Infolampo: merloni – maternità

By on novembre 21, 2018

Ex Merloni, non c’è più tempo
Il 31 dicembre scade la cassa integrazione per i 700 lavoratori della Jp Industries di Umbria e Marche.
Sul tavolo del Mise si giocano le ultime carte per salvare l’unico presidio industriale rimasto in un
territorio devastato dalla crisi
Settecento lavoratori appesi ad un filo e una “scadenza” che si avvicina sempre più, quella del 31
dicembre 2018, quando terminerà il periodo di cassa integrazione per la Jp Industries, l’azienda che ha
proseguito il lungo e travagliato percorso della ex
Antonio Merloni negli stabilimenti di Fabriano (An) e
Nocera Umbra (Pg). E le speranze di veder proseguire (o
meglio ripartire) una storia industriale lunga e
importante passano per il tavolo ministeriale di martedì
20 novembre, quando al Mise il governo incontrerà i
rappresentanti della Jp e le organizzazioni sindacali
La vertenza della ex-Merloni, azienda produttrice conto
terzi di elettrodomestici di alta gamma, si trascina ormai
da oltre 10 anni. Uscita dall’amministrazione
straordinaria con l’acquisizione nel 2012 da parte
dell’imprenditore Giovanni Porcarelli, l’azienda è stata
subito bloccata dall’impugnativa delle banche che
vantavano crediti verso i Merloni, e questo ha di fatto
impedito la ripartenza della produzione. Anche l’accordo
di programma che era stato sottoscritto dalle Regioni
Umbria e Marche e che prevedeva importanti risorse
finanziare per il Piano industriale e per ricerca e sviluppo non è di fatto mai partito.
Allora, la prima questione sul tavolo del ministero sarà proprio questa: c’è la volontà concreta di salvare
una realtà industriale fondamentale per un territorio, quello dell’appennino umbro-marchigiano, che è già
in estrema difficoltà? “Al governo ribadiremo l’urgenza di dare una prospettiva industriale, il che passa
anche necessariamente per un prolungamento della cassa integrazione – afferma Simone Pampanelli,
segretario della Fiom Cgil di Perugia – Qui si tratta di capire se c’è la volontà di mettere in campo
un’iniziativa tesa a far ripartire davvero e finalmente l’azienda. Ma per far questo servono strumenti e
azioni realmente efficaci”.
Diversamente, il rischio, secondo i sindacati, è che stavolta la lunga storia della ex-Merloni sia davvero al
capolinea: “Deve essere chiaro che qui si rischia un’ecatombe occupazionale – afferma Pierpaolo Pullini,
segretario della Fiom Cgil di Ancona – e quindi la questione degli ammortizzatori è assolutamente
prioritaria. Però, sappiamo che nuovi ammortizzatori per essere concessi dovranno essere legati a un
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Marx, dopo due secoli non è ancora
inutile

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La maternità sempre più posticipata: una ‘scelta’ assai
condizionata
Nella maggior parte dei paesi OCSE l’età delle donne alla nascita del primo figlio è in crescita da anni;
l’Italia si pone al secondo posto in questa classifica (dopo la Corea), risultando comunque ‘leader’ tra i
paesi Europei (Fig. 1).
Scritto da: Alina Verashchagina
Nel 2016 l’età media delle primipare italiane è infatti di 31 anni. Al di là del valore medio è bene riflettere
su altri aspetti relativi alla distribuzione per età delle primipare. Si rileva, ad esempio, che la percentuale
delle donne che partoriscono per la prima volta sopra i quarant’anni è pari all’8.6% (ISTAT 2017, La
salute riproduttiva della donna).
Figura 1. Età media alla nascita del primo figlio

Dall’osservazione dell’andamento nel tempo della
distribuzione delle donne per età al parto (Figura 2)
si conferma come in Italia l’età alla nascita del figlio
sia cresciuta in modo rilevante dal 1970 ad oggi e
come, attualmente, le nascite siano distribuite in
modo simmetrico intorno alla fascia d’età dei 30-34
anni. Questo significa che più della metà di esse
viene programmata dopo i 30 anni d’età, quando
cioè la probabilità di concepire un figlio comincia
biologicamente a diminuire. Questa è una realtà che non tutti conoscono: come risulta dallo “Studio
nazionale fertilità” (condotto dall’Istituto Superiore di Sanità negli anni 2016-2018), solo il 5% del
campione studiato è consapevole della fase di mutamento biologico, mentre ben il 27% suppone che
questa si verifichi intorno ai 40-44 anni. Occorre dunque capire in che misura la tendenza al rinvio della
maternità rappresenti una ‘libera’ scelta o sia più o meno condizionata dai fattori esterni.
Secondo lo studio poc’anzi citato contano fattori socioeconomici quali il generalizzato prolungamento del
percorso formativo, le ridotte probabilità di sbocco lavorativo dei giovani, le modalità contrattuali (spesso
precarie) dell’attività lavorativa, nonché la carenza di politiche di sostegno alle famiglie con figli (tutte
queste motivazioni, nel loro insieme, rappresentano il 41% di quelle richiamate dai rispondenti). Non
vanno inoltre trascurate le perdite di reddito delle lavoratrici derivanti dalla nascita di un figlio.
A quest’ultimo proposito uno studio recente di Picchio et al. (2018) indaga i differenziali salariali tra
lavoratrici madri e senza figli, a seconda del momento in cui si è realizzata la maternità. Ne emerge che le
prime, in Italia, tendono a perdere un’importante parte dei loro redditi da lavoro con la nascita del figlio e
il divario rispetto alle donne senza figli si chiude solo circa 12-15 anni dopo. La perdita viene
minimizzata se la nascita ha luogo intorno ai 7-9 anni dalla fine degli studi. L’esperienza lavorativa
quindi conta molto. Aspettare 8 anni, tuttavia, potrebbe essere un’opzione per le donne con limitata
istruzione, mentre per quelle più istruite l’orizzonte temporale è ovviamente più ristretto, soprattutto per
le donne che vogliono avere più di un figlio.
Un segnale delle crescenti difficoltà a procreare emerge dalle statistiche sulle coppie che si rivolgono in
Italia ai centri di procreazione medicalmente assistita: il loro numero è cresciuto da circa 46.000 nel 2005
a quasi 72.000 nel 2015 (i dati non includono chi si rivolge all’estero a centri specializzati). Purtroppo, la
disponibilità e, soprattutto, l’efficacia di questa procedura rimangono, tuttavia, limitate. Come segnala
l’ISTAT, solo nel 22,7% dei casi le coppie riescono ad avere un figlio.
Occorre, poi, tenere conto delle complicazioni durante la gravidanza. Nel 2015, gli aborti spontanei
risultano 137,02 per ogni 1.000 nati vivi, con un incremento rispetto al 1982 del 54%. Per di più, una
donna su quattro, tra coloro che hanno avuto un figlio negli ultimi cinque anni, ha avuto almeno un
disturbo grave durante il corso della gravidanza; circa il 10% di esse ha rischiato un aborto e un altro 10%
un parto pretermine.
Oltre al posticipo della maternità, le difficoltà a procreare e/o a portare a termine la gravidanza provocano
un aumento della percentuale delle donne che rimangono senza figli. Mentre per la generazione degli anni
‘50 le donne senza figli al termine del ciclo riproduttivo erano in Italia il 10%, il dato, secondo l’ISTAT,
salirà al 20% per le donne nate negli anni ‘70. Si comincia a parlare della trappola demografica in cui si
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