Infolampo: 28 ore – Fascismo

By on febbraio 8, 2018

Germania, la settimana di 28 ore è una realtà
Storico accordo pilota a Stoccarda: oltre a un aumento dei salari del 4,3% la Ig Metall ha ottenuto la
possibilità per i lavoratori di ridursi l’orario settimanale per un periodo massimo di due anni. Camusso:
“È una strada a cui guardare”
Evidentemente gli “scioperi di avvertimento” della scorsa settimana hanno avuto l’effetto sperato: la Ig
Metall, il sindacato tedesco dei metalmeccanici, che conta oltre 2,26 milioni di iscritti, ha raggiunto un
accordo pilota per il Baden-Württemberg (Germania sud-occidentale) che lo stesso, ma anche diversi
osservatori esterni, non esitano a definire storico.
Oltre a prevedere un aumento salariale del 4,3% per 27 mesi, infatti, l’accordo raggiunto introduce la
settimana di 28 ore (quella normale è di 35 in Germania) per quei lavoratori che necessitano di tempo per
assistere figli piccoli, familiari anziani o malati. La riduzione di orario – cui corrisponderà anche una
riduzione salariale proporzionata, nonostante l’iniziale richiesta sindacale di un conguaglio – potrà essere
sfruttata per un massimo di due anni, dopodiché il lavoratore potrà tornare all’orario normale senza alcuna
penalizzazione. In cambio, i sindacati hanno concesso alle imprese la possibilità di proporre la settimana
di 40 ore per i lavoratori che fossero interessati ad incrementare il proprio orario di lavoro.
L’accordo, applicato per ora solo alla regione di Stoccarda (che conta comunque circa 900 mila addetti nel
settore, tra i quali quelli di Daimler, Porsche e Bosch), farà da apripista per il comparto, che a livello
nazionale vede 3,9 milioni di impiegati. “Per troppo tempo la flessibilità dell’orario di lavoro è stato un
privilegio nelle sole mani delle imprese – ha dichiarato Jörg Hofmann, leader dell’Ig Metall. “D’ora in poi
i lavoratori avranno il diritto di scegliere di ridurre il proprio orario settimane di lavoro per se stessi, per
la loro salute, per le loro famiglie. Questo accordo – ha concluso Hofmann – è una pietra miliare sul
sentiero che conduce alla costruzione di un moderno e autodeterminato mondo del lavoro”.
È “una strada alla quale guardare” e c’è “grande interesse sul tema dell’orario di lavoro”: così il segretario
generale della Cgil, Susanna Camusso, commenta l’accordo pilota raggiunto dalla Ig Metall in Germania.
Secondo Camusso, si tratta di una via da percorrere “non solo negli impianti dell’auto, a partire dal fatto
che non bisogna aspettare il tempo che ci vorrà, come sostiene Confindustria, per avere salari più
significativi e più dignitosi, ma per noi quello è il primo versante da cui partire”. Camusso ha sottolineato
che “l’accordo dice che la flessibilità guarda alle persone che lavorano, ai lavoratori, alle loro condizioni e
non esclusivamente ai problemi di funzionamento degli impianti o della produttività. Quindi, credo che
questo sia un tema che va proposto nella discussione”.
Soddisfazione per l’accordo è stata espressa anche dalla Fiom Cgil. “Un modello che non può non fare da
riferimento per il nostro Paese. Da noi ci sono salari bassi e orari lunghi: un modello da invertire”
commenta il segretario generale Francesca Re David, precisando che “è una strada da seguire anche in
Italia per puntare su meno quantità ma più qualita’ del lavoro, per far fronte all’innovazione che cambia il
modo di lavorare”. Re David sottolinea come la flessibilità nell’orario di lavoro che risponde alle
“esigenze dei lavoratori sia molto importante e significativa. Il tema oggi è come si valorizza e si
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Da Fermo a Macerata, la vera emergenza è il fascismo
“Scimmia africana”: così Amedeo Mancini aveva chiamato una giovane nigeriana prima di sferrare un
pugno contro il marito, uccidendolo. Succedeva il 5 luglio 2016, meno di due anni fa, vicino al belvedere
di Fermo, una cittadina marchigiana a 45 chilometri da Macerata. Per l’omicidio di Emmanuel Chidi
Nnamdi, colpevole di aver reagito agli insulti rivolti alla sua compagna Chiniery, Amedeo Mancini, ultrà
della Fermana vicino ad ambienti neofascisti, è stato condannato a quattro anni di carcere con il
patteggiamento e rimesso in libertà nel maggio del 2017, a nemmeno un anno dall’omicidio.
