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Infolampo: previdenza – pensioni

previdenzaPrevidenza, la proposta del governo costa 61 milioni
L’analisi della Cgil: l’esenzione dall’aumento dell’età pensionabile coprirà soltanto 4.305 persone, il
2,18% delle uscite anticipate. “Le cifre parlano chiaro: gli impegni con le organizzazioni dei lavoratori
sono stati disattesi”
La proposta del governo sulle pensioni è considerata insufficiente da parte della Cgil, sia dal punto di
vista delle misure presentate sia da quello dei lavoratori coinvolti. L’esenzione dall’aumento dell’età
pensionabile coprirà infatti solo 4.305 persone, il 2,18% delle
uscite per pensionamento anticipato e di vecchiaia. È quanto
emerge da un’analisi effettuata dall’ufficio previdenza della
confederazione di corso d’Italia sulla proposta che l’esecutivo
ha illustrato ai sindacati nell’incontro del 13 novembre
scorso.Anche quanto previsto per la previdenza
complementare, però, avrà un impatto irrisorio”, afferma
inoltre Ezio Cigna, responsabile previdenza pubblica della
Cgil nazionale. Lo studio, in effetti, mette in evidenza i costi
aggiuntivi per lo Stato e le platee dei lavoratori coinvolti nel
triennio 2018-2020, e come solo due delle sette misure
previste nel pacchetto dell’esecutivo, l’esenzione
dall’innalzamento dell’età pensionabile e la previdenza
integrativa nel pubblico impiego, abbiano un’incidenza dal
punto di vista dell’impegno economico. Per quanto riguarda
la prima, la Cgil denuncia che la platea interessata
dall’esonero risulterà esigua: per via dei criteri proposti e per
il fatto che molti lavoratori accederanno prima alla pensione
anticipata soltanto 3.639 lavoratori nel settore privato e 666
nel settore pubblico saranno esclusi dall’aumento di cinque mesi legato alle aspettative di vita, ossia poco
più del 2% delle uscite per pensionamento anticipato e di vecchiaia in un anno. Il costo di tale novità
impatterà sul sistema previdenziale solo a partire dal 2019, e nel triennio sarà pari a euro 46.066.611.
Le misure sulla previdenza complementare, ossia l’equiparazione fiscale per i dipendenti pubblici e il
silenzio/assenso per le nuove e future assunzioni nel pubblico impiego, invece, nel triennio incideranno
per 11.500.722 euro a causa delle minori entrate Irpef per lo Stato, e per 4.272.840 euro per la percentuale
a carico del datore di lavoro pubblico a causa dell’aumento stimato delle adesioni (1,4% annuo). Costo,
quest’ultimo, peraltro già contrattualizzato e quindi non aggiuntivo rispetto alla proposta.
Il totale dei costi del pacchetto ammonta quindi a 61.840.173 euro così distribuiti: 4.539.174 euro nel
2018, 26.193.862 euro nel 2019 e 31.107.137 nel 2020.
“L’irrilevanza delle proposte del governo sulle pensioni, evidenziata dai dati concreti – dichiara il
segretario confederale della Cgil Roberto Ghiselli – conferma che gli impegni sottoscritti l’anno scorso
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Pensioni, colpiti giovani e donne: dal governo pochi passi
avanti
Fare previsioni sull’esito di un negoziato in corso è per definizione un rischio, che a volte può portare a
prendere colossali cantonate. Correrò questo rischio, riguardo al confronto col governo in materia
previdenziale, azzardando che alla fine (sabato prossimo, 18 novembre), e aldilà di come le proposte del
governo saranno valutate dalle organizzazioni sindacali, il piatto sarà vuoto per chi ha ed ha avuto
carriere lavorative discontinue, per la maggior parte rappresentati da giovani e donne.
di Claudio Treves
Avanzo quest’ipotesi in quanto il tema è scomparso dalle proposte del governo. Invece il dibattito
pubblico si è subito posizionato sull’invettiva al sindacato confederale che sarebbe unicamente interessato
alle prospettive pensionistiche dei “vecchi” lavoratori a tempo pieno, e si disinteresserebbe dei giovani,
sulla cui spalle starebbe anzi per scaricare gli eventuali vantaggi che potrebbe conseguire in tema, ad
esempio, di adeguamenti automatici dell’età di pensionamento in relazione alla (supposta) accresciuta
speranza di vita.
