Infolampo: Basaglia – Scuola

By on maggio 14, 2018

Legge Basaglia, una conquista di civiltà
Quarant’anni fa la 180 restituì dignità e cittadinanza alle persone con disturbi mentali. Essa rappresenta
ancora oggi un formidabile motore di trasformazione delle istituzioni e di affermazione dei diritti per i
soggetti più vulnerabili
di Stefano Cecconi e Rossana Dettori
Il processo per l’abolizione del manicomio come istituzione totale – distruttiva e irriformabile, così la
definiva Basaglia – era cominciato molto tempo prima, già negli
anni sessanta. Ma fu la legge 180 a sancire una svolta radicale.
Migliaia di uomini e di donne internati in manicomio furono da quel
momento, seppur gradualmente, liberati, impedendo che altri vi
fossero rinchiusi. A partire dal 13 maggio del 1978 – giorno
dell’approvazione della norma (domenica prossima ricorre dunque il
quarantennale) – alle persone con disturbi mentali furono così
restituiti diritti, dignità e cittadinanza.
Non fu una conquista isolata, la legge 180. Maturò durante un lungo
periodo di lotte sociali e sindacali. Sempre nel 1978 – seppure anno
terribile, funestato dal terrorismo brigatista culminato nell’assassinio
di Aldo Moro – furono approvate tre leggi pilastro nel campo dei
diritti sociali e civili: accanto alla riforma Basaglia, appunto, la
legge 194 per la maternità consapevole e l’autodeterminazione delle
donne e la legge 833 di riforma sanitaria, che abolì le mutue e affermò il diritto universale alla salute.
Far vivere la legge 180 non è stata una passeggiata. Per chiudere effettivamente i manicomi ci son voluti
vent’anni e un decreto definitivo, quello del ministro Rosy Bindi nel 1999. È stata una legge ostacolata,
parzialmente attuata e persino tradita. Ancora oggi molte strutture residenziali sono luoghi di custodia più
che di cura, dove si pratica la vecchia contenzione meccanica o quella nuova dei farmaci; come denuncia
la campagna “E tu slegalo subito”, che abbiamo promosso con altre associazioni. E ancora vive lo stigma
della pericolosità sociale per il matto. Mentre molte persone sofferenti e i loro familiari, non ricevendo
risposte tempestive, si sentono abbandonati. Anche così si tradisce la 180.
Eppure essa resta un formidabile motore di trasformazione delle istituzioni e di affermazione dei diritti
civili e sociali delle persone più vulnerabili. Grazie alla legge 180, l’Italia è considerata
dall’Organizzazione mondiale della sanità il Paese che dispone della legislazione più avanzata per la
tutela della salute delle persone con disturbi mentali. Lo dimostra l’esistenza, a livello locale, di numerose
esperienze positive che aiutano le persone a restare nel proprio ambiente di vita; tutte guidate dai
Dipartimenti di salute mentale, ma nelle quali vive la partecipazione delle persone malate e dei loro
familiari e il contributo delle associazioni e della cooperazione no profit.
Non solo. Nelle esperienze in questione si è ridotta la spesa verso residenze e comunità, troppe volte
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Cambiamenti climatici.
Po, il fiume che soffre