di Annalisa Camilli
All’epoca i difensori di Mancini invocarono la legittima difesa e accusarono la vittima di aver provocato
l’aggressore. Dissero anche che Mancini, ex pugile, era vicino agli ambienti dell’estrema destra, ma non
era fascista. A nemmeno due anni di distanza, un sabato mattina a Macerata, Luca Traini, 28 anni, entra in
macchina e gira per la città sparando con una pistola Glock contro i passanti, vuole uccidere chi ha la
pelle nera. Jennifer Odion, una ragazza nigeriana di 25 anni, è colpita da un proiettile alla spalla mentre si
trova alla fermata dell’autobus. Si accascia per terra davanti allo sguardo incredulo del suo fidanzato.
Traini riparte sulla sua Alfa nera e colpisce altre cinque persone in dieci punti della città. Sono tutti
uomini, sono tutti richiedenti asilo. Nessuno di loro conosce Traini e ha mai avuto contatti con lui.
Sconosciuti.
Vittime casuali
Un proiettile attraversa l’addome di Mahamadou Touré, 28 anni, originario del Mali. Il proiettile penetra
in profondità e provoca un ematoma al fegato. Touré è ricoverato e sottoposto a un’operazione in
ospedale, è ancora in terapia intensiva. Anche Wilson Kofi, 20 anni, ghaneano, è colpito all’altezza del
busto e riporta diverse fratture alle costole e una contusione polmonare. Kofi si trovava con Festus
Omagbon, 32 anni, che viene ferito al braccio destro. Gideon Azeke, nigeriano, era in bicicletta quando
ha sentito lo sparo e subito dopo il dolore all’altezza della coscia. È caduto a terra, ma nessuno l’ha
aiutato. È dovuto arrivare alla fermata dell’autobus sulle sue gambe prima che qualcuno chiamasse
un’ambulanza.
Infine Omar Fadera, 23 anni, del Gambia, è stato colpito di striscio. Altre due persone hanno contattato il
pronto intervento, ma poi non si sono fatte trovare. Si presume che fossero migranti irregolari coinvolti
nella sparatoria, che hanno avuto paura di rivolgersi all’ospedale.
Traini viene arrestato a piazza della Vittoria, si mette addosso un tricolore e dice “Viva l’Italia” quando i
carabinieri lo fermano. Il colonnello dei carabinieri Michele Roberti dice che Traini è “lucido e
determinato” al momento dell’arresto e non sembra sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Roberti
esclude un legame diretto tra la sparatoria e l’omicidio di Pamela Mastropietro, la diciottenne uccisa nelle
campagne di Pollenza il 31 gennaio.
Per l’omicidio non c’è nessun accusato: la ragazza, che era tossicodipendente, potrebbe essere morta di
overdose, non è chiaro nemmeno se sia stata violentata. Ma il suo corpo è stato fatto a pezzi e nascosto in
due valigie. Per l’occultamento del cadavere è stato arrestato lo spacciatore Innocent Oseghale, nigeriano,
che al momento è in carcere e potrebbe non aver agito da solo. Secondo quanto affermato dai carabinieri,
Luca Traini non conosceva Pamela Mastropietro e non aveva nessun rapporto con lei, eppure tutti
ipotizzano che Traini abbia deciso di prendere la pistola e sparare contro degli sconosciuti con la pelle
nera per vendicare la morte della ragazza. “Lo capisco, anche se ha colpito degli innocenti”, dice alla
stampa la madre della ragazza dopo la sparatoria.
La connessione tra l’attacco a sfondo razziale di Traini contro sconosciuti e la morte di Pamela
Mastropietro prende piede nella ricostruzione dei fatti e rimbalza di sito in sito, di notizia in notizia tanto
che anche le istituzioni la danno per scontata. Il ministro dell’interno Marco Minniti in una conferenza
stampa a Macerata lo stesso giorno della sparatoria condanna quanto avvenuto, ma parla di “farsi giustizia
da soli” e il leader della Lega Matteo Salvini si difende dall’accusa di essere “il mandante morale” della
sparatoria (Traini era stato candidato alle amministrative nel 2017 nelle file leghiste) dicendo che il
motivo di tanta violenza sono i sostenitori dell’immigrazione di massa.
L’unica rappresentante delle istituzioni che usa parole nette di condanna è Laura Boldrini, che chiama il
raid “fascista”
Anche i leader del centrosinistra, in piena campagna elettorale, usano parole tiepide: il segretario del
Partito democratico Matteo Renzi e la sottosegretaria di stato alla presidenza del consiglio Maria Elena

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luca-traini

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