Roma, 03/06/2015: utenti in fila nella sede INPS di via Amba Aradam foto © Andrea Sabbadini
Si ritrovano in questa compagnia i maggiori quotidiani, il presidente dell’Inps, commentatori vari sempre
pronti a chiosare le azioni di Cgil-Cisl-Uil, e ugualmente distratti quando si introducono strumenti che
irrigidiscono il sistema previdenziale (riforma Monti-Fornero in primis) a danno in primo luogo di quanti
hanno carriere discontinue. I nostri commentatori, ad esempio, hanno mai discusso e divulgato la proposta
che è stata alla base della cosiddetta “Fase 2” del confronto col governo, ossia la proposta di una
“pensione contributiva di garanzia”?
Già, perché lì si sarebbe scoperto che proprio il sindacato confederale ha provato ad interrogarsi su una
delle conseguenze della riforma Monti/Fornero, ossia i suoi nessi con un mercato del lavoro divenuto nel
tempo drammaticamente “flessibile”. E tale quindi da prospettare a molti lavoratori un susseguirsi di
periodi di lavoro, di non lavoro, di lavori con poche ore e/o con bassi salari. Tutto ciò, a fronte di un
sistema di calcolo contributivo che per definizione “fotografa” quanto si è versato e calcola su quel
montante l’importo della pensione (in relazione alla speranza di vita), che cosa avrebbe significato per le
prospettive previdenziali di quanti sono entrati nel mondo del lavoro dopo il 1996 (ossia ormai 21 anni
fa?). Ebbene, senza mettere in discussione il sistema, noi abbiamo proposto di identificare un livello
“socialmente accettabile” di pensione (da calcolarsi come il 60% della media retributiva? Oppure in un
valore assoluto indicato come adeguato?) che dovrebbe essere assicurato integrando, se necessario, il
montante contributivo del singolo con il concorso della fiscalità generale. Il costo, essendo una previsione
che riguarderà persone che andranno in pensione non prima del 2035, sarebbe tranquillamente sostenibile
per il bilancio pubblico, e costituirebbe comunque un tema di confronto interessante con la Commissione
europea, la quale di solito usa i giovani quale categoria da “valorizzare” quando si tratta di valutare le
sempre eccessive “rigidità” delle tutele in essere, ma si scorda spesso di riflettere sul futuro previdenziale
delle nuove figure flessibili.
Ebbene, di tutto questo capitolo al tavolo non c’è mai stato nulla da parte del governo, se si eccettua una
breve apparizione (inizio settembre), poi rapidamente scomparsa, di un’ipotesi alternativa elaborata dagli
uffici governativi, tendente a intervenire sul meccanismo di cumulo tra lavoro e assegno sociale, dando
quindi per scontata l’intoccabilità del sistema.
E per carità di patria taccio sulla modalità di riconoscere alle donne il lavoro di cura: qualche mese in
relazione alla presenza dei figli …per conseguire l’APE sociale da parte di quelle donne rientranti nelle
categorie/fattispecie destinatarie di quella misura! (Alla faccia del riconoscimento strutturale del lavoro di
cura).
Se poi si volesse indagare la prospettiva previdenziale per gli iscritti alla gestione separata Inps
(collaboratori, partite iva, assegnisti di ricerca, ecc.), uno studio del NidiL-Cgil sugli iscritti a quella
gestione, purtroppo su dati 2014, presenta importanti elementi che qualsiasi governo dovrebbe valutare: fa
un certo effetto vedere come su 465.354 collaboratori, 105.473 (39.821 maschi e 65.652 femmine) pur
avendo contribuito alla gestione separata (contributi versati per €16.594.781) si ritrovano con 0 (zero!)
mensilità accreditate. Non meno rilevante la classe che va da 1-5 mensilità pari a 186.521 contribuenti
(77.718 maschi e 108.803 femmine). Sono invece 85.412 quelli che hanno accreditate mensilità
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