Infolampo: Mafie – Coop

By on marzo 16, 2018

21 marzo, insieme contro le mafie
Si terrà a Foggia e in contemporanea in oltre 4mila luoghi in tutta Italia il prossimo 21 marzo la
manifestazione nazionale di Libera “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime
innocenti delle mafie”. Oltre a Cgil, Cisl e Uil e a tante altre organizzazioni e associazioni,
all’iniziativa, cui sono invitati a partecipare in primis i giovani e le scuole, aderisce anche lo Spi Cgil,
impegnato con i suoi volontari da anni nei Campi della legalità promossi all’interno dei beni confiscati
ai mafiosi. Il tema scelto quest’anno è “Terra, solchi di verità e giustizia”.
Da 23 anni, il primo giorno di primavera, la rete di Libera,
gli enti locali, le realtà dl volontariato e del terzo settore, le
scuole, assieme ai famigliari delle vittime, si ritroveranno in
tanti luoghi per ricordare nome per nome tutti gli innocenti
morti per mano delle mafie, creando in tutto il Paese un
ideale filo di memoria, di impegno e di giustizia. La lettura
degli oltre 900 nomi delle vittime avverrà alla stessa ora,
nello stesso giorno, e unirà Foggia a tanti luoghi d’Italia.
La scelta di celebrare a Foggia la “Giornata della memoria e
dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”
nasce con l’obbiettivo di puntare l’attenzione sulle mafie del
territorio, organizzazioni criminali molto pericolose e che si
fa fatica a leggere. «Malgrado l’evidenza – si legge sul sito
di Libera – la percezione della cittadinanza è ancora bassa.
Una mafia, quella foggiana, così invasiva da spaventare. Le
mafie foggiane sparano mentre le altre mafie non sparano
più. Le mafie foggiane, tutte le mafie foggiane, mantengono
la loro evidenza violenta laddove le altre mafie impongono
il silenzio. Foggia è una città sotto attacco. La Capitanata è
una provincia sotto attacco. Dall’inizio del 2017 sono 17 le
persone morte ammazzate, cui si aggiungono due casi di “lupara bianca”, su una popolazione di 620 mila
abitanti. Un dato tanto impressionante quanto ignoto. La criminalità organizzata del foggiano vive
dell’ignoranza che la circonda. Per esempio, quella di quanti continuano ad associarla alla Sacra corona
unita, come fosse una cosa sola con quest’ultima. Cosa che non è, e anzi, le stesse mafie della provincia di
Foggia hanno, tra loro, peculiarità che le differenziano. E così, la manifestazione del prossimo 21 marzo
2018 serve innanzitutto a questo: a generare consapevolezza e a colmare un ritardo storico, figlio della
sottovalutazione. Serve non a colpevolizzare un contesto, magari tacciandolo tout court per mafioso, ma a
spiegare quel che ci raccontano le indagini, le inchieste, le morti per strada e nelle campagne, i fatti. Serve
a dire che la mafia foggiana è sì violenta e triviale, ma ha profondamente le mani nell’affare. E che i soldi
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Mettere fuorilegge le finte coop
Un fenomeno in crescita, per evitare parte dei controlli o ridurre i danni in caso di denunce. Evadono
l’Iva, l’Irap, contributi, tfr e parte della paga. Spesso vengono usati contratti bulgari e romeni con
retribuzioni più basse e tutele inesistenti
di di Giorgio Frasca Polara
“Ci siamo rimasti male quando abbiamo capito che il caporalato attecchiva anche qui”, ammette Arturo
Zani, della Flai Cgil di Cesena. Come fanno a intercettare i lavoratori, soprattutto extracomunitari? “Se
sono già qua con il passaparola, altrimenti vengono contattati nei Paesi di origine da intermediari. Arrivati
in Italia ricevono il numero di cellulare del caporale: appuntamento in un luogo preciso e ora precisa.
Senza ritegno”. A parlare – all’inviato del Venerdì di Repubblica – è un dirigente sindacale che il
caporalato ha conosciuto bene nel Sud e che d’estate, come altri suoi compagni, fa il “sindacalista di
strada” nelle campagne di Villa Literno, Mondragone, Nardò…
E da qualche tempo ha scoperto, qui in Emilia, “una situazione sconvolgente”: “Il reclutamento in alcuni
casi è passato dai Centri di accoglienza predisposti dalla prefettura con i Comuni. Presi la mattina e
riportati la sera”. Ma nel Cesenate il mercato delle braccia si consuma apertamente nella piazza principale
di Borello e ai distributori lungo le valli del Savio, del Bidente, del Rubicone. (I distributori di benzina
come luogo di incetta di manodopera clandestina era stata “inaugurata” in Toscana, per la raccolta
dell’uva nell’area del Chianti, come anche RadioArticolo1 aveva raccontato un paio d’anni addietro.)
