Sviluppo sostenibile: in Europa peggiorano le

By on settembre 7, 2018

Sviluppo sostenibile: in Europa peggiorano le
disuguaglianze
Per l’Asvis “la Ue è fuori traiettoria”. In un quadro non del tutto critico, l’analisi dell’Alleanza italiana
per lo sviluppo sostenibile evidenzia un forte peggioramento. Lontani i risultati sul contrasto alle
ingiustizie e la protezione dell’ambiente
di Alice Frei
Sugli obiettivi di sviluppo sostenibile concordati nel 2015 in sede Onu, proprio non ci siamo. Lo dice
l’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile in una sua nota delle scorse settimane in cui si si
illustravano i risultati sui vari obiettivi. Il quadro che emerge
non è del tutto critico, ma sebbene ci siano miglioramenti su
alcuni fronti, complessivamente i risultati raggiunti non
sembrano soddisfare gli esperti dell’Alleanza. “Gli indicatori
elaborati in esclusiva dall’Alleanza – ha spiegato Enrico
Giovannini, portavoce Asvis – segnalano che, nonostante i
numerosi miglioramenti, l’Unione europea è su una
traiettoria non in grado di centrare gli Obiettivi di sviluppo
sostenibile concordati nel 2015 in sede ONU. Serve un
cambiamento significativo in alcuni settori e occorre che le
forze politiche si impegnino a inserire l’Agenda 2030 nei
loro programmi in vista delle prossime elezioni europee”.
Secondo l’Alleanza, infatti, nell’Unione europea
“peggiorano le disuguaglianze e la condizione
dell’ecosistema terrestre: non migliora la situazione riguardo
povertà, alimentazione e agricoltura sostenibile, condizione
economica e occupazionale, qualità della governance e cooperazione internazionale”. Gli obiettivi col
segno meno sono il 10 (Ridurre l’ineguaglianza all’interno di e fra le Nazioni) e il 15 (Proteggere,
ripristinare e favorire un uso sostenibile dell’ecosistema terrestre, gestire sostenibilmente le foreste,
contrastare la desertificazione, arrestare e far retrocedere il degrado del terreno, e fermare la perdita di
diversità biologica).
Per il primo dei due, l’indicatore osservato dall’Alleanza “mostra una tendenza decrescente nel periodo
osservato (2010-2016), a causa dell’aumento (soprattutto nel biennio 2013-2014) della quota di
popolazione a rischio di povertà dopo i trasferimenti sociali, della distanza tra il reddito di chi è in una
tale condizione e quello corrispondente al 60 per cento del reddito disponibile mediano equivalente, e
dall’indice di disuguaglianza di Gini calcolato sul reddito disponibile equivalente. In questo campo
esistono differenze sostanziali tra gli Stati membri. Mentre in Finlandia (best performer) l’indice è

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peggiorano-le-disuguaglianze

