World Happiness report misura la soddisfazione di vita ….
Il World Happiness Report (WHR) è una pubblicazione annuale che misura la soddisfazione di vita in circa
150 Paesi e analizza come variabili socioeconomiche e sociali contribuiscano al benessere percepito. Il
progetto, avviato dopo una risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU del 2011 su proposta del Bhutan,
è curato da un gruppo di economisti e ricercatori, tra cui John F. Helliwell, Richard Layard e Jeffrey D. Sachs.
Il WHR si basa sui dati del Gallup World Poll, che raccoglie valutazioni soggettive della qualità della vita su
una scala da 0 a 10; la media delle risposte costituisce l’Happiness Score a livello nazionale E utilizza come
misura principale della felicità la cosiddetta life evaluation, ovvero la valutazione che gli individui danno
della propria vita nel suo complesso, solitamente rilevata tramite una scala numerica (da 0 a 10). Questo
indicatore ha il vantaggio di cogliere una dimensione soggettiva del benessere che non può essere ridotta a
parametri puramente economici, come il reddito o il PIL pro capite.
Per spiegare le differenze tra Paesi, il rapporto utilizza un set di variabili esplicative ricorrenti: PIL pro capite
(misura del reddito medio nazionale); Supporto sociale (esistenza di una rete di aiuto in caso di bisogno);
Aspettativa di vita in buona salute; Libertà di scelta (percezione di poter prendere decisioni importanti);
Generosità (donazioni, volontariato); Percezione della corruzione. Queste variabili vengono impiegate in
modelli statistici per stimare quanto ciascuna contribuisca allo score di felicità.
I Paesi nordici, e in particolare la Finlandia, occupano stabilmente le prime posizioni della classifica,
caratterizzati da elevata fiducia sociale, welfare robusto e bassi livelli di corruzione. Il rapporto evidenzia
inoltre tendenze sociali emergenti: la diminuzione della fiducia in alcune aree, l’aumento della solitudine
tra i giovani e la correlazione positiva tra atti di generosità e benessere collettivo. Alcuni indicatori
comportamentali — per esempio la frequenza dei pasti condivisi — risultano associati a livelli più alti di
soddisfazione di vita. Per quanto riguarda l’Italia, il posizionamento nella classifica è spesso intermedio; il
rapporto segnala punti di debolezza come una minore propensione alla donazione e al volontariato
rispetto ai Paesi più felici.
L’intento originario del WHR era dimostrare che il PIL da solo non coglie il benessere complessivo. I risultati
mostrano però che il PIL pro-capite rimane una componente importante nella spiegazione della
soddisfazione di vita: molte variabili “non economiche” (salute, supporto sociale, aspettativa di vita) sono a
loro volta correlate al livello di sviluppo economico e alla qualità del welfare. In sintesi, il PIL non è l’unica
determinante, ma è spesso una condizione abilitante per altri fattori di benessere.
Vi sono alcuni limiti che possono inficiare la validità del report, lo score si basa su autovalutazioni che
possono variare per norme culturali o aspettative; le correlazioni tra PIL e altri fattori non implicano
relazioni causali semplici; molte variabili sono interconnesse; in alcuni Paesi i campioni possono essere più
limitati o meno omogenei, influenzando la precisione delle stime. Ma uno degli aspetti più rilevanti del
World Happiness Report è il superamento di una concezione esclusivamente economica dello sviluppo. Il
rapporto mostra come paesi con livelli simili di reddito possano presentare gradi di felicità molto diversi, a
seconda della qualità delle politiche sociali, del capitale sociale e della fiducia collettiva.
Il World Happiness Report ha spostato il dibattito pubblico verso una valutazione più ampia del progresso
sociale: la felicità è un indicatore multidimensionale che richiede politiche integrate, capaci di combinare
crescita economica, servizi pubblici efficaci e capitale sociale. Le conclusioni del Report hanno importanti
ricadute sul piano delle politiche pubbliche. Se la felicità dipende da una pluralità di fattori, allora le
strategie di sviluppo non possono limitarsi alla crescita economica, ma devono includere investimenti in
sanità e istruzione, rafforzamento delle reti di protezione sociale, promozione della partecipazione e della
fiducia nelle istituzioni, riduzione delle disuguaglianze e della corruzione. La soddisfazione della vita diventa
così non solo un indicatore descrittivo, ma anche uno strumento normativo, utile per orientare le scelte
politiche verso obiettivi di benessere complessivo.
MAURIZIO DONINI