Percorsi nell’Adriatico
di Marco Affronte
I dati relativi al numero di tartarughe pescate ogni anno in queste acque sono veramente impressionanti. Si parla di migliaia di esemplari, così come i conteggi derivanti dal monitoraggio degli esemplari spiaggiati mostrano appunto la presenza di una popolazione veramente molto ben nutrita.
D’altro canto sappiamo che questi animali non vengono in queste acque spinti da motivi legati alla riproduzione, dal momento che non ci sono spiagge di deposizione delle uova conosciute sulle coste dell’Amarissimo, tranne sporadicamente in Puglia.
Sappiamo inoltre che la classe di taglia degli esemplari che transitano da queste parti copre un range abbastanza ben definito di individui molto giovani, giovani o sub-adulti. Gli adulti sono rari o occasionali.
L’Adriatico quindi è quello che si definisce un feeding ground, cioè un territorio di alimentazione: cibo a volontà e pochi pericoli, a parte l’uomo, tanto per semplificare. Dunque nelle nostre acque si parla di un transito, cioè di movimenti di animali che risalgono da sud e stazionano qua per periodi più o meno lunghi, siano essi una stagione o qualche anno. E frequenti sono i ritorni, come vedremo più avanti.
Diventa dunque interessante studiare i flussi migratori delle tartarughe comuni in Adriatico. Può sembrare quasi superfluo questo tipo di studio, in quanto, essendo l’Adriatico un mare chiuso su tre lati, o questi animali restano qui oppure ovviamente se ne escono dall’unico passaggio possibile, cioè a sud. In realtà queste ricerche danno molte altre informazioni sulla biologia di questi animali: basta solo pensare al confronto fra la “rotta” tracciata e le temperature dell’acqua, o la direzione delle correnti, o la differenza di comportamento fra animali piccoli e grandi, e altro. In tempi relativamente recenti, l’impiego di trasmettitori satellitari ha aperto un campo di ricerca molto ampio e interessante.
Le targhette
Questi strumenti sono relativamente giovani e vengono utilizzati con frequenza solo da pochi anni, da quando cioè la tecnologia ha consentito di raggiungere due risultati fondamentali: la riduzione delle dimensioni, ora sono più piccoli di un pacchetto di sigarette, e l’abbassamento dei costi. Gli spostamenti delle tartarughe in mare non sono invece una curiosità e un interesse così recente e quindi, prima dell’avvento di queste tecnologie, si utilizzavano strumenti molto più rudimentali per studiare le migrazioni delle tartarughe. Le targhette, o tags, possono essere di metallo o di plastica e vengono applicate alle zampe delle tartarughe pescate o spiaggiate, oppure alle femmine adulte che si spostano in spiaggia per deporre le uova. Se la tartaruga viene ritrovata, allora possiamo scoprire dove è finita. I tags danno informazioni molto semplici: dove è stata marcata, dove è stata ritrovata, quanto tempo è passato e di quanto, nel frattempo, la tartaruga è cresciuta.
Ogni anno vengono marcate, in Mediterraneo, migliaia di tartarughe e i ritrovamenti sono sull’ordine del 3-4%. Uno sforzo enorme quindi, per un risultato tutto sommato limitato.
Abbiamo detto che uno dei momenti migliori per marcare le tartarughe è chiaramente quando queste escono per deporre le uova. In Grecia, che rappresenta il sito di deposizione più vicino all’Adriatico e il più importante del Mediterraneo, l’attività di marcatura è intensa. Negli ultimi anni sono state ben 35 le tartarughe trovate in Adriatico con targhette provenienti dalla Grecia. Di queste 27 sono state ripescate nelle acque croate, due in Montenegro e una in Slovenia. Questo è ovvio in quanto la corrente in Adriatico sale lungo le coste orientali, dalla Grecia verso Albania, Montenegro e Dalmazia, e scende lungo le coste italiane. Quattro sono state ritrovate nel ravennate-ferrarese e una a Cesenatico. Da notare che molti di questi ritrovamenti sono stati compiuti ad anni di distanza dal rilascio della tartaruga con due “record”: una tartaruga marcata nel 1996 a Kiparissia in Grecia e ritrovata nel 2004 a Porto Garibaldi e una marcata a Kifisa, sempre in Grecia, nel 1988 e ritrovata dopo nove anni, nel 1997, Punta Marina (RA).
Ci sono poi le tartarughe marcate in un programma condotto dall’associazione Archè di Ferrara, in collaborazione con i pescatori di Porto Garibaldi (FE). Otto tartarughe di questo progetto sono state ritrovate generalmente non troppo lontano dall’area di marcatura: Ravennate, Cesenatico, Rimini, Fano e due viaggi più lunghi: una a Roseto e una a Porec, in Croazia. Altri ritrovamenti interessanti sono quelli per esempio di una tartaruga marcata in Puglia e ritrovata ben cinque anni dopo a Cesenatico, e un esemplare marcato a Pirano e ritrovato cinque mesi dopo a Ravenna. Recentissimi (giugno 2007) sono invece altri due interessanti ritrovamenti: una tartaruga trovata il 5 giugno scorso a Cesenatico era stata marcata nell’ottobre del 1999 nello Ionio settentrionale. Al momento del rilascio aveva un amo nello stomaco che non le ha però impedito, a quanto pare, di vivere per altri otto anni.
Un’altra tartaruga, ritrovata invece il 13 giugno, era stata marcata in Tunisia. Come si vede una situazione molto fluida e anche difficile da indagare, ma ogni tartaruga ritrovata aggiunge una microscopica tesserina al complesso puzzle della biologia di questi antichi rettili marini.
[...] il resto dell’articolo nel numero 5 di Adriatico (per ordinare gli arretrati tel. 0444 450693)

