Infolampo: Europa – Scuola

By on gennaio 12, 2018

Rps: «Quale destino per i diritti sociali in Europa?»
Il social investment è in grado di offrire una via d’uscita alla crisi, fermando il declino del welfare e
rilanciandone il ruolo di motore per la crescita e l’occupazione. È la principale tesi sostenuta nel n.
3/2017 della rivista
di Stefano Cecconi direttore de La Rivista delle Politiche Sociali
Il modello sociale europeo è stato alterato dalle politiche di austerità esercitate durante la crisi, ed è messo
in discussione a causa dei divari interni all’Europa. Le strategie di contenimento dei costi – della spesa
pubblica per il welfare (pur con considerevoli differenze tra i Paesi) – hanno prodotto esclusione sociale a
danno di milioni di cittadini. Mentre il lavoro a bassi salari, e sempre più precario, si diffonde, in specie
nei servizi alla persona.
Di questo scenario europeo, e di quali politiche si possano agire per i diritti sociali e per un diverso
modello di crescita e coesione, si occupa la sezione Tema del n. 3/17 de La Rivista delle Politiche Sociali
(Rps), curata da Andrea Ciarini e da Laura Pennacchi, che aprono il volume con un’importante nota
introduttiva.
I contributi degli autori affrontano i principali argomenti che caratterizzano il dibattito odierno sullo stato
dell’Europa sociale, e ne indicano le prospettive. Vengono offerti sguardi diversi, riferiti sia alle criticità
interne dei Paesi che alle riforme e alle innovazioni compiute, o
ancora in corso, per costruire un diverso modello di sviluppo e di
crescita rispetto a quello segnato dalla crisi.
Le analisi proposte e la tesi sostenuta, pur con opinioni differenti,
è quella che il social investment possa offrire una via d’uscita
sociale alla crisi, fermando il declino del welfare, e anzi
rilanciandone, ben oltre una funzione meramente risarcitoria, il
ruolo di motore per la crescita e l’occupazione, trasformando i
costi in veri e propri investimenti economici.
E proprio sul Welfare state come investimento sociale (Siws
nell’acronimo inglese) si concentra il primo contributo, di Colin
Crouch. Che intende dimostrare come selettive politiche sociali,
in particolare in tre aree di intervento – istruzione, politiche
attive del mercato del lavoro, conciliazione e politiche per la
famiglia –, possano sostenere la competitività nei mercati globali, migliorando le capacità e le
competenze professionali dei lavoratori e aumentando la partecipazione delle donne nel mercato del
lavoro. Tuttavia, l’autore mette in guardia sulle possibili disuguaglianze prodotte da una certa strategia di
Siws (tra chi ne può beneficiare perché già in condizioni di vantaggio sociale e chi ne è escluso).
Il lavoro nei servizi alla persona è affrontato nel saggio di Valeria Pulignano, che descrive come il settore
sia in costante crescita occupazionale, ma come sempre più critiche siano le condizioni di lavoro e
retributive, oltre allo stesso ruolo del sindacato. Sempre di lavoro, nel suo rapporto con le innovazioni
Leggi tutto: http://www.rassegna.it/articoli/rps-quale-destino-per-i-diritti-sociali-in-europa
LiberEtà di gennaio