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Abuso dell’inglese e modello aziendale: così il ministero
distrugge la scuola
La pubblicazione del raggelante “sillabo per l’educazione all’imprenditorialità” è solo l’ultimo esempio
dell’attacco al sistema dell’istruzione da parte di un modello culturale inquietante
di Raffaele Simone
Abuso dell’inglese e modello aziendale: così il ministero distrugge la scuola
Tra le tante iniziative in ricordo di Tullio De Mauro che stanno avendo luogo a un anno e poco più dalla
sua scomparsa, non mi pare di averne vista nessuna dedicata a una delle imprese a cui teneva di più. Parlo
della sua testarda speranza che l’amministrazione italiana potesse finalmente imparare, se non a parlare,
almeno a scrivere in modo civile e affabile.
A questa speranza dette corpo tra l’altro promuovendo il “Manuale di stile dei documenti amministrativi”
di Alfredo Fioritto (2009). Se la ministra Fedeli, che in più occasioni si è fatta paladina della memoria di
De Mauro, se ne fosse ricordata, dai suoi uffici non uscirebbero documenti come il raggelante Sillabo
(sic) per l’educazione all’imprenditorialità destinato alle scuole medie di secondo grado, che ha fatto
scalpore il mese scorso.
Il Sillabo, che è accompagnato da una circolare non meno raggelante, è infatti gremito di espressioni
inglesi fitte fino allo stordimento: molte inutili, parecchie oscure, altre platealmente ridicole. Su questo
punto è insorta l’Accademia della Crusca, che vigila sulla comunicazione pubblica segnalando eccessi,
abusi e sfondoni. Secondo l’Accademia, il Sillabo sembra promuovere, più che lo spirito imprenditoriale,
«un abbandono sistematico della lingua italiana». Un vero scoramento deve aver colto l’Accademia, se,
alla fine della nota sul Sillabo, gettando la spugna, dichiara che «in considerazione della gravità del
modello linguistico-concettuale offerto dal Sillabo» rinuncia del tutto a proporre soluzioni italiane
alternative.
È chiaro che per rieducare l’amministrazione italiana (nel linguaggio e in altri ambiti) non è bastato lo
scrupolo di De Mauro né basta la devozione che la ministra gli dichiara. La Crusca però ha segnalato con
discrezione un altro aspetto critico del Sillabo: oltre che la lingua in cui è scritto, a creare allarme sono i
concetti di cui è intessuto.
Il fitto documento (11 pagine) infatti non è che una tetra lista di frasi all’infinito (alcune senza neanche
quello), divise in gruppi tematici e messe in fila quasi come giaculatorie, che non dicono nulla a chi si
aspetta che i discorsi contengano un senso complessivo.
Ci vuol poco a immaginare che il Sillabo non è che la svelta messa in pagina di uno di quei Power Point
che psicologi e consulenti aziendali usano a sostegno delle loro chiacchierate. Riporto qui alcuni
campioni pescati a caso, con miei concisi commenti tra parentesi: «Comprendere l’importanza di avere
una visione su possibili scenari futuri e loro concrete attuazioni (ovvio, banale). Condividere le passioni
personali con il resto della classe anche attraverso giochi di ruolo, quiz individuali e lavori di gruppo (i
quiz come strumento per condividere le passioni personali?). I pilastri di un’idea: rispondere ad
un’esigenza e creare una soluzione originale (banale)».
In qualche caso, si sfiora la scrittura automatica: «Personas: costruire gli archetipi degli stakeholder
correlati ad una sfida/idea specifica (beneficiari, clienti, ecc.) a supporto dell’implementazione di un’idea.
Comprendere le caratteristiche e le potenzialità della co-progettazione, anche attraverso approcci di
design thinking e sfruttando tecniche di prototipazione rapida.» Di queste massime, nel documento ne
trovate centinaia, il che rende la lettura a dir poco disperante.
Ma gli estratti che ho dato qui sopra mostrano che il punto dolente del Sillabo non è tanto la cascata di
espressioni inglesi, e neanche l’inondazione di platitudes che contiene. È piuttosto il modello di cultura
che ne trapela. Cerco di darne una prototipazione rapida. Il mondo avanzato è avviluppato da tempo da
una spessa coltre di cascami di cultura aziendal-economica (e del connesso linguaggio), originata nei
dipartimenti di management statunitensi e poi spruzzata in forma degradata su tutti gli ambienti operativi.
Il destinatario di qualunque servizio (alunno, passeggero, ammalato, detenuto) è ormai un cliente (o anche
un customer), l’ente che gli assicura il servizio è un’azienda, la soddisfazione dell’utente è la customer
satisfaction, le figure professionali che intervengono sono gli attori (o i players), il risultato è creazione di
valore, bisogna essere non più attivi ma proattivi, la ricerca di finanziamenti è un fundraising e così via.
In questo universo l’inglese è a casa sua per una sua speciale proprietà: un banale termine inglese messo

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