Due le caratteristiche del caporalato al Nord, una vecchia e una nuova. La vecchia è lo sfruttamento
intensivo per la raccolta di frutta e allevamenti. Retribuzione bassissima (4 o 5 euro l’ora), zero diritti,
niente malattia, infortunio, maternità, turni di lavoro da dieci a quindici ore anche sette giorni la
settimana. Sistemazione in case isolate, 150-200 mensili a posto letto, e il caporale fa la cresta anche
sull’affitto. A Carmagnola un bracciante romeno di 45 anni è morto per superlavoro: intere giornate nei
50 gradi di una serra. Nel bresciano un altro romeno di 66 anni è morto mente lavorava in una vigna di
Erbusco, reclutato da una cooperativa.
Già le coop. Qui sta la (relativa) novità delle cooperative fasulle di cui sono doppiamente vittime in
particolare gli extracomunitari. L’inviato del Venerdì ha raccolto la testimonianza di Adja, una ragazza
del Senegal. Lavorava per una “cooperativa” ma è stata licenziata. Quando ha chiesto all’Inps l’assegno
di disoccupazione, glielo hanno negato: “La coop (i titolari sono tre indiani) non aveva versato i
contributi”. La ragazza risultava assunta come part-time, con uno stipendio di 732 euro. “In realtà – ha
spiegato Zani – ha lavorato a tempo pieno, anche dieci o dodici ore al giorno. Nel mondo del nuovo
caporalato o accetti ogni angheria o non lavori. E la sua situazione non è la peggiore”.
Perché questo salto di qualità, con le finte coop? Per evitare una parte almeno dei controlli o almeno
ridurre i danni in caso di denunce: evadono l’Iva, l’Irap, contributi previdenziali manco a parlarne, come
tfr e parte della paga; e molto spesso vengono usati anche contratti stranieri, bulgari e romeni, con
retribuzioni assai più basse di quelle previste dal contratto italiano e con tutele inesistenti. Il
“cooperatificio” più grande è stato scoperto a Castelnuovo Rangone, nel modenese, distretto della carne
di maiale (tre miliardi di fatturato, cinquemila operai di cui 1.400 negli appalti. Qui ad esempio, tra il
2012 e il 2014 sono stati controllati dalla Finanza mille operai: 900 non erano in regola. Sette su dieci,
“soci” lavoratori di cooperative, sono stati ritenuti falsi soci.
Spiega Umberto Franciosi, segretario della Flai Cgil dell’Emilia-Romagna che questo meccanismo “è
rodato”: “Il committente, nella cui azienda il lavoro costa 25 euro all’ora, dà in appalto o affitta un ramo
d’azienda ad un consorzio (che ha uno o due dipendenti). Il consorzio affida i lavori a diverse coop o srl
dove il lavoro costa 13,5 euro l’ora. Il risparmio è del 40%, in spregio ai contratti nazionali di lavoro”. Di
più e di peggio, racconta ancora Franciosi al Venerdì: “Nel 2015, accertato il reato di somministrazione
illegale di manodopera, committente e appaltatore di un’azienda di lavorazione carni avrebbero dovuto
pagare 50 euro al giorno di ammenda per 250 giorni lavorativi per 200 persone: due milioni e mezzo per
ogni anno, dal 2011 al 2015”. Però il 6 febbraio 2016 sono entrate in vigore le norme di depenalizzazione
che trasforma in illeciti amministrativi i reati di somministrazione abusiva di lavoro. In più il decreto
precisa che la sanzione totale non deve superare i 50mila euro e, se pagata subito, viene ridotta a 16.667
euro. “Insomma dai 5 milioni di sanzione penale si è passati a 17mila euro totali, perché il decreto è
retroattivo e ‘libera’ committenti e appaltatori”. E i lavoratori? Loro invece, e paradossalmente, sono
incastrati: “Per la posizione di falsi soci, per compensi nascosti sotto la voce di rimborsi spese non
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