Infolampo: Ricostruzione – lavorare

By on gennaio 9, 2018

Ricostruzione, le denunce non bastano
Le procure aprono inchieste per caporalato, infiltrazioni mafiose e lavoro nero anche su denuncia del
sindacato. Ma per la Fillea non basta. Gorla: il Governo e il commissario devono accelerare
sull’introdzione del Durc e del settimanale di cantiere
Mafia e irregolarità nel cantiere più grande d’Italia: quello che riguarda la costruzione delle cosiddette
“casette” nei territori del Centro Italia colpiti dal terribile sisma di sedici mesi fa. Anche a seguito delle
denunce di Fillea e Cgil, l’Autorità anticorruzione di Cantone e le Procure di Macerata e Perugia hanno
avviato inchieste per ipotesi di reato gravissime, quali caporalato, lavoro nero e appalti assegnati a
imprese prive di certificato antimafia.
“Non ci basta denunciare, come abbiamo fatto nei mesi
scorsi e come continueremo a fare ogni volta che
troveremo situazioni di irregolarità e illegalità, noi
vogliamo che si ponga fine una volta per tutte alle
infiltrazioni di imprese furbette e criminali nel sistema
degli appalti per la ricostruzione post terremoto. Per questo
occorre che Governo e Commissario straordinario per la
ricostruzione accelerino su alcune decisioni ancora ferme”:
così Graziano Gorla, segretario nazionale della Fillea Cgil,
a proposito dello scandalo delle Sae, le “casette” costruite
nei paesi colpiti dal sisma dove, su denuncia della Fillea e
della Cgil, è stata avviata un’ inchiesta per caporalato,
lavoro nero e appalti assegnati ad imprese
“Siamo in presenza del cantiere pubblico più grande
d’Italia, è impensabile che si possano lasciare aperti varchi
alle infiltrazioni e al malaffare – prosegue Gorla – quei
varchi vanno chiusi al più presto, con l’introduzione di poche semplici regole, che sono da tempo sul
tavolo del Commissario straordinario alla ricostruzione e del Governo: introduzione del Documento unico
di regolarità Contributiva per congruità e settimanale di cantiere. Al riguardo il positivo confronto in atto
sul Durc di congruità deve concludersi nei prossimi giorni senza fare sconti a chi pensa a un sistema di
regole meno efficace di quanto già previsto dalla Regione Umbria”.
Per quanto riguarda il settimanale di cantiere “pur rendendoci conto delle difficoltà del momento,
invitiamo il Governo ad emettere senza più ritardi le terze linee guida antimafia contenenti la norma.
Norma che consentirebbe alle Casse edili territoriali di conoscere ogni venerdì il numero dei lavoratori
impegnati la settimana successiva in ogni singolo cantiere, rafforzando in tal modo i controlli preventivi
antimafia, quelli sulla regolarità contributiva, sul rispetto dei contratti e delle norme per la sicurezza. Solo
così sarà possibile coniugare la necessità di una ricostruzione rapida con la qualità delle opere, delle
imprese, del lavoro” conclude il segretario Fillea.
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“MAI PIÙ FASCISMI” Appello a
tutte le Istituzioni democratiche

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Lavorare meno, fare la fame (quasi) tutti
Lo slogan sindacale degli anni ’70 è stato realizzato dal capitalismo del terzo millennio, ma a suo modo.
Con l’ingresso sul mercato dei lavoratori dei paesi di nuova industrializzazione, in tutti quelli già
sviluppati va scomparendo il “posto fisso”, scendono le ore lavorate e calano le retribuzioni per la
maggioranza, mentre una quota minoritaria guadagna più di prima. E’ il risultato della grande svolta a
destra degli anni ‘80
di Carlo Clericetti

