Chang Padrón, perseguiti per aver registrato, pubblicato o diffuso contenuti critici sui social network o su Internet.
Reati, associazione e chiusura dello spazio civico
Il rapporto espone che i reati più utilizzati contro i 114 casi analizzati sono stati «disordini pubblici» e «propaganda contro l’ordine costituzionale», insieme a fattispecie come «attentato», «resistenza», «oltraggio» e «diffamazione». È particolarmente preoccupante l’uso di reati di estrema gravità, come «terrorismo» e «sabotaggio», che consentono di imporre misure cautelari più severe e di aumentare significativamente le condanne.
Il rapporto copre inoltre la persecuzione della libertà di associazione: almeno 25 dei prigionieri politici documentati avevano legami con organizzazioni della società civile, movimenti prodemocratici, gruppi di opposizione, progetti giornalistici o iniziative cittadine indipendenti. Lo studio dimostra che lo spazio civico continua a ridursi rapidamente a Cuba.
Il rapporto invita a guardare all’11J dal presente
Il rapporto completo consente di comprendere perché, cinque anni dopo l’11J, la repressione politica a Cuba non solo persista, ma si sia evoluta verso meccanismi più ampi, sistematici e sofisticati. L’esperienza accumulata dal 2021 permette di prevedere che una mobilitazione cittadina di ampia portata potrebbe trovarsi di fronte a una risposta più immediata, estesa e severa di quella osservata durante le proteste dell’11J.