La risposta sanitaria e le risorse economiche stanziate per la crisi

Per fronteggiare l’emergenza coronavirus, il governo italiano ha approvato tramite il decreto Cura
Italia, una serie di misure fiscali che valgono circa 20 miliardi di euro di deficit aggiuntivo, l’1,1 per
cento del Pil. Una piccola parte rispetto un totale di 350 miliardi conteggiato come necessario dal
ministro Gualtieri (19,7% del pil). Non si è trattato di una cifra in assoluto particolarmente elevata,
solo il Giappone, peraltro toccato molto poco dalla pandemia, ha stanziato di meno, ma
comunque la risposta sanitaria italiana si è dimostrata efficace di fronte all’emergenza. In poco più
di un mese i posti di terapia intensiva sono stati incrementati del 79%, mentre quelli nei reparti di
malattie infettive e pneumologia sono aumentati di oltre 4 volte. Sono state reclutate oltre 20 mila
unità di personale di prima linea, di cui circa 4.400 a tempo indeterminato e 6.800 a tempo
determinato (teniamo in considerazione che, nell’ultimo decennio, abbiamo perso circa 38 mila
unità di personale ospedaliero in seguito ai tagli ripetuti). La crisi Coronavirus Covid-19 ha
comunque messo in atto come la politica sanitaria sistemica abbia prodotto gravi squilibri, con una
sanità che funziona a macchia di leopardo. La politica di deospedalizzazione portata avanti assieme
al tentativo di rafforzare distrettuale ha prodotto zone efficienti dove la pressione sugli ospedali è
stata alleggerita dal buon funzionamento dell’assistenza domiciliare, altre dove assente
quest’ultima, le strutture ospedaliere sono rapidamente collassate. Altri aspetti messi in luce sono
la concettualità delle RSA nel XXI secolo, un modello che appare forse non più consono con i tempi
moderni, mostrando tutta la complessità del rapporto sanità-socialità. Sarebbe sicuramente
necessario un salto di qualità rispetto la digitalizzazione per tenere in memoria la storia di un
paziente ed evitare che il patrimonio di conoscenze vada disperso con lo spostamento della
cartella sanitaria cartacea. Altro fattore venuto alla luce con l’emergenza Covid-19 è il bassissimo
tasso di telemedicina, che mai come in questo caso, si sarebbe rivelato di estrema utilità, ma che
risulta inficiato da arretratezze tecnologiche e culturali, anche da parte degli stessi pazienti.
Il primo intervento deciso da Tokyo è stato di 500 miliardi di yen (lo 0,1 per cento del Pil) di prestiti
statali a favore di piccole e medie imprese del settore del turismo. Un secondo intervento, a metà
marzo, con cui i prestiti statali sono aumentati a 1.600 miliardi di yen (lo 0,3 per cento del Pil) e
sono stati estesi a un numero maggiore di imprese colpite dall’emergenza; inoltre, sono stati
stanziati 430 miliardi di yen (meno dello 0,1 per cento del Pil) per misure fiscali, principalmente
spesa sanitaria e congedi parentali.
Il Regno Unito ha iniziato con un primo pacchetto per 30 miliardi di sterline, circa l’1,4 per cento
del Pil, di cui 5 miliardi per il sistema sanitario nazionale e 7 a supporto di imprese e lavoratori,
mentre i restanti 18 miliardi saranno distribuiti sul biennio 2020-21. Con l’avanzare del contagio è
stato effettuato un secondo intervento per un valore di 350 miliardi di sterline. Nello specifico, 330
miliardi, pari al 15 per cento del Pil, consistono in garanzie sui debiti delle imprese che necessitano
liquidità, mentre i restanti 20 miliardi, lo 0,9 per cento del Pil, sono destinati al taglio delle tasse e
a sussidi per le imprese e i lavoratori. La Francia ha deciso di impiegare 45 miliardi di euro, l’1,9 per
cento del Pil, divisi in 32 miliardi per il differimento delle imposte delle imprese e dei contributi
sociali per un mese; 8,5 miliardi per il pagamento di due mesi di stipendio dei lavoratori
temporaneamente lasciati fuori dai datori di lavoro; 2 miliardi per un fondo di solidarietà a
supporto delle piccole imprese; 2,5 miliardi per altre misure minori.

I Paesi Bassi hanno messo in atto strumenti per 20 miliardi di euro, il 2,5 per cento del Pil, oltre
non meglio specificate garanzie pubbliche sui prestiti alle imprese. Molto forte l’intervento della
Spagna, pari a 18 miliardi ovvero l’1,5 per cento del Pil, di cui 4 miliardi per il settore sanitario.
Anche Madrid ha assicurato garanzie pubbliche sui prestiti alle imprese imprese per circa 100
miliardi di euro (l’8 per cento del Pil) tramite l’Instituto de Credito Oficial (ICO), l’equivalente
spagnolo della nostra Cassa Depositi e Prestiti. Il record degli aiuti spetta agli Stati Uniti, che sono
arrivati a quasi il 10% del pil, fra prestiti diretti e garanzie per un ammontare di 500 miliardi a
favore di industria, Stati federali e città, e 367 miliardi di aiuti alle piccole e medie imprese per
attenuare i problemi di mancanza di liquidità.
MAURIZIO DONINI