OCSE e previsioni economiche post-covid

Se lo scenario sanitario dell’emergenza Covid-19 è appannaggio dei medici e ricercatori, le
previsioni economiche basate sui danni causati dal lockdown e dall’impatto della crisi sul tessuto
sociale interessano tutti in qualche maniera. Preoccupante l’outlook diffuso dall’OCSE riguardo il
2020, se ai primi di marzo, ante lockdown, gli analisti dell’organizzazione avevano stimato per
l’Italia una crescita zero nel 2020 e una ripresa dello 0,5% nel 2021 ora le cose sono molto diverse.
Mascherine e distanziamento unite a un bombardamento mediatico innescato dalle iniziative
governative hanno creato un clima di paura che ha pesantemente impattato sul commercio,
tenendo i consumatori lontano dai negozi e inducendoli a guardare al futuro con preoccupazione.
Qualunque studente al primo anno di economia sa che la propensione al consumo è direttamente
proporzionale alle aspettative relativamente alla tranquillità e sicurezza del proprio reddito e
sociale.
Secondo l’Organizzazione parigina ci attendono due scenari possibili: il primo scenario prevede che
non ci sarà una seconda ondata. In questo caso l’attività economica mondiale calerebbe del 6% nel
2020 e la disoccupazione salirebbe a fine anno al 9,2% dal 5,4% del 2019. In ogni caso, entro il
2021 si perderebbero quasi cinque anni di crescita dell’economia globale. Se viceversa fossimo
investiti da una seconda ondata pandemica, questo nuovo focolaio di infezioni innescherebbe un
ritorno al blocco, la produzione economica mondiale crollerebbe del 7,6% quest’anno, prima di
risalire al 2,8% nel 2021. Il tasso di disoccupazione raddoppierebbe per arrivare a quasi al 10%, con
una scarsa ripresa dei posti di lavoro entro il 2021.
Scendendo nello specifico italiano l’OCSE ha previsto i medesimi due casi: scenario “a un’ondata”:
il PIL dovrebbe diminuire dell’11,3% nel 2020 e recuperare il 7,7% nel 2021. La produzione
industriale italiana reagirebbe rapidamente a seguito dell’abolizione delle misure di confinamento,
il turismo e molti servizi legati ai consumi si riprenderebbero e aiuterebbero l’economia a
risollevarsi. Il debito pubblico passerebbe dal 134,2% del 2019 al 158,2% del 2020, per poi
riscendere al 152,2% del 2021. Scenario a “due ondate”: il Pil diminuirebbe del 14% nel 2020
prima di recuperare il 5,3% nel 2021. Il debito pubblico passerebbe dal 134,8% del Pil del 2019, al
169,9% del 2020, per poi riscendere al 165,5% nel 2021.
Per mitigare la crisi economica l’organizzazione parigina chiede che il governo italiano dia un
robusto sostegno fiscale, attui una spesa pubblica mirata e tesa a sostenere i più vulnerabili e a
fornire gli investimenti necessari per una ripresa sostenibile. Resta il macigno del debito pubblico
italiano che, malgrado la notevole massa in assoluto, non presenta particolari criticità in quanto il
possesso è passato in buona parte in mano alle istituzioni europee. Resta sicuro che prima o poi ci
chiederanno conto di questi debiti e che la sostenibilità potrebbe peggiorare improvvisamente
qualora la BCE interrompesse il QE, cosa che prima o poi dovrà obbligatoriamente succedere.
MAURIZIO DONINI