Infolampo: Maternità – Identità

By on marzo 9, 2018

Se la maternità vale quanto un master
Per sensibilizzare sull’importanza della partecipazione delle donne nel mondo del lavoro sono nati vari
progetti, il cui obiettivo è rendere consapevoli delle capacità e competenze che si acquisiscono nel
periodo della genitorialità
di Mariaroberta Cioce
Il calo delle nascite, per l’Italia, è un dato costantemente presente negli studi sulla situazione del Paese.
Dal rapporto Istat dell’8 febbraio, si rileva che le nascite nel 2017 hanno raggiunto il minimo storico (-
183 mila, il 2% in meno rispetto al 2016), diminuendo per il nono anno consecutivo dal 2008. L’Italia sta
diventando un Paese sempre più longevo, nel quale tuttavia si pensa sempre meno al futuro.
Il numero medio di figli per donna è 1,34, dato costante dal
2016, e l’età media del parto è 31,8 anni. Un quadro in
perfetta continuità con il passato più recente e da cui emerge
un dato incontrovertibile: si fanno sempre meno figli e in età
sempre più avanzata, rimandando la scelta della maternità
nella seconda parte della vita riproduttiva. Il fatto è che l’età
più fertile è nel momento dello studio e negli anni spesi a
crearsi una professione, facendo esperienze lavorative dopo
anni di formazione, scegliendo di avere una maternità senza
rischi di licenziamento e potendo contare su possibilità
economiche più solide.
Le problematiche sempre più pressanti di conciliazione di
tempi di cura (dei figli e della famiglia) e del lavoro
spingono le donne ad avere un unico figlio. Tutto il carico di
sostegno logistico familiare ricade su di esse: quando nasce
un figlio sono molte le mamme italiane che diminuiscono l’orario lavorativo, “subendo” il part time,
discriminatorio per le donne, come stabilito dalla Corte di Giustizia europea, in quanto il tempo
lavorativo, di conseguenza le mansioni e la retribuzione, diminuiscono; accade l’inverso per l’uomo, che
alla nascita di ogni figlio aumenta le ore lavorative.
Per sensibilizzare sull’importanza della partecipazione delle donne nel mondo del lavoro sono nati vari
progetti indirizzati al governo, ai datori di lavoro e alle stesse neo mamme.
Maam-Maternity as a master
Un progetto nato da Andrea Vitullo e Riccarda Zezza, che ha l’obiettivo di rendere consapevoli donne e
uomini delle capacità e competenze che si acquisiscono durante la maternità, un periodo che può essere
considerato di crescita e aggiornamento professionale, in quanto è una vera e propria fase di sviluppo
cerebrale. Prendersi cura e far crescere un essere umano permette di sviluppare la leadership generativa,
cioè la capacità di far crescere gli altri e di tenere insieme tutti gli aspetti di un progetto, oltre che la
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Un Parlamento per soli uomini

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Chiamatemi con il mio nome
Mi capita ancora, ma più raramente di prima, d’incontrare qualcuno che si ostina a chiamarmi con un
nome femminile, o che si rifiuta di chiamarmi con il mio nome, quest’altro nome che è ormai il mio.
di Paul B. Preciado, Libération, Francia
Posso contestare la sua dichiarazione in maniera retorica, posso fornire delle prove istituzionali (mostrare
il mio nuovo documento d’identità come l’ebreo convertito al cristianesimo, nel quindicesimo secolo,
mostrava il suo certificato di purezza di sangue), posso accentuare la mia esibizione di mascolinità:
smettere di rasarmi per due giorni, portare degli stivali pesanti, indossare pantaloni più larghi, evitare di
portare una borsa, anche sputare quando cammino per strada o smettere di sorridere (la mascolinità esige
talvolta stupide coreografie).
Tuttavia, nessuna di queste pratiche basta a provare la verità del genere, per la pura e semplice ragione
che la verità del genere (come la purezza di sangue nel quindicesimo secolo) non esiste al di fuori di un
insieme di convenzioni sociali intersoggettive. Il genere non è una proprietà psichica o fisica del soggetto
né un’identità naturale, è una reazione di potere sottomessa a un processo collettivo costante di
assoggettamento, e al contempo di sostegno e di controllo, di soggettivazione e di sottomissione.
Il filo sociale
Durante i primi due o tre anni di una transizione, la mascolinità dell’uomo trans è sospesa a un filo. Un
filo che passa di mano in mano, che chiunque può legare o tagliare. Una stretta di mano, uno sguardo, un
nome o un pronome, un documento, una firma, l’autorizzazione ad aprire un conto in banca, rifare
l’esame per la patente, una confessione, un braccio messo intorno alle spalle, una domanda che viene
posta, un modo di proporre una sigaretta o di offrire da bere, e il filo viene intessuto oppure sciolto. In
meno di un secondo. È questo filo sociale che ci tiene uniti e ci costituisce, o destituisce, in quanto
soggetti politici.
Se la decisione di cominciare un processo di riassegnazione di genere è individuale e apparentemente
volontaria, il processo di transizione è assolutamente collettivo e aperto a costanti convalide, o censure.
L’intensità del dolore che si prova quando si è confrontati al fatto che una persona decida di usare per voi
l’altro pronome, oppure rifiuti di chiamarvi con il solo nome che è ormai è il vostro, è direttamente
proporzionale alla forza con la quale questo piccolo gesto reitera una catena storica di violenze e di
esclusioni.
Per un migrante o per un trans, il successo di un viaggio dipende dalla generosità con la quale gli altri vi
accolgono
Questo insignificante enunciato va a ripristinare una gerarchia normativa tra quanti hanno il diritto a un
pronome e gli altri. La persona che (credendo di conoscere il nostro sesso meglio di noi) rifiuta di
chiamarci con il nostro nuovo nome, o di accordare al maschile o al femminile quello che è riferito a noi,
non oppone, contrariamente a quanto si dice talvolta, il biologico al sociale: in generale, chi lo fa non sa
molto della nostra anatomia. Dà invece priorità a una finzione sociale normativa rispetto a una finzione
sociale in corso d’istituzione.
Per usare le parole dell’antropologo Philippe Descola, non c’è in questo processo di riconoscimento del
genere e del sesso, una lotta tra la natura e la cultura, ma tra due (o più) registri culturali della differenza
sessuale: uno normativo e uno dissidente.
Migranti nella realtà
A ogni processo di transizione di genere corrisponde una riscrittura completa del contratto sociale, nel
quale l’esistenza politica di un corpo può essere affermata o rifiutata. Per un migrante o per un trans, il
successo di un viaggio dipende dalla generosità con la quale gli altri vi accolgono e vi sostengono, senza
pensare costantemente “ecco uno straniero” oppure “so che in realtà sei una donna”, ma vedendo la vostra
singolarità di corpo vulnerabile e alla ricerca di un altro luogo dove la vita potrebbe radicarsi.
E facendo questo, inoltre, scoprono con voi il nuovo spazio della realtà sociale che si apre alla vostra
esistenza. Come il migrante, una persona in transizione di genere elabora poco a poco una cartografia di
sopravvivenza che distingue gli spazi abitabili da quelli invalicabili, i luoghi nei quali si può esistere da
quelli dove la nostra esistenza è costantemente contestata, fino a costruire con successo (non sempre, in
realtà) una rete di sudditanza che le permette di dare un’esistenza materiale alla finzione politica del suo
genere.
Ogni giorno, camminando su quesa rete insensata di fili fragili, mi dico che fare una transizione di genere
(Traduzione di Federico Ferrone)

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