Come era vestita – L’abito non fa la vittima

By on marzo 12, 2018

Was this: from the top – a white t-shirt – cotton short-sleeved – and round at the neck
What I was Wearing by Mary Simmerling

Avete mai visto un processo di stupro in cui al violentatore venga chiesto se indossava I jeans piuttosto che un paio di pantaloni a coste? O se aveva la maglietta invece che una camicia? No, vero? Invece vi è mai capitato di ‘NON’ sentire chiedere alla vittima cosa indossava? Questo sempre giusto? Perché è la domanda che si fa più spesso alle vittime di stupro, se la donna indossava una minigonna, un top, i tacchi, se era truccata, ovviamente stava ‘cercando guai’, il violentatore era, come dire, giustificato ed invogliato dall’abbigliamento della donna. I versi in capo riportati sono tratti dalla poesia della prof.ssa Mary Simmerling, da lei letta alle sue allieve nel 2013.
Come sempre ho saltato l’8 marzo, schivo il più possibile lo scontato banalismo che crea un recinto fiorito di mimose circoscritto all’8 marzo, aprendo le porte dei recinti dell’oblio il mattino seguente. Una giornata dove tutti sono contro la violenza sulle donne, salvo poi ricadere nei soliti peccati di genere, le donne stuzzicano i maschi con atteggiamenti ed abiti, e quindi se gli succede qualcosa se lo sono cercato. Un luogo comune? Mica tanto, i procedimenti di stalking sono archiviati nel 13,4% dei casi a Bolzano, percentuale che sale al 47,3% in Sicilia, azzardare che si tratti di diverse visioni culturali non pare azzardato.
Violenza sessuale? E tutto il resto? La strisciante protervia che porta a colpire una donna con uno schiaffo?
Ad usarle violenza verbale in pubblico per farle sentire tutta la cruda arroganza del potere maschio?
Quanto disagio si può provocare in una donna facendola sentire inadeguata, colpevole, lei è un oggetto, se ha fatto qualcosa merita di essere punita. L’autocritica è ovviamente immune da tutto questo, l’oggetto donna in quanto tale accentra in sé tutte le colpe, se sbaglia è compito dell’uomo punirla, egli è un perfetto egocentrico e la sua autorità non può essere messa in discussione.
Il meccanismo è sottile, affonda nel complesso di Stoccolma, la donna abusata, fisicamente o
psicologicamente, spesso viene portata a ritenere di esserselo meritato, arriva a giustificare la forma di violenza subita come una specie di espiazione. Si arriva al punto che la violenza raddoppia, dopo averla subita, la si ritiene anche dovuta. Come uscirne? Se il cambiamento culturale implica tempi lunghissimi e non pare procedere in maniera spedita, potrebbero forse iniziare le donne a prendere consapevolezza che nessuna punizione è dovuta, ma resta solo un atto di protervia, forse si inizierebbe a ridurre il gender gap.
MAURIZIO DONINI

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