Lettera Europea N° 90| Giugno 2026
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Il federalismo pragmatico di Draghi: la via che l’Europa deve intraprendere per uscire dall’impasse
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«Per la prima volta a memoria d’uomo siamo soli. O meglio, siamo soli insieme». Con queste parole, pronunciate in occasione del conferimento del Premio Carlo Magno 2026, Mario Draghi ha provato ancora una volta a sferzare i leader europei, a partire dal cancelliere tedesco Friedrich Merz, presente alla cerimonia, ribadendo la propria analisi della situazione internazionale e indicando le soluzioni necessarie per superare l’attuale impasse europea.
«Il mondo che aiutava l’Europa a generare prosperità ormai non esiste più». Gli Stati Uniti di Donald Trump hanno progressivamente rinunciato al ruolo di garanti dell’ordine internazionale e stanno perseguendo una politica sempre più aggressiva nei confronti dell’Europa, attraverso l’imposizione di dazi unilaterali, le minacce alla Groenlandia, la progressiva riduzione dell’impegno nelle strutture della NATO e il sostanziale disimpegno dal conflitto in Ucraina. Allo stesso tempo, la Cina utilizza la propria enorme forza economica per estendere la propria influenza geopolitica in tutti i continenti, sostenere potenze autocratiche ostili agli interessi europei, a partire dalla Russia, e mettere sotto pressione l’industria europea grazie alla sua straordinaria capacità produttiva, al quasi monopolio delle terre rare e al significativo vantaggio tecnologico accumulato nell’ultimo decennio. Sullo sfondo, la Russia continua il proprio tentativo di restaurazione neo-imperiale attraverso la guerra in Ucraina, mentre il quadro internazionale è ulteriormente aggravato dalle tensioni in Medio Oriente e dall’indebolimento progressivo delle istituzioni multilaterali.
Si tratta di un momento estremamente pericoloso per l’Unione, che tuttavia può rappresentare anche un punto di svolta. Le nuove condizioni geopolitiche costringono infatti l’opinione pubblica e le leadership nazionali a mettere in discussione il modello che ha guidato il processo di integrazione negli ultimi trent’anni: la costruzione di un grande mercato privo di molti degli attributi tipici della statualità; un modello economico fondato sulla centralità delle esportazioni; una dipendenza strutturale da potenze esterne per la sicurezza e l’approvvigionamento energetico; una cronica insufficienza di investimenti nei settori strategici, che ha progressivamente ampliato il ritardo tecnologico europeo rispetto ai principali concorrenti globali.
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L’Europa ha urgentemente bisogno di una svolta. Le risorse e le capacità necessarie per uscire dall’impasse esistono già, ma devono essere mobilitate. Le misure da adottare sono note e Draghi le ha illustrate più volte, a partire dal suo rapporto sulla competitività europea. Ancora una volta, ad Aquisgrana, ne ha ricordato i punti essenziali: l’Unione deve mobilitare risorse su una scala senza precedenti, orientando verso investimenti produttivi interni una parte significativa dei risparmi europei che oggi finanziano prevalentemente l’economia statunitense; deve completare il mercato unico, superando le frammentazioni che ancora caratterizzano energia, finanza, telecomunicazioni e servizi; deve costruire una domanda europea capace di sostenere la crescita delle industrie strategiche e favorire la nascita di campioni industriali continentali; deve colmare il ritardo tecnologico attraverso investimenti massicci nelle infrastrutture digitali, nei data center, nell’intelligenza artificiale e nelle tecnologie avanzate; infine, deve ridurre le proprie dipendenze strategiche, sia sul fronte energetico sia su quello delle materie prime critiche e delle tecnologie necessarie alla transizione verde, rafforzando così la propria autonomia economica, industriale e geopolitica.