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http://temi.repubblica.it/micromega-online
“Buona Scuola”, il re è nudo. Appello per la Scuola
Pubblica
Il 2018 si apre con un importante appello della scuola pubblica, per la scuola pubblica:
https://sites.google.com/site/appelloperlascuolapubblica /
di Anna Angelucci
Un appello che ha già raccolto, in pochissimi giorni e con il solo passaparola, più di 7000 firme ma che
chiede e merita l’attenzione di tutti.
Qualunque lavoro facciate, qualunque attività svolgiate, qualunque interesse o passione abbiate,
leggetelo: riguarda ogni singolo cittadino italiano. E, se condividete l’esigenza di una riflessione critica
sul ruolo e sulla funzione della scuola, una riflessione critica profonda sui cambiamenti istituzionali
imposti dalla politica negli ultimi anni al sistema dell’istruzione, firmatelo.
E’ un appello pacato e incisivo, ponderato e argomentato, nutrito di pensieri – e non di slogan – che vanno
al cuore delle questioni più cogenti e urgenti; scritto da chi insegna nella scuola e sperimenta insieme agli
alunni, giorno dopo giorno, le drammatiche conseguenze degli interventi normativi degli ultimi anni,
svelandone tutte le implicazioni culturali, pedagogiche, professionali, al di là della retorica e della
mistificazione imperanti nel discorso pubblico ufficiale.
Questo appello mostra tutta la gravità della situazione in cui versa la scuola pubblica italiana oggi e
costituisce un’opportunità di reazione preziosa, da non lasciarsi sfuggire. Perché il vero problema di
questi anni, prima ancora dell’assenza di un’interlocuzione politica realmente disponibile all’ascolto e al
confronto dialettico, è stato quello della mancanza di una reazione forte e unitaria da parte del mondo
della scuola e della società civile.
Se i docenti avessero reagito massicciamente fin dalla presentazione in video della ‘Buona scuola’ e poi, a
partire da giugno 2015, un mese prima dell’approvazione della legge, aderendo unanimi al blocco degli
scrutini indetto dai sindacati di base dopo lo sciopero ‘epocale’ del 5 maggio; e se il 9 luglio 2015, giorno
dell’approvazione definitiva della riforma, a Roma sotto il Parlamento fossimo stati un milione, quanti
siamo in Italia, e non solo due-trecento, quanti eravamo, la legge non sarebbe stata approvata.
Ma sappiamo bene perché non è andata così: i docenti sono per natura obbedienti e fiduciosi, tanto più nei
confronti di un governo, nell’immaginario collettivo, tradizionalmente ‘amico’; la CGIL ha aderito allo
sciopero ‘epocale’ solo perché costretta, per non perdere, sul momento, credito e posizionamento rispetto
ai sindacati di base. Ma lo ha fatto obtorto collo, perché già il giorno dopo firmava accordi, proponendo
inefficaci soluzioni tampone su questo o quel provvedimento insito o collegato alla legge di riforma.
Del resto, molti aspetti della 107, in primis l’alternanza scuola-lavoro, ma anche la gerarchizzazione delle
funzioni, i bonus e il maggior potere dei dirigenti, la CGIL li ha sempre sostenuti, a dispetto della loro
matrice confindustriale. Così come i test Invalsi – quel termometro spuntato che misura la febbre delle
competenze con cui, a scuola, si vogliono sostituire cultura e saperi critici – contro i quali non ha mai
indetto uno sciopero. Del resto, nella riforma era stata astutamente incardinata l’assunzione di migliaia di
precari, anche quelli inseriti in graduatorie a esaurimento di materie che non corrispondevano più a reali
esigenze delle scuole, posto che nella scuola servano ancora insegnanti e non flessibili factotum.
Come opporsi a tale insperata manna? Coronata, in conclusione, dal più ambito dei riconoscimenti: senza
dover attendere una poltrona in Parlamento per l’avanzamento di carriera del segretario di turno, la CGIL
ha ottenuto direttamente in premio il ministero dell’Istruzione, offerto a chi, piuttosto che studiare e
imparare tra i banchi e sui libri, ha fatto del sindacato la sua scuola, e senza una punta di rammarico.
Davvero la quadratura del cerchio.
In pochi, nel 2015, hanno capito che la posta in gioco con la 107, dopo vent’anni di autonomia ovvero di
progressiva trasformazione dell’istituzione scolastica in azienda privata a partecipazione statale, era la
fine della scuola pubblica. E molti docenti non lo hanno capito neppure dopo, quando è fallita la
campagna per i referendum abrogativi anche perché sono mancate le loro firme. Ma adesso il re è nudo.
La legge ha mostrato in un paio d’anni i suoi effetti perversi sul lavoro degli insegnanti, sulla formazione
degli studenti, sull’organizzazione stessa di ogni singola istituzione scolastica, laboratorio, insieme
all’università, di quella raccapricciante trasformazione manageriale del mondo contemporaneo che va
sotto il nome di ‘governance’.
Questo appello è davvero un’occasione preziosa. Ci invita a riflettere sul significato della scuola come
luogo di formazione di esseri umani nella relazione empatica con altri esseri umani e non come luogo di
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