La sindrome del burn-out

Quante volte avete sentito dire, o usato voi stessi, la frase “Sono scoppiato!”. Questo detto popolare
riassume in sé un particolare stato psicologico noto come “sindrome del burn-out”. Questa forma di
disagio è stata descritta inizialmente da H. Freudenberger e da C. Maslach che portarono avanti le prime
osservazioni su tale fenomeno dopo il 1970 all’interno di un reparto di igiene mentale in cui avevano
notato su alcuni operatori dei sintomi caratteristici di questo problema. In particolare, affligge tutti i
lavoratori che operano in un ambito che implica relazioni interpersonali e ad alto contenuto sociale, con
particolare evidenza ai servizi di helping e supporto. A titolo esemplificativo possiamo enunciare medici,
psicologi, assistenti sociali, counselors, esperti di orientamento al lavoro, fisioterapeuti, operatori
dell’assistenza sociale e sanitaria, infermieri, guide spirituali, missionari e operatori del volontariato,
poliziotti, carabinieri, vigili del fuoco, fino ai consulenti fiscali, avvocati, nonché in quelle tipologie di
professioni educative.
Il fenomeno del burn-out fu osservato per la prima volta nel 1930 in ambito sportivo, riferendosi ad atleti
che, dopo successi iniziali, risultavano incapaci di ulteriori vittorie o di mantenere i risultati acquisiti. In
questi casi i soggetti si impegnavano talmente tanto sotto il profilo fisico e mentale, da superare la soglia
limite arrivando a “scoppiare” con improvviso stato di esaurimento psicofisico ed emozionale. Dopo
decenni di discussioni, a sancire la peculiarità del burnout è intervenuta anche l’Organizzazione mondiale
della Sanità (OMS), che nel 2019 ha riconosciuto questa sindrome come un fenomeno occupazionale e non
come una condizione medica. L’OMS ha fatto anche una precisazione importante: il concetto di burnout si
riferisce in modo specifico al contesto di lavoro e non dovrebbe essere applicato in altri contesti. Gli effetti
sono molto forti: distacco emotivo, trascuratezza degli affetti e delle relazioni sociali, importanza eccessiva
data al lavoro, demotivazione a lavoro, difficoltà di concentrazione, irritabilità e senso di colpa. Il
lavoratore che ne è soggetto, arriva al punto di "non farcela più" e si sente completamente insoddisfatto e
prostrato dalla routine quotidiana.
La Mayo Foundation for Medical Education and Research (MFMER), una delle istituzioni più attente alla
situazione della salute pubblica, ha redatto un documento in cui si individuano i fattori che in ambito
lavorativo più possono minare la psiche dei lavoratori. I soggetti interessati fanno risalire la causa del loro
burn-out alla mancanza dei mezzi necessari a raggiungere i risultati richiesti; alla sensazione che i loro
suggerimenti non vengano presi in esame; al non avere obiettivi chiari assegnati; al fatto che non siano
stabiliti i confini della loro autorità in ambito gerarchico; a relazioni problematiche sul luogo di lavoro;
all’invadenza del tempo lavorativo nell’area dedicata al tempo libero, problema che si è accentuato con
l’incidere dello smartworking.
Sono sempre gli esperti della Mayo a suggerire alcuni modi per combattere la depressione causata dalla
sindrome di burn-out, dormire, fare attività fisica, cercare sostegno da parte di amici e parenti, parlare con
i propri superiori per chiarire le radici del problema e cercare una soluzione. Il burnout si riferisce soltanto
al contesto lavorativo e, per definizione, non deve essere esteso ad altri ambiti della propria vita. Questo
fenomeno occupazionale non va confuso, con disturbi specificamente associati allo stress, come nel caso
del disturbo post-traumatico da stress. Alcuni fattori fanno ritenere che esistano categorie più soggette al
fenomeno: l’età, che se è avanzata, costituisce uno dei principali fattori di rischio di burnout; in altri casi si
presenta nei giovani, le cui aspettative sono deluse e stroncate dalla rigidezza delle organizzazioni
lavorative. Lo stato civile da cui consegue che le persone senza un compagno stabile sembrano essere più
vulnerabili a sviluppare questa forma di esaurimento psico-fisico. La differenza di genere per cui le donne
sarebbero più esposte degli uomini al pericolo di soffrire di burnout.
MAURIZIO DONINI