Eppure, questo non è il punto centrale del messaggio pronunciato ad Aquisgrana. Il problema non è più comprendere che cosa fare, bensì capire perché l’Europa continui a non farlo, o quantomeno non con la rapidità e l’intensità necessarie. L’analisi di Draghi è impietosa: il vero ostacolo non è la mancanza di ambizione politica, ma i meccanismi decisionali che trasformano le decisioni in azione concreta. «Gli accordi vengono elaborati attraverso comitati che diluiscono e ritardano finché il risultato non assomiglia più a ciò che era stato previsto. Il risultato è un’azione talmente inadeguata alla portata della sfida da risultare peggiore dell’inazione». Si crea così un circolo vizioso in cui «la debolezza nella realizzazione erode la legittimità, e la debolezza della legittimità rende la realizzazione ancora più difficile».
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Per spezzare questo meccanismo è necessaria una forte iniziativa politica. Un gruppo di Paesi che condivida la consapevolezza della gravità della situazione e l’ambizione di rilanciare il progetto europeo deve essere disposto a procedere insieme. Draghi definisce questo approccio “federalismo pragmatico”. Il modello di riferimento è quello della moneta unica, probabilmente il più importante esempio storico di integrazione differenziata riuscita. Di fronte all’impossibilità di raggiungere un accordo unanime tra tutti gli Stati membri, un gruppo di Paesi decise di procedere comunque lungo la strada dell’unificazione monetaria, creando istituzioni nuove e dotate di poteri reali. La Banca centrale europea non è un semplice organismo di coordinamento tra banche centrali nazionali, ma una vera autorità sovrana capace di adottare decisioni vincolanti per centinaia di milioni di cittadini.
Il federalismo pragmatico proposto da Draghi si muove nella stessa direzione. Non parte da una grande riforma istituzionale da adottare all’unanimità, bensì dall’identificazione di alcuni interessi strategici comuni — difesa, energia, innovazione, tecnologie avanzate, approvvigionamento di materie prime critiche — e dalla costruzione di strumenti europei tra un gruppo compatto di Paesi membri che vogliano agire efficacemente in questi settori. L’obiettivo non è aggirare l’Unione europea, ma consentirle di evolvere attraverso risultati concreti.
La novità di questo approccio consiste nel superare la tradizionale contrapposizione tra europeismo e intergovernativismo. Per decenni l’Unione europea è rimasta paralizzata dal tentativo di conciliare le ambizioni dei Paesi favorevoli a una maggiore integrazione con le resistenze di quelli più scettici o apertamente ostili al progetto europeo. Il risultato è stato un processo decisionale estremamente lento, nel quale l’unanimità è stata raggiunta soltanto in situazioni eccezionali, come nel caso della creazione del debito comune durante la pandemia. Draghi propone una terza via: costruire gradualmente nuove capacità europee tra un gruppo di Paesi nei settori strategici, lasciando che il successo delle iniziative ne rafforzi nel tempo la legittimazione politica.
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In questo senso il federalismo pragmatico si distingue tanto dal sovranismo quanto dall’europeismo tradizionale. Dal primo perché rifiuta l’idea che gli Stati nazionali possano affrontare da soli le sfide della competizione globale. Dal secondo perché prende atto che il metodo funzionalista seguito negli ultimi decenni sta incontrando limiti sempre più evidenti. La questione non è più se serva o meno una maggiore integrazione europea, ma se essa possa essere realizzata abbastanza rapidamente da consentire all’Europa di restare un attore rilevante nello scenario internazionale.
È probabilmente questo il significato più profondo del discorso di Draghi ad Aquisgrana. Di fronte a un mondo sempre più competitivo e instabile, l’Europa non può limitarsi a difendere l’esistente. Le leadership più lungimiranti degli Stati membri, con il sostegno delle istituzioni europee, devono dotarsi degli strumenti necessari per agire. Per farlo, serve unire visione e concretezza: il federalismo traccia il percorso chiarendo il traguardo, e quindi indicando anche il metodo; le sfide concrete dettano l’agenda, dalla difesa alla tecnologia, all’energia. Solo maturando la consapevolezza che per rispondere alle sfide esistenziali bisogna approdare alla federazione, e quindi avviando un progetto coerente di avanguardia che porti a mettere in campo risposte efficaci, gli europei potranno “di nuovo trasformare le crisi in unione”.
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