“Lavorare meno, lavorare tutti”. Quando
Pierre Carniti lanciò questo slogan, negli anni
’70, non poteva certo immaginare che il
capitalismo del terzo millennio lo avrebbe
realizzato, ma in modo molto diverso da quello
che il carismatico ex leader della Cisl aveva in
mente. In tutto il mondo – salvo eccezioni – le
ore lavorate in un anno per occupato scendono
e c’è più gente che lavora, ma non c’è traccia
del miglioramento della qualità della vita a cui
puntava Carniti; anzi, accade il contrario.
Da allora è passato quasi mezzo secolo, e
quello di oggi è un altro mondo. Il posto di
lavoro classico, sei o cinque giorni alla
settimana a tempo pieno, con un orario
sempre uguale e una relativa sicurezza che così sarebbe stato fino alla pensione, riguarda ormai sempre
meno persone. E solo una piccola minoranza dell’ultima generazione, quella che – se pure ci riesce –
passa da un precariato all’altro. E allora magari sono “occupati”, ma per spezzoni di lavoro, oppure tre
mesi sì e dopo chi lo sa. D’altronde si sa che la definizione statistica di “occupato” richiede solo che si sia
lavorato almeno un’ora retribuita nella settimana precedente alla rilevazione; e anche se – come ha
precisato il presidente dell’Istat Giorgio Alleva – coloro che si trovano in situazioni simili nella
rilevazione “pesano” pochi decimali, resta che una definizione basata su un requisito così minimale fa
rientrare tra gli occupati anche quelli che con quello che guadagnano non ci campano, che è poi la cosa
che conta.
Una ricerca di qualche anno fa della McKinsey (The world at work: Jobs, pay, and skills for 3.5 billion
people) diceva che tra il 1980 e il 2010 i lavoratori erano passati da 1,7 a 2,9 miliardi. Ma nel frattempo,
almeno nei paesi Ocse, cioè quelli più avanzati economicamente, si generalizzava una tendenza alla
riduzione delle ore lavorate. Ecco i grafici con l’andamento in alcuni paesi (la Corea da sola perché
partiva da un numero di ore talmente alto rispetto agli altri che avrebbe appiattito tutti gli altri andamenti).
Come si vede, dall’inizio del secolo la tendenza è in discesa dappertutto, persino in Germania, che nella
crisi non se l’è cavata tanto male. Fa eccezione solo il Regno Unito.
Anche l’Italia ha un andamento dissimile dagli altri, ma in questo caso perché è molto più accentuato. Gli
ultimi due governi hanno più volte menato vanto di aver fatto aumentare l’occupazione. Ora, a parte che
dopo un crollo come quello che c’è stato un rimbalzo è fisiologico, bisogna dire che questo rimbalzo ci
lascia ancora assai lontani dalla situazione che c’era prima della crisi. Sì, il numero di occupati è tornato
ai livelli del 2008, ma le ore lavorate restano pesantemente minori di allora. Nel 2007 erano state appena
meno di 460 milioni, nel 2016 hanno stentato a raggiungere i 428. E così le Ula, unità di lavoro standard a
tempo pieno, restano altrettanto pesantemente più basse: da più di 25 milioni sono passate a meno di 23,8.
In pratica, è come se ci fossero 1 milione e 355 mila posti a tempo pieno in meno. Ecco i dati in tre grafici
(nota metodologica: Ula e ore lavorate sono dati di contabilità nazionale e comprendono anche il lavoro
irregolare; quindi, per uniformità, abbiamo usato il dato analogo, che cioè comprende il lavoro irregolare,
anche per gli occupati, che risultano quindi quasi due milioni in più degli occupati regolari).
Questo lavoro diviso tra più persone, dunque, non è una conquista che nasca da lotte e rivendicazioni. E’
il risultato di una politica globale declinata poi in ciascun paese con tempi diversi che dipendono dalle
specificità di ognuno, ma, come si vede, la direzione è la stessa per tutti. La globalizzazione, con
l’apertura delle frontiere e la piena libertà di movimento dei capitali, ha messo in concorrenza i lavoratori
dei paesi più avanzati con un paio di miliardi di lavoratori dei paesi poveri, stroncando la forza
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