Infolampo: Camusso – Dignità

By on settembre 17, 2018

Camusso: dobbiamo ricostruire la solidarietà nel Paese
Il segretario generale della Cgil chiude l’iniziativa di Lecce. “Le misure annunciate dal governo sono
profondamente ingiuste, dalla flat tax alla pace fiscale, che è un grande condono. Bisogna sconfiggere la
precarietà e rendere i lavoratori più sicuri”
di Emanuele Di Nicola
“Abbiamo intitolato questa edizione ‘Democrazia è’ per dire che non siamo tranquilli: viviamo una
condizione avanzata di rancori, ricerca di colpevoli e capri espiatori su cui scaricare le situazioni irrisolte
e le scelte non fatte, che hanno portato povertà e disagio”. Così ha esordito il segretario generale della
Cgil, Susanna Camusso, nell’intervista di Marco Damilano che ha chiuso le Giornate del Lavoro della
Cgil a Lecce. “Corriamo il rischio di conflitti istituzionali che, a
differenza di altre stagioni, mettono a rischio il concetto dei
contropoteri: la democrazia può diventare totalitaria se le regole
non valgono per tutti”.
Sulla legge di bilancio, ha detto Camusso, “da qualche mese c’è
una discussione tutta improvvisata, fatta di slogan da campagna
elettorale, annunci che si susseguono e contraddicono. Il progetto
per il Paese non compare in alcun modo nella discussione. Il
secondo timore è legato all’Europa: la Cgil è profondamente
europeista e proprio per questo non si accontenta dell’Europa che
c’è. Il governo invece un giorno rassicura la Ue e i mercati, il
giorno dopo parla come se l’Europa non esistesse. Questo ci
preoccupa molto”.
I provvedimenti annunciati “sono profondamente ingiusti:
prendiamo la misura chiamata ‘pace fiscale’, è un gigantesco
condono di massa che porterà ad abbonare un milione di euro. Si
comincia malissimo: chi è ricco può fare quello che vuole, a
tirare la cinghia saranno sempre i deboli come lavoratori e
pensionati”. Poi la flat tax: “Si prosegue con l’idea di abbassare le tasse a chi ha di più, raccontando una
grande bugia, non ci sarà alcun contributo all’economia generale ma la maggioranza della popolazione
resterà debole e povera. Che idea di Paese hanno?”. Quindi c’è il nodo del reddito di cittadinanza. “Ci
hanno detto che è una misura contro la povertà, che assorbe gli ammortizzatori sociali e favorisce
l’accesso al lavoro. Ci piacerebbe sapere di preciso che cos’è: la verità è che ai ricchi costerà sempre
vivere in Italia, e si darà vita a un assistenzialismo di massa. C’è un problema di democrazia e condizione
delle persone. Noi abbiamo un’idea diversa di come dovremmo essere”.
Attualmente l’Italia “non sta bene”, ha aggiunto Camusso. “Ci hanno raccontato che era finita la crisi, ma
non si torna ai livelli precrisi, le retribuzioni dei lavoratori sono stagnanti, aumenta la povertà e cresce il
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Pensioni: Cgil, Governo apra
confronto, serve
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Épater les bourgeois … col «decreto dignità»
1.La mentalità borghese – annotava Marx – considera la dialettica uno «scandalo» e un «abominio»
perché essa, «nella comprensione positiva della realtà così com’è, include nello stesso tempo la
comprensione della sua negazione, del suo necessario tramonto; perché vede ogni forma divenuta nel
divenire del moto, quindi anche nel suo aspetto transitorio» (Il Capitale, Libro I, p. 114 della edizione
curata da A. Macchioro e B. Maffi, Utet, Torino, 2009).
Scritto da: Stefano Giubboni
Con ogni probabilità, c’è (o almeno ipotizziamo che ci debba essere) un riflesso di questa mentalità dietro
le reazioni scandalizzate del fior fiore della nostra borghesia – equamente diviso tra Confindustria, Partito
democratico e Forza Italia – al «decreto dignità», quell’atto di sovversione delle istituzioni del mercato
del lavoro italiano che il Governo popolar-populista in carica ha tradotto nella legge 9 agosto 2018, n. 96,
dopo averlo imposto d’urgenza, ciò che s’addice a quanto pare a ogni movimento dialettico
anticapitalistico degno di questo nome, con il decreto-legge n. 87 dello scorso 12 luglio. In queste
noterelle ci chiederemo se lo scandalo e l’allarme suscitato nei nostri benpensanti – in taluni casi con
reazioni emotive ai limiti dell’isteria – sia davvero razionalmente giustificato dall’effettiva forza dialettica
del decreto dignità, o se dobbiamo invece attribuirli ad una certa suscettibilità che (davvero senza
intendimenti polemici e men che meno offensivi) oseremmo dire piccolo borghese.
Diremo subito, per non tenere in sospeso il nostro ipotetico lettore, che – ad un’analisi sine ira et studio,
pacata e serena, delle norme più significative del decreto-legge – saremmo propensi ad attribuire ad una
certa dose d’ipersensibilità ai temi del mercato del lavoro, sviluppata nei giorni felici del Jobs Act, la
ragione per cui questo piccolissimo moto dialettico ha prodotto tanto allarme, inducendoci tutto ciò a
riflettere su quanto sia divenuto facile – ai nostri giorni – «épater les bourgeois», come si sarebbe detto un
tempo (di fronte, però, a ben altri attacchi all’ordine capitalistico costituito). Leggiamo dunque, con lo
spirito di cui s’è detto, e per argomentare meglio le considerazioni testé anticipate, le principali previsioni
in tema di mercato del lavoro del decreto-legge n. 87/2018, certo ambiziosamente intitolato (e come non
scorgervi subito, e a ragione, un voluto quanto ingiusto accento polemico contro il Jobs Act)
«Disposizioni urgenti per la dignità dei lavoratori e [finanche] delle imprese».
2.Sotto il profilo più squisitamente giuslavoristico, le previsioni più importanti del decreto dignità – con
le modifiche non marginali ad esso apportate dalla legge di conversione – sono di tre ordini: a) le
modifiche alla disciplina del contratto di lavoro a tempo determinato (art. 1) e, di riflesso, a quella della
somministrazione a termine (art. 2), inframmezzate da una norma diretta a favorire l’occupazione (stabile)
giovanile (art. 1-bis) e accompagnate da una disposizione di carattere programmatorio e organizzativo
(destinazione di quote delle facoltà assunzionali delle regioni all’operatività dei centri per l’impiego: art.
3-bis); b) le disposizioni dirette a favorire il lavoratore nell’ambito delle prestazioni occasionali (art. 2-
bis); c) la norma sull’indennità di licenziamento ingiustificato e sull’incremento della contribuzione
previdenziale sul contratto a tempo determinato (art. 3). Sono soprattutto le prime disposizioni e l’ultima
(sub a e c) ad aver maggiormente scandalizzato i critici del decreto, irritandone, come avrebbe detto un
vecchio autore, la mentalità imperturbabilmente borghese, la quale ha ricevuto invece almeno un piccolo
sollievo dalla norma sulla agevolazione delle prestazioni occasionali (i.e., tramite voucher), che è stata
specularmente criticata da sinistra. Poiché sono le ragioni dello shock subìto dai primi che intendiamo
analizzare, taceremo dei voucher, se non per dire che le maglie di tale forma di lavoro precario per

