Infolampo: Lavoro, istruzione

By on gennaio 11, 2018

La Repubblica fondata sul lavoro
Nella Carta troviamo i punti fermi di una cittadinanza che estende i confini dei diritti e dei doveri dalla
sfera civile e politica a quella sociale. Un salto di qualità che affonda le sue radici in un processo storico
più che secolare
di Valerio Strinati
Pubblichiamo un estratto da Valerio Strinati, La Costituzione e il lavoro, supplemento a «Rassegna Sindacale», novembre 2009
(qui il PDF della guida integrale)
La Costituzione della Repubblica affronta il tema del lavoro essenzialmente nella prima parte (princìpi
generali: artt. 1, 2, 3 e 4) e nel titolo III (rapporti economici, artt. 35-40 e 46), oltre a contenere alcuni
riferimenti distribuiti in altri articoli.
Il fatto che questo argomento sia stato affrontato con notevole ampiezza nell’atto di nascita del nuovo
Stato costituisce di certo un evento di grande rilievo, ma l’elemento di vera e profonda novità è costituito
dalla solenne dichiarazione di apertura della Carta costituzionale (art. 1, 1° comma), che pone il lavoro
alla base dell’ordinamento democratico, quale fondamento di esso. Da questo punto di partenza, e in
stretta connessione con esso, si dipanano poi diversi
corollari, in forza dei quali il lavoro, segnatamente nel
titolo III, viene considerato più specificamente nella sua
funzione economica e sociale come destinatario di una
tutela particolare proprio in ragione del ruolo centrale che
gli è riconosciuto nella vita associata e, di conseguenza,
nel quadro istituzionale, “quale forza propulsiva e
dirigente in una società che tende ad essere di liberi e di
eguali” (così M. Ruini, nella relazione al Progetto di
Costituzione, 1947).
Conferendo centralità al lavoro e ai suoi istituti, la
Costituzione repubblicana si inquadra inoltre
coerentemente nella linea evolutiva del costituzionalismo
democratico novecentesco, che, differenziandosi
profondamente dalle carte liberali del XIX secolo, non si è
limitato a delineare la fisionomia degli organi di vertice
dello Stato, e a regolare i loro reciproci rapporti e i
rapporti con i cittadini, ma ha definito i punti fermi di una cittadinanza che estende i confini dei diritti e
dei doveri dalla sfera civile e politica a quella sociale, mediante il riconoscimento e la regolazione dei
diritti che i cittadini possono vantare nei confronti delle istituzioni pubbliche riguardo a materie quali
l’occupazione, l’istruzione, la salute e la sicurezza sociale.
La finalità è la tutela e lo sviluppo della persona umana, in contrapposizione ai regimi fascisti
La costituzionalizzazione dei diritti sociali, che ha rappresentato una grande conquista per lo sviluppo
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Perché la gratuità dell’istruzione è un giusto principio
La proposta di abolizione delle tasse universitarie, formulata dal Presidente Grasso, ha tre fondamentali
meriti.
di Guglielmo Forges Davanzati docente di Economia politica presso l’Università del Salento
Il primo è l’aver riportato, dopo anni di silenzio o di denigrazione, l’Università al centro del dibattito
pubblico e l’aver messo in discussione l’assioma per il quale l’istruzione serve esclusivamente ad
accrescere l’occupabilità dei giovani (secondo la discutibile teoria che fa dipendere la disoccupazione
giovanile al mancato incontro fra domanda e offerta di competenze) e a rendere competitive le nostre
imprese. In altri termini, la proposta rinvia alla desiderabilità di avere una popolazione con elevato grado
di istruzione, rispetto a una popolazione con basso livello di scolarizzazione, muovendosi in aperto
contrasto con le politiche di sottofinanziamento dell’Università, che la hanno resa – proprio tramite
aumenti delle tasse – sempre più Università di classe.