Sviluppo, c’erano una volta le
Marche

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Libia: il volto coloniale di Francia e Italia
Sulla questione libica, Francia e Italia si guardano di traverso non solo perché si contendono il ruolo di
pacieri nella speranza di assicurarsi un posto a tavola nella Libia che verrà, ma anche perché si
rapportano in maniera diversa nei confronti dei due governi presenti in Libia.
di Francesco Gesualdi
L’Italia collabora esclusivamente con Al-Serraj, capo di governo riconosciuto dalle Nazioni Unite, che
però controlla solo la Tripolitania e pochi altri territori della parte occidentale del paese. La Francia,
invece, sostiene più volentieri il generale Haftar, capo militare che controlla non solo la Cirenaica ma
tutta la parte centrale e orientale del paese. Due scelte di campo non casuali che fanno assumere ai due
rivali non tanto il volto dei pacieri disinteressati, quanto delle potenze coloniali assetate di controllo.
Ovviamente la questione petrolifera è sempre in primo piano, considerato che la Libia possiede le
maggiori riserve di petrolio dell’Africa, le none nel mondo, circa 48 miliardi di barili (il 3% circa
dell’intero ammontare delle riserve mondiali). Prima del rovesciamento di Gheddafi, nel 2011, la Libia
produceva 1,65 milioni di barili di petrolio al giorno e 17 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Le due
risorse rappresentavano il 65% del prodotto lordo nazionale e contribuivano al 95% delle entrate
governative. Ma dal 2013, la produzione si è praticamente dimezzata per l’attacco ai pozzi da parte delle
innumerevoli milizie armate che tempestano la Libia.
Da un punto di vista operativo l’estrazione e la vendita degli idrocarburi è affidata alla National Oil
Corporation (NOC), un’azienda di stato che opera non solo in proprio, ma anche per il tramite di società
compartecipate da multinazionali, senza escludere la possibilità di permettere a quest’ultime di estrarre su
licenza. Tra queste ENI che sotto varie forme societarie gestisce diversi giacimenti di gas e petrolio non
solo onshore, ossia sulla terra ferma, ma anche offshore, ossia in mare, principalmente nella parte ovest
del paese, quella sotto il controllo del governo Al-Serraj. Tuttavia la maggior parte del petrolio libico si
trova nella parte centrale del paese, quella sotto comando del generale Haftar. Alcuni pozzi di questa zona
sono gestiti dalla società Waha Concessions nel cui azionariato compare anche Total che da vari anni sta
cercando una strategia per affermarsi in Libia. Con successo, dal momento che è presente anche in altre
società che gestiscono altri due giacimenti: l’uno nel Mar Mediterraneo, l’altro nel Fezzan, la regione più
a sud del paese.
Ma la difesa delle proprie imprese è solo uno dei temi che divide Francia e Italia. L’altro è il controllo del
territorio su cui i due paesi sono di nuovo concorrenti. L’obiettivo principale dell’Italia è fermare l’arrivo
di migranti attraverso il Mar Mediterraneo e poiché gli imbarchi avvengono nella parte occidentale della
Libia, i legami sono stati stretti con Al-Serraj a cui è stata offerta amicizia e sostegno economico, in
cambio del controllo dei flussi migratori. Così fece il governo Renzi e poi il governo Gentiloni per
continuare col governo Conte.
Ovviamente l’Italia sa che una politica efficace contro flussi migratori richiede un blocco dei passaggi più
a sud, già nel Niger, per cui vorrebbe avere più influenza nelle regioni del Sahel. Ma l’Africa sahariana ha
una storia coloniale con la Francia e in questi paesi non si muove foglia senza che la Francia non voglia.
E la volontà della Francia è di non avere altre presenze straniere all’infuori di lei o dei suoi stretti alleati,
per cui l’Italia non ha grandi prospettive di poter inviare propri contingenti. Ma dopo il Niger la rotta dei
migranti passa per la Libia e qui l’Italia potrebbe essere facilitata in nome dei trascorsi coloniali. Ma il
territorio libico a ridosso del Niger è il Fezzan ormai una terra di nessuno dove decine di gruppi armati si
fronteggiano per il controllo di porzioni di territorio. Una situazione di anarchia che ha facilitato il
proliferare di varie altre anomalie. Non solo l’esplosione di ogni forma di traffico illegale, dal passaggio
clandestino dei migranti al contrabbando di armi, droghe e oro, ma anche l’insediamento di gruppi armati
islamisti che fanno da spalla a gruppi analoghi presenti in altri paesi del Sahel. Ed è proprio quest’ultimo
aspetto che più preoccupa la Francia inducendola a perseguire scelte di politica estera che le assicurino
non solo la stabilizzazione del Fezzan, ma anche la possibilità di avere una presenza nella regione. Fra i
due governi oggi presenti in Libia, quello che ha più probabilità di prendere il controllo del Fezzan non è
Al Serraj, ma Haftar che gode di maggiori simpatie da parte dei gruppi locali. Di qui la seconda ragione
che spinge la Francia a stringere amicizia con Haftar in aperto contrasto con l’Italia che almeno nel
Fezzan vorrebbe insediarcisi lei. Vecchie logiche coloniali avanzano.
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