Infolampo: Azzardo – Diritti

By on maggio 15, 2018

L’azzardo vince ancora
Aumentano le giocate (in testa il Gratta e vinci) e i ludopatici (quadruplicati in un decennio). All’uso
crescente del cellulare per le scommesse fa eco un terzo dei giocatori convinto di poter diventare ricco
non per la fortuna ma per la propria abilità
di Giorgio Frasca Polara
Azzardo senza freni. Lo documenta un rapporto dell’Istituto di fisiologia clinica (Ifc) del Consiglio
nazionale delle ricerche di Pisa dal quale si desumono cifre
impressionanti sulla diffusione crescente dei giochi, su quelli
preferiti (in particolare dalle vittime di ludopatia), sulla novità
dell’uso, per le scommesse, non solo dell’on line ma ora anche, e in
modo massiccio, del cellulare.
Qualche cifra, e qualche paragone. Intanto aumentano –
quadruplicati in poco più di un decennio – i giocatori cosiddetti
problematici, colpiti da ludopatia o ad alto rischio. Se ne contavano
100mila nel 2007, erano diventati 230mila tre anni dopo, erano
ancora saliti a 260mila nel 2013, e ora sono ben 400mila. (La
maggior parte di loro non possono essere curati perché non sono
stati ancora erogati i pochi fondi stanziati da due anni.) Né questa è
la sola progressione impressionante. Ce n’è una che vale per tutte le
altre: il 43% degli abitanti del Paese di età compresa tra i 15 e i 64
anni (diciamo 17 milioni di persone) ha giocato l’anno scorso d’azzardo almeno una volta. Appena nel
2014 erano 10 milioni. Unico dato relativamente confortante: tra i giovani (fascia 15-19 anni) il numero
assoluto dei giocatori è in calo, da 1,4 milioni a 1 milione.
Qual è il modo più diffuso per cercare la fortuna, spendendo qualcosa come cento miliardi all’anno? E’ il
gratta e vinci: in meno di dieci anni è passato dal 60 al 74% delle preferenze. Calano invece lotto e
superenalotto: dal 72,7 al 50,5%. Piuttosto, sale notevolmente la predisposizione per le scommesse
sportive: dal 18,3% del 2010 si è giunti al 28%. Questo è il dato generale. Se invece ci si riferisce ai soli
giocatori con profilo a rischio (ludopatie, ecc.) il rapporto con i giochi varia sensibilmente: il 72,8% si
dedica soprattutto alle scommesse sportive, un po’ meno al gratta e vinci (67,5%) mentre ottengono un
preoccupante piazzamento (38,1%) i videopoker e le new slot. Particolare inquietante: quasi la metà dei
giocatori problematici (il 47,1%) ha un reddito annuo tra i 15 e i 36mila euro. Da qui debiti, usura, crisi
familiari, persino suicidi.
Altro dato destinato ad un riesame delle politiche anti-azzardo è rappresentato dal già menzionato uso
crescente del cellulare per le giocate. Uso che quanto meno depotenzia sensibilmente le norme sulla
distanza ad esempio dalle scuole dei bar e degli altri locali muniti di videopoker e slot. La diffusione del
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Verso il congresso, ora
tocca alle categorie