Il secondo merito della proposta consiste nel portare il nostro Paese in linea con le migliori prassi di altri
Paesi europei, Germania in primis, a partire dal dato per il quale le tasse di iscrizione in Italia sono le più
alte dell’Eurozona e la percentuale di laureati sul totale della forza-lavoro è fra le più basse.
Come chiarito da Grasso, la copertura finanziaria del provvedimento cadrebbe sulla fiscalità generale, che
andrebbe radicalmente rivista rendendola sempre più progressiva. Qui l’altro merito: l’aver saldato la
questione universitaria con la questione fiscale. L’economia italiana sconta, infatti, e fra gli altri, il
duplice problema di avere una popolazione mediamente poco istruita e un carico fiscale che grava
prevalentemente sul lavoro. Si tratta di due fattori che accentuano le diseguaglianze, riducono la mobilità
sociale e frenano la crescita, per le seguenti ragioni:
1.l’aumento della pressione fiscale sulle famiglie con bassi redditi riduce i consumi, anche per la loro
minore propensione al risparmio rispetto alle famiglie con redditi più alti; la riduzione dei consumi, a sua
volta, in costanza di investimenti, comprime la domanda e il tasso di crescita;
2.elevate tasse universitarie disincentivano le immatricolazioni, riducono conseguentemente le entrate
degli atenei (soprattutto quelli periferici), riducono, per conseguenza, i fondi disponibili per la ricerca e,
poiché la ricerca scientifica è uno dei principali motori della crescita, incidono negativamente su
quest’ultima, riducendo le innovazioni e generando una spirale perversa per la quale l’assenza di
innovazioni riduce la domanda di lavoro qualificato, genera disoccupazione intellettuale (o migrazioni) e,
per effetti di apprendimento, riduce ulteriormente le immatricolazioni.
La proposta del Presidente Grasso è stata oggetto di numerose critiche. Innanzitutto è stato osservato che
la gratuità dell’istruzione accentuerebbe le diseguaglianze, dal momento che esonererebbe i ricchi dal
pagamento di una tassa nella stessa misura dell’esenzione per i più poveri. L’obiezione è falsa se si
considera che la misura verrebbe finanziata proprio attraverso l’aumento della progressività delle imposte,
peraltro dopo decenni nei quali il sistema tributario è diventato, per decisioni politiche, sempre più
regressivo. In secondo luogo, è stato rilevato che il potenziale aumento del numero di iscritti
accrescerebbe le migrazioni intellettuali, dal momento che, già nelle condizioni date, il nostro sistema
produttivo non è in grado di assorbire tutti i laureati. L’obiezione è seria e merita di essere presa in
considerazione. Essa ha una sua ragion d’essere solo a condizione di calibrare le politiche formative sulla
base delle esigenze delle imprese – cosa che fin qui è stata fatta e che si intende continuare a fare. Si
tratta, tuttavia, di una strategia miope e perdente.
Per chiarirlo, può essere opportuno partire da una recente dichiarazione del ministro Fedeli:
«Le scelte di questo Governo e di quello precedente dicono che si vuole tornare a investire e a puntare su
università dopo un triennio dedicato alla scuola. Basta parlare di spese, queste non sono spese, sono
investimenti sull’economia della conoscenza che vanno fatti, senno’ non si sta fermi ma si regredisce
come società. Il messaggio che questa legislatura sta offrendo è un messaggio di speranza e fiducia nel
futuro dell’Italia, che si alimenta non con le parole ma con i fatti, senza ricerca non possiamo davvero
competere con successo sullo scenario internazionale».
Dove il passaggio cruciale attiene al nesso fra investimento in istruzione e competitività internazionale.
La ratio che è alla base di questa dichiarazione sta nella convinzione che l’aumento della dotazione di
competenze accresca la produttività del lavoro, che l’aumento della produttività del lavoro riduca i costi
di produzione, che la riduzione dei costi di produzione, consentendo alle imprese di ridurre i prezzi,
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