Infolampo: povertà – occupazione

By on July 12, 2017

ISTAT: AGRICOLTURA, AZIENDE NORD REGINE PRODUZIONE E VALORELa trappola della povertà da cui l’Italia non riesce a

uscire

A Roma sono spuntati i poveri con la scopa e la paletta. Arrivano a un angolo di marciapiede, sistemano

il loro zainetto vicino a un portone o a un albero e mettono in vista un piccolo bicchiere di carta per

l’elemosina e un grande cartello scritto in stampatello che spiega: mi voglio integrare, mi rendo utile,

pulisco la vostra strada. E infatti puliscono, fanno mucchietti di foglie secche, cicche e spazzatura, e poi,

molto lentamente, li tolgono di mezzo. Sono comparsi tutti insieme e i loro cartelli sono tutti uguali, con

un messaggio che non vuole impietosire ma convincere: io mi dò da fare.

di Roberta Carlini

Senza saperlo, stanno seguendo il mantra europeo sulle politiche contro la povertà, la linea scelta da

alcuni paesi negli anni ottanta e poi diventata ufficiale a

livello comunitario, che si chiama “attivazione”: chiede a

chi riceve risorse pubbliche di lavorare o fare formazione,

oppure mostrare di volerlo fare, prove alla mano. Un

principio che ha ispirato anche le social card e le altre forme

sperimentali di aiuto ai più poveri che abbiamo avuto negli

ultimi anni in Italia, e che connota già dal nome il reddito di

inclusione attiva (Rei), finalmente introdotto dopo anni di

attesa, al varo nel 2017.

L’Italia, pur essendo in testa in Europa sia per il rischio

povertà sia per l’incremento che ha avuto

negli anni della crisi, era rimasta l’unico paese dell’Unione a

non avere una misura universale nazionale per contrastarla:

adesso ce l’ha, anche se con pochi fondi.

Parliamo di un miliardo di euro per il 2017 e il 2018, ai

quali vanno aggiunti i fondi inutilizzati degli anni

precedenti, più un altro miliardo in sette anni per potenziare la rete de servizi. Poca cosa. Come ha

ricordato l’ufficio parlamentare di bilancio, servirebbero dai 5 ai 7 miliardi all’anno per raggiungere tutte

le famiglie sotto la soglia di povertà assoluta.

In ogni caso, non andranno ai poveri con la paletta, che sono quasi tutti immigrati appena arrivati; e

potranno coprire solo una parte delle persone sotto la soglia della povertà assoluta. Lo riceveranno, se

tutto va bene dal prossimo anno, 400mila famiglie, ancora una volta in forma di carta acquisti che arriverà

a 485 euro al mese per le famiglie con cinque componenti o più.

Ma come arriva quest’aiuto, cosa ne fanno le famiglie una volta che lo ricevono, cos’è, di fatto, la mitica

“attivazione” dei poveri? Capire come e se funzionerà è importante perché l’idea che lo ispira è anche una

delle idee alla base del “reddito di cittadinanza” proposto da alcune forze politiche italiane, e per farlo è

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Cgil, Landini entra in segreteria

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Se occupazione e natalità crescono insieme

Del rapporto annuale appena diffuso dall’Inps, si è parlato molto negli ultimi giorni per il buco di circa

37 miliardi che chiudere le frontiere ai migranti comporterebbe. Gli stranieri regolarmente occupati

sono una voce importante delle entrate erariali, e questo si sapeva, ma la cifra fa riflettere.

di Francesca Bettio, Claudia Bruno

Una novità, invece, il rapporto la contiene, e riguarda le donne.

Il volume dedica infatti per la prima volta un intero capitolo al nesso tra occupazione femminile e natalità,

finalmente centrando due punti chiave che riguardano la situazione in Italia e che su inGenere andiamo

ribadendo da tempo. Il primo è la cosiddetta correlazione inversa tra occupazione e natalità di cui alcune

di noi hanno iniziato a parlare ormai più di vent’anni fa, per prime in Europa e non solo, e cioè che nei

paesi in cui il tasso di occupazione è più elevato c’è anche una natalità più alta, e viceversa. L’Italia,

purtroppo sta nel viceversa, ma il messaggio è sempre quello, occorre intervenire su ciò che aiuta

riconciliare vita e lavoro. Il secondo punto è che non si deve guardare al gap salariale fra uomini e donne

– quello di cui invece si parla più spesso – bensì al gap di reddito, quello che per l’Italia è al 38 per cento

e che è molto simile al gap pensionistico. In Italia, cioè, la vera disparità con gli uomini è quanto la donna

“porta a casa” in media con il suo lavoro, e non quanto guadagna per ora lavorata. È una tesi che inGenere

va difendendo da qualche anno.