antonomasia risultano sì allargate rispetto alla disciplina introdotta dal Governo Gentiloni con il decreto-
legge n. 50 del 2017 (ciò che spiega le critiche da sinistra), ma ancora molto lontane dai fasti del Jobs Act

(ciò che spiega la moderatissima soddisfazione e il benign neglect di chi s’è invece indignato per la
sovversiva manomissione delle norme su contratto a tempo determinato e somministrazione).
3.Partendo dal contratto a tempo determinato, osserveremo allora che – a seguito della modifica recata
dall’art. 1 del decreto dignità – l’apposizione del termine resterà libera solo per le assunzioni di durata
non superiore ai dodici mesi. D’ora innanzi (salva la disciplina transitoria che qui non interessa, perché è
dei princìpi che si discute), il contratto potrà avere una durata superiore ai 12 mesi, ma comunque non
eccedente i ventiquattro, solo in presenza di almeno una delle seguenti condizioni: a) esigenze
temporanee e oggettive, estranee alla ordinaria attività, ovvero esigenze di sostituzione di altri lavoratori;
b) esigenze connesse a incrementi temporanei, significativi e non programmabili dell’attività ordinaria.
Inoltre, il contratto potrà essere rinnovato solo a fronte di una delle predette condizioni e – salva la libertà
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