Informazioni tra contributi pubblici e bassa qualità

Pensate forse che il Premio Pulitzer 2021 sia andato al NYT piuttosto che al Post? Sbagliato, a vincere il
prestigioso premio sono stati Megha Rajagopalan con Alison Killing e Christo Buschek di BuzzFeed, passato
da piccolo aggregatore di notizie a numero uno dei media. Ora proprio il fondatore di BuzzFeed, Ben Smith,
assieme a Justin Smith, ex di Bloomberg, stanno facendo nascere una nuova testata giornalistica che fa
paura a tutti. I loro investitori sono di sinistra, ma non amano le attuali testate che ritengono essere troppo
legate e allineate a una parte politica. Dopo Huff Post, Politico e BuzzFeed, la nuova parola d’ordine
dell’informazione è “serio, attendibile, globale”. Da qui alla comprensione della crisi dell’editoria italiana il
passo è breve. Chiunque si sente in diritto di intervenire su qualunque argomento, anche se non ne ha la
minima specifica competenza o conoscenza.
Intanto il New York Time si porta in casa, per un milione di dollari, il cruciverba di Wordle per arrivare ai 10
milioni di abbonati che si prefigge, dopo anni di vacche magre. L’aggiunge a Cooking e Wirecutter e
risponde che ha recentemente acquisito The Athletic. Sarà sufficiente a fermare l’emorragia seguita al
passaggio dal free al paywall? Un tema che è stato al centro dell’intervento del Presidente del Censis,
Giuseppe De Rita, al convegno Nemetria ha messo il dito nella piaga: “Esistono troppe opinioni, chiunque si
sente autorizzato a esprimere un’opinione. Come si può pensare di attirare lettori se i quotidiani riempiono
le prime 10-12 pagine sul covid, relegando tutte le altre notizie nelle pagine seguenti?”
In questo mare di fake news e opinioni dilettantesche, i quotidiani dovrebbero essere il faro, il baluardo
della verità, ma come evidenziato nel mio precedente articolo, le vendite non premiano certamente le
testate italiane. Molte hanno numeri di diffusione assolutamente risibili e paragonabili al giornalino della
scuola, verrebbe da chiedersi, un aiuto viene dai contributi pubblici. Tema quanto mai dibattuto, e anche
qui le notizie sbagliate si sprecano. Cercando di fare chiarezza, i fondi pubblici all’editoria sono un fatto
puramente italiano? Certamente no, nella classifica dei primi 7 paesi europei, l’Italia è penultima con €
1,11; seguita solo dall’Austria con € 1,01. Al primo posto troviamo la Danimarca con € 9,54 pro capite,
affiancata da Norvegia e Svezia, rispettivamente con 6,80 e 5,40 euro.
Al momento è stata erogata quest’anno la prima rata 2020 dei contributi pubblici all’editoria, per accedere
alla spartizione del fondo è necessario che la testata non sia a scopo di lucro. Oltre a questo, sono richiesti
alcuni requisiti particolari, quali essere indirizzati a minoranze linguistiche, oppure avere matrice
teoricamente indipendente, come in teoria dovrebbero essere quelle edite da cooperative di giornalisti. In
effetti il primo a usufruire del contributo è Dolomiten con € 3.088.498,02 Ma basta essere editori privati e
intestare la proprietà a una cooperativa di giornalisti e i giochi sono fatti, e quindi appaiono tra i beneficiari
nomi come Libero, Italia Oggi, il Foglio. Nei 94 beneficiari dei soldi pubblici a sostegno dell’editoria
‘indipendente’, la parte del leone la fa il mondo cattolico, Famiglia Cristiana € 3.000.000; Avvenire €
2.533.353,97; ma anche l’Arcidiocesi di Gorizia, Fondazione San Domenico da Foligno, Collegio degli
Scrittori della Civiltà Cattolica della Compagnia di Gesù, Seminario Vescovile di Guastalla e si potrebbe
andare avanti a lungo. Riassumendo, il principio di sostenere l’informazione è sottoscrivibile, ma i criteri
messi in linea per usufruirne e le bizantinerie italiane, danno adito a più di un dubbio sul fatto che
l’obiettivo del legislatore corrisponda al risultato ottenuto, osservando come certe testate abbiano ben
poco di indipendente o fini sociali. Per informazioni chiedere a Giuliano Ferrara, Vittorio Feltri, Alessandro
Sallusti…
Per recuperare credibilità e diffusione, è necessario che l’informazione torni, per quanto possibile, a essere
indipendente e di qualità, requisito essenziale per mantenere la democrazia in un paese. Gli anglo-sassoni

usano l’appellativo watch dog riferendosi ai giornalisti di vaglia, i “cani da guardia” della libertà di pensiero,
un mantra da mutuare al più presto, sperabilmente.
MAURIZIO DONINI