Infolampo: Lavoro – Flat-Tax

By on giugno 8, 2018

Quelle poche righe sul lavoro nel contratto di governo
La presidente dell’Inca Morena Piccinini ai microfoni di RadioArticolo1. “Altri capitoli, e non penso
solo all’immigrazione, hanno spazi enormi”. Quota 100 sulle pensioni? “Occhio alle trappole, il sistema
deve garantire equilibrio fra le generazioni”
“Mentre altri capitoli hanno spazi enormi, e non penso solo al tema dell’immigrazione, nel contratto di
governo ci sono davvero poche righe sul lavoro, e alcune soluzioni come il salario minimo non sono la
risposta al problema”. A dirlo è la presidente dell’Inca Morena Piccinini ai microfoni di RadioArticolo1.
Nell’alleanza tra Lega e 5 Stelle si parla anche dei centri per
l’impiego. “Per quanto ci sia davvero bisogno di rafforzarli e
organizzarli – sottolinea Piccinini – appare più come una
motivazione per posticipare il reddito di cittadinanza. Vero è
che c’è un grande bisogno di politiche attive per il lavoro che
mettano insieme la condizione formativa con l’incrocio fra
domanda e offerta, che sia gestito in modo serio dalle strutture
pubbliche”.
Così come c’è bisogno “di valorizzare la dignità del lavoro
che nel frattempo si è persa e di riconoscere il valore della
contrattazione”. Ma i primissimi atti del governo, come
l’incontro del ministro del Lavoro Luigi Di Maio con i rider,
secondo Piccinini “sono volti a esibire proprio la mancanza di
rappresentanza, quasi che il tema del lavoro si possa risolvere
andando a direttamente dai singoli che manifestano dei
problemi”.
Molti i suoi dubbi, per adesso, anche sul tema previdenza.
“Cosa ci sia dietro agli annunci del governo – osserva la presidente dell’Inca – sinceramente non lo
sappiamo, perché è decisamente nebuloso ciò che viene rappresentato dietro all’enfasi di quota 100. Io
penso che si nascondano tante trappole, perché il sistema previdenziale si presta ad annunci di un certo
tipo e poi a realizzazioni che vanno in senso totalmente opposto”.
Lo stesso presidente dell’Inps Tito Boeri in effetti “ha detto che si può fare quota 100, purché però si
ricalcolino tutti gli assegni in essere portandoli interamente al contributivo e si tolga la contribuzione
figurativa”. È anche vero, aggiunge, che l’attuale sistema “è decisamente troppo rigido, per cui bisogna
lavorare cercando di tenere insieme i diritti di chi è già a riposo con quelli di coloro sono vicini al ritiro e
dei più giovani: le tre generazioni non possono mai essere affrontate separatamente. Noi come Cgil, Cisl e
Uil – ricorda Piccinini – abbiamo un’ipotesi che è quella della piattaforma unitaria sulle pensioni”.
Quanto alla fisco, poi, “il tema della progressività dell’imposta non è soltanto ideologico e sociale. Si è
davvero davanti a una questione di equità, il che significa chiedere a chi ha di più di contribuire di più,
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Flat tax. Alcune note da tenere a mente
1. L’Irpef nasce nel 1974 in netto ritardo rispetto agli altri paesi avanzati. Inizialmente il suo peso è
relativamente minore rispetto a quello delle imposte indirette. Ma per “merito” della forte inflazione che
per, venti anni, caratterizza l’economia italiana, ai primi anni novanta ha già raggiunto un peso analogo
o anche superiore a quello che ha negli altri paesi. Il suo peso sul Pil è dell’11%, rispetto ad una media
OCSE di 8,4%. La riduzione della pressione dell’imposta di un punto di PIL a vantaggio dei trenta
milioni di contribuenti (dieci sono a imposta zero) può costituire un plausibile obiettivo di un programma
di governo. La questione è come effettuare questa riduzione.
