Infolampo: Contrattazione – Crisi

By on giugno 21, 2018

Dai territori un argine alla crisi e alle povertà
A Roma la presentazione del nono rapporto annuale curato da Cgil, Spi e Fondazione Di Vittorio. A
beneficiare degli accordi – molti dei quali firmati con i Comuni – sono le famiglie e i cittadini in
condizione di difficoltà. Ma c’è ancora molto da fare
di Maurizio Minnucci
Un patrimonio di 6.700 documenti, tra accordi e verbali firmati dai sindacati con le istituzioni locali.
Dopo sette anni di diffuse rilevazioni, l’Osservatorio sulla contrattazione sociale di Cgil, Spi e
Fondazione Di Vittorio torna a fare il punto con il nono
rapporto annuale presentato oggi (20 giugno) a Roma. Dal
dossier – diffuso con l’ultimo numero di Materiali di
Rassegna Sindacale – emerge che i principali destinatari
degli interventi sono le famiglie e i cittadini in condizioni
di povertà (77,3%). Ci sono poi due conferme: la
contrattazione sociale territoriale resta saldamente centrata
sul livello comunale (qui si firma l’88% delle intese); l’altra
è la frattura lungo la linea Nord-Sud. Stando ai dati del
2017, infatti, i documenti che arrivano dalle regioni del
Nord-Ovest rappresentano da soli la metà (50,5%), mentre
il Mezzogiorno e le Isole restano largamente marginali.
Crescono gli accordi sui temi del lavoro, ed è questo il
“segno di una progressiva presa di consapevolezza che
conferma l’attualità della proposta politica della Cgil”, si
legge nel dossier. Altro punto qualificante è l’aumento
degli interventi per il contrasto alla povertà (“chiamano il
sindacato alla sfida del decollo del Rei, nonché alla verifica
dei processi di inclusione e del funzionamento dei servizi
pubblici territoriali”). Analogo segnale di ancoraggio
all’agenda sindacale è quello relativo ai programmi di accoglienza e integrazione dei migranti, tema non a
caso oggetto del focus d’approfondimento in coda al rapporto di quest’anno. “La contrattazione sociale e
territoriale – spiegano Giuseppe Massafra e Selly Kane (Cgil) – ha tradizionalmente un valore strategico
per migliorare le condizioni materiali delle persone e contribuire al cambiamento culturale della società.
Tanto più ha senso oggi, con le politiche territoriali che hanno assunto centralità per compensare le falle e
le storture del sistema italiano di welfare. Ciò richiama la nostra capacità di investire su nuove azioni di
contrattazione che guardino al complesso della società e dunque anche della popolazione straniera
presente nel nostro territorio”.
Il segretario confederale della Cgil Roberto Ghiselli nella presentazione sottolinea come sia soprattutto a
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Accoglienza e solidarietà sono i
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Sull’orlo di una crisi istituzionale
Il pericolo sembra sventato, ma il precedente rimane. Per quarantotto ore una normale crisi di governo
ha assunto i lineamenti di una rischiosa crisi istituzionale.
Scritto da: Gaetano Azzariti
Motivo scatenante il rifiuto del Presidente Mattarella di firmare il decreto di nomina di un ministro
proposto dal Presidente del consiglio incaricato. Il nuovo Governo non si è pertanto potuto formare
nonostante il sostegno di forze politiche che riflettevano una maggioranza parlamentare. La reazione
immediata e scomposta dei partiti non si è fatta attendere: non solo convocando manifestazioni di protesta
contro il garante della costituzione e preannunciando una campagna elettorale caratterizzata dalla parola
d’ordine “il popolo contro il Palazzo” (in chiave, dunque, sostanzialmente eversiva), ma si è persino
giunti a proporre la messa in stato d’accusa per alto tradimento o attentato alla costituzione del capo dello
Stato. La “tragedia” s’è poi rapidamente trasformata in “farsa”: quando due giorni dopo il presunto “colpo
di stato” tutto s’è ricomposto e il Governo è stato nominato con soddisfazione di tutti i protagonisti.