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Dal diritto del lavoro al diritto delle persone
L’evoluzione socioeconomica ha stravolto le condizioni per cui era stata pensata la legislazione. Bisogna
dunque ripensarla partendo dal chiedersi come una democrazia costituzionale possa garantire
l’esigibilità dello standard di beni e servizi corrispondente, nelle condizioni storicamente date, allo status
di cittadinanza
di Umberto Romagnoli
“Andrea, riesci a immaginare un dirigente di un sindacato come la Cgil che dica: il lavoro salariato non è
più importante come prima?”, chiede Vittorio Foa ad Andrea Ranieri durante una conversazione riportata
in un agile volumetto che Einaudi pubblicò all’aprirsi del nuovo secolo. (1)“No. Però, bisogna cominciare
a pensarci”, è la risposta. Foa, che malgrado lo sconforto la condivide, deve giudicarla incompleta.
Difatti, si affretta a precisare: “Forse, bisogna cominciare anche a dirlo”.
In effetti, tutti i maggiori sindacati (non solo la Cgil) hanno tardato a decifrare un mondo del lavoro dove
l’industria è meno centrale, anche se non meno essenziale, e l’automazione ha accelerato il tramonto
dell’operaio addetto al tornio o alla catena di montaggio come figura-simbolo di una stagione che pareva
destinata a non finire mai. Un mondo dove si restringono le basi materiali del predominio, se non
numerico, politico-culturale del lavoro salariato a tempo pieno e indeterminato nelle macro-strutture della
produzione massificata e standardizzata che, altrove assai più che in Italia, avevano dato vita al fenomeno
del gigantismo dell’economia di scala. Un mondo dove il lavoro si declina al plurale. E questo è l’esito
senz’altro meno prevedibile e più paradossale del colossale sforzo collettivo compiuto nel secolo XX per
creare – diceva Antonio Gramsci – “con una coscienza del fine mai vista nella storia, e con ostinazione
feroce, un tipo nuovo di lavoratore e di uomo”. Il fatto è che l’egemonia del soggetto sociale – che aveva
funzionato come referente tanto della legislazione sociale ottocentesca quanto della codificazione civile
del 1942 e, benché la nostra economia fosse ancora prevalentemente rurale, sarebbe stato massicciamente
valorizzato dalla Costituzione repubblicana del 1948 – non ha resistito all’usura del tempo.
Da noi, i lavoratori del settore terziario, che oggi si attestano intorno al 70% degli occupati, sorpassano
per la prima volta nel 1973 gli addetti all’industria e, tra questi, gli operai non sono più in larga
maggioranza: ma tutto ciò era successo negli Usa con una ventina d’anni d’anticipo. Ciononostante, si
mantiene alta la visibilità del gap culturale di un sindacato che, dopo avere tanto uniformato, massificato
e livellato, deve imparare ad agire sul diverso, sul disomogeneo, sul disperso, senza nemmeno una piena
consapevolezza del perché delle difficoltà che gli ha sempre procurato battersi per il primato del collettivo
sull’individuale. Preferiva auto compiacersi che lo Statuto dei lavoratori avesse contribuito a stabilizzare
la subalternità dell’individuale al collettivo organizzato. Difatti, nella sua versione originaria l’art. 19
obbliga a valutare la maggiore rappresentatività dei sindacati al livello confederale, ossia al livello più
alto possibile di centralizzazione burocratica dove i singoli rappresentati non hanno accesso diretto, e
dissimula che la maggiore rappresentatività è uno stato di grazia che non può durare in eterno. Dal canto
suo, l’art. 28 disegna una speciale corsia processuale per la repressione giudiziaria di comportamenti
dell’impresa lesivi dei diritti individuali di libertà sindacale, ma ne ammette la percorribilità soltanto da
parte di istanze collettive strutturate, sommariamente identificate nei sindacati “nazionali”. Infine, il titolo
III non contiene elementi per definire né la posizione dei rappresentanti sindacali di fronte ai rappresentati
né la fonte della loro legittimazione, ragion per cui non si è mai saputo con precisione come il
rappresentato possa reagire in caso di lesione dei propri interessi. Come dire: l’allineamento
all’ispirazione di fondo delle legislazioni dell’Occidente capitalistico che identificano nella mediazione
del sindacato-istituzione uno strumento di controllo della società è pressoché perfetto. E l’ispirazione è
quella di incoraggiarlo a comportarsi più da tutore che da mandatario e a trattare il rappresentato come un
soggetto a metà strada tra il capace e l’incapace, col risultato di farne il destinatario finale di decisioni
prese chissà dove in nome di indistinte collettività.
Se per molto tempo si è sorvolato sulle criticità di una visione venata di paternalismo come questa, è
solamente perché il sindacato, con l’appoggio determinante della sinistra politica, era intento a traghettare
gli uomini col colletto blu e le mani callose dallo status di sudditi di uno Stato monoclasse allo status di
cittadini di uno Stato pluriclasse.
Anche gli eroi, però, ogni tanto devono riprendere fiato e si distraggono. Forse, è per questo che il
sindacato non si è ancora reso conto, in ragione dell’acquisita inseparabilità dalla persona come predicato
della stessa, che lo status di cittadinanza riconosciuto da una democrazia costituzionale non solo ha
sostituito il lavoro come prius generatore del diritto ad avere diritti, a cominciare dal diritto a un’esistenza
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