Scritto da: Ruggero Paladini
L’Irpef presenta molte criticità, oltre a quella, più nota, dell’evasione. Esenta, grazie alle detrazioni e
deduzioni una quota significativa di contribuenti, pur nulla facendo per gli incapienti, la sua incidenza
sale molto velocemente, ma poi rallenta e sale lentamente. Ad esempio, se consideriamo contribuenti
senza carichi familiari e spese detraibili l’incidenza varia al variare del loro reddito nel modo seguente:
Andamenti analoghi si osservano per tutte le tipologie di contribuenti. In sostanza, il peso dell’Irpef (tutti
i dati sono relativi alle dichiarazioni 2017) grava in modo significativo sulle classi medie: il 6° e 7°
decile, il cui reddito è molto vicino a quello medio (20.200 euro), hanno un’incidenza di 15,4%, mentre
quella media totale è di 19,6%.
Inoltre l’Irpef si caratterizza per una notevole opacità; le aliquote marginali effettive sono più alte di
quelle formali (dal 23% al 43%) e si diversificano a seconda del tipo di reddito e di familiari a carico.
Malgrado tutti questi difetti l’Irpef presenta un buon grado di progressività: il 9° decile ha un’incidenza
del 20,7% e il 10° del 29,4%. Nel complesso si tratta di otto milioni di contribuenti che versano i due terzi
del gettito.
2.Quali obiettivi dovrebbero essere perseguiti da un intervento di riforma? Io indicherei i seguenti:
3.i) far coincidere le aliquote formali con quelle effettive, eliminando il carattere decrescente delle
detrazioni per tipologia di reddito, riducendo le aliquote sui redditi bassi e ottenendo così una riduzione
del peso dell’Irpef sui redditi medio-bassi e medi;
4.ii) eliminare le detrazioni per familiari a carico spostando verso un istituto di spesa le somme relative,
istituto che riassorbe anche gli assegni al nucleo familiare e altri interventi assistenziali per le famiglie;
iii) aumentare l’aliquota marginale più alta per accentuare l’elasticità dell’imposta a livelli elevati di
reddito. Una proposta con queste caratteristiche (con l’aggiunta di una fiscalizzazione di una quota dei
contributi sociali a carico dei lavoratori, per riassorbire il bonus 80 euro) si trova dal 2014 sul sito del
Nens; una variante più recente in un articolo di F. Di Nicola e R. Paladini sulla Rivista delle Politiche
Sociali n. 3-4 del 2016.
Questi obiettivi sono esattamente all’opposto di quelli della flat tax che è stata al cuore del programma del
Centro-Destra nelle scorse elezioni e del contratto di governo fra Lega e M5S. Le vicende del governo ne
allontanano l’introduzione, ma alla flat tax è bene continuare a prestare attenzione poiché è del tutto
plausibile che essa sarà un tema centrale della prossima campagna elettorale.
A quali obiettivi s’ispira la proposta della flat tax? Alla quasi totale eliminazione della progressività
dell’Irpef. Nella versione resa nota dalla stampa durante la stesura del “contratto” i criteri sono:
1.tassazione sulla base del reddito familiare e non individuale;
2.due aliquote, 15% fino a 80.000 euro di reddito (familiare) e 20% oltre;
•000 euro di deduzione per ciascun membro del nucleo familiare se il reddito è inferiore a 30.000 euro; da
30.000 a 50.000 euro la deduzione si limita ai soli familiari a carico.
Nella versione finale del contratto sopra richiamato si parla di: “due aliquote fisse al 15% e al 20% per
persone fisiche, partite IVA e famiglie; per le famiglie è prevista una deduzione fissa di 3.000 euro sulla
base del reddito familiare”.
Sorvolando sulla curiosa espressione “persone fisiche, partite IVA e famiglie”, sono confermate le due
aliquote, mentre i cambiamenti riguardano da un lato la mancata indicazione del limite superiore del
primo scaglione e, dall’altro, la vaghezza sulla deduzione dei 3.000 euro; in realtà, il fatto che non si parli
più di 3.000 euro per componente, potrebbe far pensare a una sola deduzione, allo scopo di ridurre la
perdita di gettito, stimata (da Baldini e Rizzo su LaVoce.info) in circa 50 miliardi.
Poiché la versione finale non smentisce quanto emerso in precedenza, ragioniamo sulla base dei tre punti
sopra descritti. Il sistema conserva una flebile progressività, ma solo ad intervalli; se prendiamo un
lavoratore dipendente senza carichi familiari, possiamo dire che, grazie alla clausola di salvaguardia, da
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