Infolampo: Lavoro – part-time

By on aprile 6, 2018

In 15 anni persi 75 mila impiegati pubblici
Crollano gli occupati stabili e aumenta l’età media. Lo svela il primo report annuale curato da Fp Cgil e
Fondazione Di Vittorio. Nel giro di due anni gli over 60 saranno quasi 900 mila. Sorrentino: “Sbloccare
il turn-over non basta, ora nuove assunzioni”
Occupazione in progressiva diminuzione nella Pa, sia quella stabile che flessibile, con un’anzianità media
in continua crescita. Sono infatti circa 75 mila gli occupati stabili in meno in quindici anni. La flessione
registrata tra il 2001 e il 2015 investe principalmente gli uomini, calati di 156.450 unità a fronte di una
crescita per le donne di 28.232 unità, mentre
l’occupazione flessibile cala, lungo questo stesso
periodo, di oltre 40 mila unità. Sono i dati che
emergono dal primo report annuale sull’occupazione
nelle pubbliche amministrazioni, nello specifico per
quanto riguarda i comparti Funzioni centrali, Funzioni
locali e sanità, realizzato dalla Funzione Pubblica Cgil
e dalla Fondazione Giuseppe Di Vittorio. Uno studio
che ripercorre l’andamento dell’occupazione nelle
pubbliche amministrazioni, della sua qualità e delle

prospettive che chiamano in causa il tema del turn-
over, di piani assunzionali e di processi di

