Washington Consensuns vs economia fai da te

By on ottobre 7, 2018

Ci sono due tipi di economisti, quelli ‘fai da te’ e quelli che studiano testi, conoscono l’economia, analizzano
i ricorsi storici per estrarne i benefici ed eliminarne i difetti. In realtà si è visto che ogni crisi economica si
basa su variabili univoche che soprattutto al giorno d’oggi, ove è possibile spostare ingenti masse di denaro
con un click, a volte le certezze abbisognano di veloci aggiustamenti.
In genere gli economisti ‘google addicted’ si basano sul fatto chi c’era prima ha fallito, additano gli
economisti ‘veri’ di colpevole ignoranza e si innalzano ad esegeti della teoria che le casalinghe la sanno
lunga. Cosa verissima la saggezza popolare, ma quando si parla di macro-economia ed oggi è quanto mai
sicuro che basta un movimento sbagliato dal lato opposto del globo per generare disastri mondiali. E’ stato
sufficiente far fallire una banca relativamente piccola come la Lehman per scatenare la più lunga crisi
economica che la storia umana ricordi. La Salvimaionomics, tanto per non fare nomi, pare bella quando la si
racconta, addita tutte le colpe agli economisti, alla troika, ma dimenticando alcuni piccoli, ma fondamentali
particolari, gli economisti suggeriscono, i politici fanno le scelte.
E’ vero che un limite del 3% nel rapporto deficit/pil può apparire pretestuoso, così come un vincolo di
pareggio di bilancio in Costituzione, ma se ci pensate agli effetti pratici non è poi così importante, dove
bisogna focalizzarsi è sul ‘senso’ che questi provvedimenti vogliono assumere. La necessità del pareggio di
bilancio o di un limite all’indebitamento si deve far risalire ad un principio generale di buona
amministrazione della finanza, i limiti sono stati messi, al di là di un punto percentuale in più o in meno, per
la scarsa fiducia che gli estensori delle regole avevano dei politici, sempre pronti a spendere soldi inesistenti
per ottenere un consenso elettorale immediato, gravando poi sulle generazioni future.
Una serie di best practices di finanza pubblica fu messa a punto da John Williamson nel 1989 e prese il
nome di ‘Washington Consensus’, in quanto i players che contribuirono a stendere le regole avevano sede
proprio a Washington D.C., ovvero il FMI, la World Bank ed il Dipartimento del Tesoro. In realtà il sistema
era diretto verso le economie dei paesi in via di sviluppo, ma il vulnus contenuto può sicuramente essere
indicativo di un giusto filone da seguire nella res publica: un corretto rapporto deficit/pil; spesa a favore
della crescita evitando sussidi a pioggia; ampia base fiscale unita ad una aliquota marginale bassa; tassi di
interesse moderati; corretto rapporto di concambio; liberalizzazioni ed eliminazione di dazi e barriere
doganali per agevolare il commercio; apertura agli investimenti esteri; privatizzazioni; sburocratizzazione;
tutela della proprietà privata.
La dottrina neo-liberista del Washington Consensus debuttò in America Latina con il piano Brady, ma in
realtà, così come è congegnata ed anche come è stata applicata, non ha riscosso particolare successo. Il
punto debole non si sono rivelate le intenzioni di buona amministrazione, dire che si deve avere un bilancio
in ordine non è certo un male. Indubbiamente una politica di austerità porta ad una riduzione della spesa,
ma conseguentemente anche del reddito del paese stesso, e soprattutto tutta la disciplina del Consensus si
basa sull’assunto di avere una classe politica capace e disinteressata, qualcuno ha già visto materializzarsi
queste condizioni? In alcuni casi sì effettivamente, anche se limitati a pochi paesi periferici, ma pensare di
affidarsi all’estremo delle teorie economiche basate sui social è probabilmente più pericoloso, chi di voi si
farebbe curare da un medico laureato su Facebook in caso di grave malattia?

MAURIZIO DONINI

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