Lo scoppio della terza guerra del golfo con l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele al regime degli ayatollah in Iran ha accelerato ulteriormente il processo di destabilizzazione dell’ordine globale sotto molteplici aspetti. Innanzitutto, questa guerra segna l’ennesima grave violazione delle norme internazionali sul divieto dell’uso della forza tra gli Stati, normalizzando sempre di più la legge del più forte e legittimando indirettamente l’uso della violenza da parte di potenze autoritarie, a partire dal regime di Vladimir Putin, ancora impegnato nel tentativo di piegare la resistenza ucraina e proiettare il suo progetto neo-imperiale sul resto dell’Europa.
In secondo luogo, l’attacco all’Iran destabilizza profondamente l’equilibrio geopolitico dell’intera regione mediorientale, innescando una dinamica di escalation che tende rapidamente a estendersi oltre i confini iniziali del conflitto. Nonostante l’inferiorità sul piano militare e tecnologico, il regime iraniano ha dimostrato una notevole resilienza e una significativa capacità di azione asimmetrica. Gli attacchi contro diversi Paesi vicini — tra cui Turchia, Iraq, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Kuwait, Bahrein e Oman — rispondono alla logica di ampliare la spirale conflittuale regionale, aumentando al contempo il costo politico del conflitto per gli attori coinvolti.
Gli effetti economici della guerra, poi, rischiano di essere ancora più gravi. La chiusura per oltre un mese dello stretto di Hormuz — snodo cruciale per il transito delle forniture energetiche nella regione — ha già innescato una corsa del costo del gas e del petrolio a livello globale, con effetti a catena su produzione industriale, trasporti e inflazione. In un contesto internazionale già segnato da fragilità strutturali e tensioni commerciali, la guerra in Iran rischia di innescare rapidamente una crisi sistemica capace di colpire in modo asimmetrico, ma diffuso, tutte le economie del mondo.
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