Attualità a cura di Maurizio Donini

La contrattazione nel mercato terziario

Il terziario di mercato è il settore più dinamico dell’economia contemporanea. Include servizi offerti in

cambio di un corrispettivo economico: dalla consulenza alle vendite, dalla ristorazione ai trasporti, fino alla
formazione privata. Fare contrattazione in questo contesto non è solo una questione tecnica, ma una vera
e propria arte relazionale. Il terziario di mercato comprende i servizi privati a pagamento offerti da imprese
e professionisti; settori come commercio, turismo, logistica, finanza, marketing, formazione; attività
orientate al profitto, spesso in forte concorrenza. Qui, la contrattazione assume un ruolo strategico:
definisce le condizioni di lavoro, le retribuzioni, i carichi e orari, ma anche le prospettive di crescita
professionale. La contrattazione collettiva in questo settore copre complessivamente 5,1 milioni di
lavoratori, a fronte dei 2,6 milioni coperti dalla contrattazione nel settore metalmeccanico e i 550mila del
settore chimico farmaceutico. Nel computo dei 2,6 milioni si considerano i settori commercio,
distribuzione, pubblici esercizi, alberghiero, i servizi di vigilanza e immobiliari, i servizi tecnico-professionali,
i servizi estetici e gli impianti sportivi. Se a questi si aggiungono anche i servizi finanziari e assicurativi, i
servizi educativi e socio-sanitario-assistenziale, il lavoro pubblico e tutto quanto è “terzo” rispetto a
manifattura e agricoltura, allora parliamo di almeno 11 milioni di occupati. Il terziario, nel suo insieme,
esprime il 46,7% del valore aggiunto dell’economia nazionale e il 37,4% del valore della produzione.
Contrattare significa negoziare tutta una serie di tipologie afferenti diritti e doveri tra datore di lavoro e
lavoratori; equilibrare esigenze economiche, organizzative e sociali; promuovere accordi equi e sostenibili.
Nel terziario di mercato, la contrattazione si concretizza spesso in contratti collettivi (nazionali o aziendali),
ma anche in accordi individuali. Esistono molte problematiche in questo campo, dalla frammentazione del
lavoro con orari flessibili, part-time, lavoro a chiamata rendono difficile una negoziazione uniforme; è
presente un’alta competitività: le aziende sono spinte a contenere i costi, a volte a scapito della qualità del
lavoro; l’avanzare della digitalizzazione con la nascita di nuove professioni e modalità di lavoro (es. smart
working) richiedono aggiornamenti contrattuali costanti; lo scarso potere contrattuale dei lavoratori nei
settori meno organizzati. È necessario un dialogo continuo tra lavoratori, sindacati e imprese; una
formazione sindacale su diritti, tecniche negoziali, lettura dei bilanci aziendali; un continuo monitoraggio
dei bisogni reali dei lavoratori: non solo salario, ma anche stabilità, conciliazione vita-lavoro,
riconoscimento; l’utilizzo di piattaforme digitali per informare, coinvolgere e coordinare i lavoratori.
In un mondo globalizzato, anche le aziende del terziario competono su scala mondiale. Questo apre nuove
sfide riguardo fare dumping contrattuale e delocalizzazioni; la necessità di standard minimi internazionali;
un efficace dialogo tra sindacati europei e globali. Fare contrattazione nel terziario di mercato significa
dare voce ai lavoratori in un ambito in continua trasformazione. Significa costruire relazioni basate sul
rispetto e sull’equilibrio tra efficienza aziendale e benessere individuale. Solo così si può garantire un
lavoro dignitoso e sostenibile.
L’indagine di ADAPT evidenzia che su oltre 1.000 contratti collettivi nazionali depositati nell’archivio
pubblico del CNEL al 31 dicembre 2024, più di 250 ricadono nell’ambito del terziario, ma solo 37 registrano
un minimo tasso di applicazione, intendendosi così quei CCNL che si applicano ad almeno l’1% del totale
dei lavoratori del settore. Il resto dei CCNL ha un tasso di copertura irrisorio, trovando applicazione ad un
numero sparuto di imprese e lavoratori, in zone peraltro geograficamente circoscritte. Da questo primo
dato, è possibile desumere anzitutto che – come la ricerca dimostra – un’ampia parte della contrattazione
detta pirata ha altre finalità e cioè quella di ottenere un “bollino pubblico” (il codice contratto) che
consente poi a questi attori, poco o nulla radicati nel nostro sistema di relazioni industriali, di entrare nel
redditizio mercato dei servizi da erogare a imprese e lavoratori (dalla sicurezza alla formazione e ai
patronati) mediante sistemi bilaterali e altri organismi contrattuali che ricevono un riconoscimento
istituzionale. Inoltre, dei 37 CCNL che trovano applicazione almeno all’1% dei lavoratori del macro-settore,

solo 18 contratti collettivi sono firmati dai sindacati comparativamente più rappresentativi (CGIL, CISL e
UIL), sebbene questi coprano il 96% dei lavoratori del settore. I restanti contratti (in tutto, 19) si pongono
in netta concorrenza con quelli firmati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più
rappresentative, generando un divario retributivo annuo lordo che oscilla in media tra i 3000 e 4000 euro e
una perdita di contribuzione che in alcuni casi supera i 1500 euro annui. Sono queste le principali perdite
che possono colpire i lavoratori del terziario (quali sono ad esempio i cassieri, camerieri, macellai,
magazzinieri, banconisti, vetrinisti, cuochi, hostess) quando viene applicato loro un “contratto pirata”, cioè
un contratto collettivo firmato da organizzazioni sindacali poco o per nulla rappresentative e che
presentano carenze normative ed economiche rispetto ai CCNL leader, come di recente chiarito anche
dalla magistratura. Nell’ambito del settore del commercio, ad esempio, un cassiere o un commesso, che
dovrebbe percepire una retribuzione annua lorda almeno pari a 25.000 euro circa, rischia di vedersi
decurtare la retribuzione di almeno 4.500 euro laddove il datore di lavoro applichi il CCNL sottoscritto da
Anpit e Cisal per le imprese del commercio. Allo stesso rischio sono esposte molte altre figure
professionali: il macellaio specializzato, ad esempio, che avrebbe diritto ad una retribuzione annuale lorda
pari almeno a 27.800 euro, potrebbe percepire poco più di 22.000 annui lordi in ragione dell’applicazione
del CCNL sottoscritto da Anpit. E così anche il magazziniere, che rischia una perdita sulla retribuzione
annua lorda che sfiora gli 8.000 euro, e il salumiere, che potrebbe percepire una retribuzione decurtata di
circa 5.000 euro.
MAURIZIO DONINI