Sorrisi e strette di mano, parole di elogio, riconoscimento di avere operato con saggezza ed equilibrio
hanno sostituito le contumelie rivolte al mite Presidente della Repubblica italiana.
Per alcuni s’è trattato di un fuoco di paglia, classica espressione del folclore italico. Una burletta, in
sostanza, che ha segnato però un passaggio d’epoca, verso il “Governo del cambiamento”.
Se, in effetti, non può sottovalutarsi la cesura che i nuovi equilibri politici stanno producendo, con la crisi
(definitiva?) delle logiche orizzontali (destra – sinistra) e l’affermarsi di un diverso schema
contrappositivo (alto – basso), non per questo può ridursi il significato del passaggio istituzionale
richiamato. Anzi proprio questo repentino inabissarsi negli inferi della crisi e sua improvvisa celestiale
risoluzione può farci comprendere quale sia l’assetto istituzionale verso cui tendono i nuovi rapporti di
potere.
Ma per cogliere il mutamento dobbiamo alzare lo sguardo per prendere in considerazione ciò che è
avvenuto prima e che spiega persino lo “scandaloso” atto di diniego di Mattarella e la successiva
repentina ricomposizione. Noi giuristi siamo abituati a valutare essenzialmente gli atti formali, ma proprio
questo ci porta spesso a sottovalutare i fatti reali. Com’è successo in questo caso, dove l’unica
preoccupazione è parsa quella di definire i limiti del potere presidenziale di nomina dei ministri. Eppure
dovremmo sapere che i poteri del Presidente della Repubblica sono flessibili, dovendo garantire gli
equilibri costituzionali. Essi si espandono nei momenti di crisi per poi doversi ritrarre. Proprio se si vuole
conservare un ruolo di potere neutro (che non vuol dire inerme) al Capo dello Stato, rappresentante
dell’unità nazionale e organo di intermediazione politica, si devono giudicare i poteri (e gli atti
conseguenti) alla luce della funzione di garanzia politica che gli è stata affidata dalla Costituzione e non
viceversa. Ciò rende necessariamente articolato il giudizio sull’operato presidenziale che va valutata entro
il contesto dato.
Se si ragiona allora sul contesto entro cui s’è svolto l’iter di formazione del nuovo esecutivo ci si avvede
dei veri e profondi strappi che la “piccola” crisi (quella di governo) ha prodotto sulla “grande” crisi
(quella costituzionale). Almeno due i fenomeni rilevanti: da un lato si è assistito ad una “privatizzazione”
dell’organo governo, dall’altro si sono squilibrati i rapporti tra forze politiche e presidenza della
Repubblica.
Pochi si sono lamentati della gestione del tutto privata della crisi, sottovalutandone la portata sostanziale.
Il programma di governo trasformato in un contratto tra due signori stipulato dinanzi ad un notaio, le cui
obbligazioni sono assolte da un loro fiduciario. Nessun ruolo è dato alle istituzioni ed ai soggetti in essi
operanti. Nessuna consultazione con i gruppi parlamentari, che si dovranno limitare a registrare la volontà
dei capi; nessun coinvolgimento (se non ex post) con chi – nella veste di Presidente del consiglio – dovrà
essere responsabile del contratto una volta tradotto in programma politico. Persino le esternazioni di un
ministro su questioni di competenza del proprio dicastero – e dunque secondo costituzione di cui è
pienamente responsabile – sono poste nel nulla da uno dei due soggetti contraenti (è Salvini ad avere
affermato che le opinioni del ministro della famiglia sulle coppie omosessuali non avevano rilievo alcuno,
“non facendo parte del contratto”): come se fosse una questione privata. L’esautorazione del Governo, ma
anche del Parlamento è alle porte. Tant’è che i conflitti politici che dovessero sorgere in futuro si prevede
che non vadano più risolti nelle sedi politiche proprie (Consiglio dei ministri e Parlamento, appunto), ma
da un comitato di conciliazione: ancora una volta un organo privato dove dominano i due soggetti
contraenti. Nel silenzio dei più – anche della presidenza della Repubblica – con questa crisi di governo si
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