stabilizzazione del lavoro precario.
“Per garantire lo stesso livello dei servizi della Pa e
qualificarlo, non solo bisogna sbloccare il turnover ma serve aumentare del 30% il valore del piano di
assunzioni”; commenta il segretario generale della Fp Cgil Serena Sorrentino in occasione della
presentazione. A suo giudizio è il momento di lanciare “un piano straordinario di assunzioni” che vada
oltre il ricambio tra chi esce e chi entra (dal 2019 al 100%) e superi anche il programma di stabilizzazioni
previsto dalla riforma Madia. D’altra parte, aggiunge, come noto nei “prossimi anni andranno in congedo
450 mila persone” dalla pubblica amministrazione. E tutto ciò mentre ci sono servizi, come quelli della
sanità, “che soffrono e vanno rafforzati”. La sindacalista tiene a sottolineare che “le prossime assunzioni
devono essere tutte a tempo indeterminato”, facendo un salto in avanti rispetto a quanto già stabilito con il
rinnovo contrattuale che ha “già ridotto le tipologie di lavoro precario”.
Occupazione stabile
Nel dettaglio di questi primi numeri, che forniscono la cornice del rapporto, la dinamica occupazionale
registrata tra il 2001 e il 2015 è decrescente lungo tutto il periodo (per un totale di 75.368 unità in meno).
Sempre prendendo in considerazione la dinamica negli anni dell’occupazione stabile, lungo i 15 anni in
esame, il rapporto della Cgil evidenzia la crescita del part time che aumenta di 29.498 unità a fronte di un
calo del full time di104.866 unità. Un dato che in percentuale registra una crescita del part time pari
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Il part-time, una scelta dell’offerta o della domanda di
lavoro?
Il 2017 verrà ricordato in Italia, fra gli addetti ai lavori – o forse sarebbe più corretto dire fra le addette,
non solo per equità semantica, ma perché complessivamente di donne si occupano quasi sempre altre
donne – come l’anno in cui si è registrato il record storico del tasso d’occupazione femminile: nel terzo
trimestre 2017 il 49,1% delle donne 15-64enni era occupato. In un recente Policy Brief dell’INAPP tale
risultato è stato approfondito – analizzando i dati degli ultimi anni – con l’obiettivo di capire se è
possibile esprimere, al riguardo, soddisfazione per il presente e ottimismo per il futuro.
Scritto da: Tiziana Canal e Valentina Gualtieri
È necessario sottolineare che non si è volutamente tenuto conto del 51% di donne che non lavorano, della
forza lavoro potenziale inutilizzata, del capitale umano sprecato, della parte di PIL non prodotto. Si è
invece offerto un quadro su alcuni aspetti che tendono a caratterizzare le donne occupate nel periodo
2008-2016, comparandole con gli uomini. In estrema sintesi, dall’analisi condotta sulla situazione del
lavoro femminile non emergono questioni non note, ma nuovi aspetti su cui riflettere.
Il mercato del lavoro si avvale meno delle donne rispetto agli uomini. Se da un lato è vero che la marcata
differenza di genere nella quota di persone occupate si è progressivamente ridotta dal 2008 a causa,
sostanzialmente, della diminuzione dell’occupazione maschile in seguito alla crisi, dall’altro, la ripresa
occupazionale, registrata dal 2014, ha di fatto innescato una nuova crescita del divario di genere nei tassi
di occupazione. Rimane inoltre alto il divario di genere nell’utilizzo del part-time e nel numero di ore
lavorate complessivamente.
Inoltre, il ridotto utilizzo della componente femminile nell’occupazione appare, nell’insieme, come un
fenomeno legato più a dinamiche strutturali che a congiunture economiche, positive o negative. La
componente maschile ha subito di più gli effetti della crisi, principalmente in ragione della preponderanza
della stessa componente nei settori che hanno sperimentato la contrazione maggiore nella fase post-2008
(si pensi, ad esempio, a settori come le costruzioni e l’industria in senso stretto). Nella fase di ripresa,
tuttavia, la componente occupazionale maschile è quella che ha mostrato i tassi di crescita maggiori
determinando una nuova divaricazione del differenziale di genere.
Nel complesso, quello che colpisce di più quando si osserva il lavoro maschile e femminile è che le
peculiarità paiono sempre le stesse, da 20 anni a questa parte: la componente femminile è meno utilizzata,
in termini di quote di popolazione e di ore di lavoro; le donne occupate (dipendenti e full time) hanno
mediamente retribuzioni più basse dei colleghi maschi; le occupate, complessivamente, dichiarano di
“stare meglio a lavoro” rispetto agli uomini, esprimendo maggiori capacità di conciliare vita professionale
e vita privata, nonché maggiore soddisfazione per gli orari di lavoro; infine, sono ancora le donne, in
Italia, a dedicarsi prevalentemente alle attività domestiche e di cura familiare, spendendo mediamente,
circa 3 ore in più al giorno rispetto agli uomini in queste attività.
Alla ricerca di interpretazioni che consentano di comprendere sia il ridotto utilizzo delle risorse femminili
all’interno del sistema produttivo italiano, sia il ridotto impiego del tempo maschile per il lavoro non
retribuito, e che non guardino a tale fenomeno come al risultato di una scelta meditata o all’adattamento
ad una domanda di lavoro selettiva, si è fatta propria la tesi delle “preferenze adattive” (Goldman e
Altman Why do people overwork? Oversupply of hours of labour, labour market forces and adaptive
preferences, in The long work hours culture: Causes, consequences and choices, a cura di Burke e
Cooper, 2008).
Come chiarito da Martha Nussbaum (Le nuove frontiere della giustizia, Il Mulino, 2007), tale concetto, in
relazione con quello delle capabilities, consente di cogliere le differenze, soprattutto in ottica di genere,
fondate sulle preferenze – espresse in termini di adattamento e non di libera valutazione – che
scaturiscono da modelli economici e culturali talmente radicati da non essere, spesso, percepite o
riconosciute da chi esprime una propensione o una scelta. In altri termini la ridotta capacità di scelta
conduce ad adattamenti normativi talmente interiorizzati da non essere, forse, nemmeno più riconoscibili:
per avere sia un’occupazione che governare la sfera privata l’unica strada è conformarsi a modelli
culturali spesso anacronistici, gravati da una domanda di lavoro selettiva e poco generosa e cercare
supporto in un sistema di servizi alla persona insufficiente e con risorse economiche pubbliche sempre più
ridotte.
Con questa chiave di lettura, il sottoutilizzo delle donne nel mercato del lavoro insieme all’elevato
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