Il progetto del Nuovo Trionfo
di Stefano Cotrozzi
Che Venezia non abbia barche storiche sembra quasi un controsenso… eppure la storia del Nuovo Trionfo potrebbe nascere proprio da qui, dall’idea di salvare una barca per rilanciare la cultura e l’identità marinara della città lagunare che stanno scomparendo.
“Lei” proprio veneziana pura non è, visto che è stata costruita nel lontano 1926 in Romagna nel cantiere Cattolichino di Fernando Ubalducci, ed è un trabacolo lungo 18 metri, dotata di due alberi con vele auriche e una stazza di 25 tonnellate.
“Salvare questo trabacolo - spiegava l’anno scorso ai giornali il presidente della Compagnia Alfredo Zambon - significa salvare un pezzo del nostro passato mettendolo a disposizione dei veneziani di oggi e domani”.
L’operazione di acquisto del Nuovo Trionfo è stata possibile grazie ad una mobilitazione generale che ha visto a Venezia, nel giro di circa un anno, l’adesione di tanti cittadini, principalmente aderenti ad associazioni culturali e nautiche.
Il Nuovo Trionfo è l’ultimo trabacolo ancora navigante nell’alto Adriatico.
Costruito in uno squero di Cattolica, per molti anni ha compiuto il suo dovere di barca da trasporto sulle rotte dell’alto Adriatico, in particolare trasportando sabbia tra Trieste e Monfalcone.
Durante l’ultima guerra, munito di una mitragliera, trasportò le truppe italiane in Albania. Nel dopoguerra funzionò da pontone per il dragaggio dei porti. Nel 1971 fu comperato dall’austriaco Hugo Herrmann che lo trasformò in una nave scuola. Herrmann, uomo di grande cultura e competenza marinara, dal 1977 si occupò del suo restauro, risistemando anche gli interni con arredi originali e grazie a questo intervento il trabacolo è giunto fino a noi in buone condizioni.
Nel 2007 il Nuovo Trionfo era ormeggiato nel porto di Grado con il cartello in vendita e rischiava, come tanti altri trabacoli, di finire a marcire in qualche darsena.
Il prezzo di vendita era di 160 mila euro, ma ne servivano altri 150 per poterlo restaurare.
“Noi l’abbiamo acquistato a febbraio del 2008 - ci racconta Zambon - attraverso il contributo di oltre 90 soci, vincendo la concorrenza di altri che avevano la stessa intenzione.
L’abbiamo portato a Venezia dove abbiamo trovato ospitalità per l’ormeggio all’Isola del Lazzaretto Nuovo.
Abbiamo iniziato alcuni graduali lavori di restauro in base alle nostre risorse finanziarie; per fortuna l’opera viva era a posto, mentre abbiamo subito effettuato un intervento di protezione dalle infiltrazioni di acqua piovana che entrava soprattutto dal ponte.
Adesso stiamo continuando gradualmente questo lavoro di restauro, ad iniziare dal rifacimento della parte prodiera dove vogliamo ripristinare gli occhi, che sono la parte più evidente e caratteristica del trabacolo.

La barca, comunque, sta già navigando. Il nostro scopo è quello di utilizzare l’imbarcazione per attività formative, didattiche e di tempo libero, in modo da autofinanziarsi. Nelle nostre intenzioni, il lavoro di restauro potrebbe essere il primo passo per realizzare a Venezia una cittadella della marineria tradizionale dove le barche storiche diventino uno strumento non solo per salvare sé stesse, ma per avviare attività formative per quelle professioni legate alla nautica tradizionale che stanno scomparendo, dai carpentieri ai fabbri, dai velai ai cordai ai motoristi.
Tutto questo potrebbe essere realizzato negli spazi dell’Arsenale in sinergia con l’Autorità portuale, l’Assonautica e il Polo Nautico, recentemente avviato dalla Provincia di Venezia.
In fondo basta avere un po’ di fantasia e fare sistema per generare cose di pubblica utilità. E poi, diciamolo chiaro… basta copiare quello che già fanno all’estero da tanti anni e le cose diventano più semplici”.