Dunque, sì, non neghiamo la soddisfazione che proviamo nel constatare che, magari tardi, magari per

canali indiretti, i problemi a cui alcune di noi hanno dedicato una vita di ricerca sono emersi come nodi

centrali nel dibattito.

I dubbi rispetto al rapporto sono invece tutti sul modo in cui si leggono gli effetti di due misure di

conciliazione – il cosiddetto “bonus infanzia” e il “bonus padri” – entrate in vigore negli ultimi anni per

incoraggiare natalità, occupazione femminile e condivisione dei carichi di cura.

Partiamo dal bonus infanzia. Questa misura, introdotta dalla legge di stabilità del 2014 e rivolta alle

nuove mamme e agli asili, prevede una somma che può arrivare fino a 600 euro mensili per sei mesi

spendibili in voucher per le baby sitter o per coprire le rette dell’asilo, a seconda di chi ne fa richiesta. Le

richieste di accesso al bonus sono state abbastanza numerose da esaurire la somma messa a disposizione

dal governo, e questa è già una buona notizia.

Quello che si vede dal rapporto è che la domanda individuale ha prevalso sulle domande da parte degli

asili e a richiedere il bonus sono state soprattutto le donne residenti al Sud che ci hanno pagato in voucher

le baby-sitter. Un dato interessante, questo, che sembra dirci che la misura ha centrato l’obiettivo,

considerando che al Sud l’occupazione delle donne è molto più bassa e che ci sono molti meno asili.

Cerchiamo di capire quali sono stati gli effetti sull’occupazione e sul reddito delle madri occupate. Dal

rapporto si evince che il bonus ha frenato l’uscita delle nuovi madri dall’occupazione. A partire dalla fine

dei sei mesi di maternità obbligatoria, per chi non ha usufruito del bonus il tasso di abbandono

dell’occupazione cresce in maniera sostanziosa e continua a crescere fino a superare il 20-25% a dodici

mesi, mentre per quelle che hanno usufruito del bonus il tasso cresce ma si tiene sotto il 10% anche oltre i

12 mesi (figura 2). L’effetto frenante sul tasso d’uscita dal mercato del lavoro sembrerebbe dunque assai

significativo.

Se però guardiamo ai beneficiari del bonus, vediamo che a usufruirne sono state soprattutto le donne

scolarizzate, impiegate (quindi con occupazioni più stabili), e con redditi più alti. Le stesse che

probabilmente l’intenzione di lasciare il lavoro non l’avevano comunque, bonus o non bonus. L’effetto

sarebbe allora molto meno di quello che appare, trattandosi di una “selezione favorevole”. Se il

provvedimento fosse stato pienamente efficace avrebbe dovuto mirare a tenere nel mercato le occupate

più povere, e che invece dopo la maternità ne sono uscite.

Stiamo comunque parlando di una misura che è poco più di un esperimento. Il rapporto non fornisce il

numero dei beneficiari, ma a spanne, si tratta di una quota attorno al 5% delle nuove mamme ogni anno in

media nazionale.

Se dunque si rischia di sopravvalutare l’effetto del bonus infanzia sull’occupazione, diverso è il discorso

per il bonus padri, il cui impatto esce quasi sminuito dal rapporto. La misura, entrata in funzione nel

2013, prevede che i padri che prendono almeno tre mesi di congedo parentale (facoltativo) abbiano diritto

al bonus di un mese in più.

Certo, i padri che chiedono il congedo facoltativo sono sempre troppo pochi – circa diecimila nel 2015-

scolarizzati e prevalentemente occupati nel settore pubblico, ma in tre anni il loro numero è praticamente

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