Fake news, debunking e paradisi fiscali

“L’ammontare di energia necessaria a confutare una cazzata è di un ordine di magnitudine
superiore a quella necessaria a produrla.”
Alberto Brandolini (Bullshit Asymmetry Principle)

In tempo di Coronavirus il fenomeno delle fake-news ha preso nuovo vigore diventando virale,
puntando sulle paure della gente e sul bisogno delle persone di cercare risposte in rete e tra le reti
di conoscenti, ovviamente senza che nessuno di questi abbia la minima competenza nella materia.
Ma perché le fake-news assumono tanto valore e rilevanza nel web? Una ricerca del MIT dimostra
come una fake-news abbia il 70% di probabilità in più di essere spalmata sui social rispetto una
notizia vera. Varie istituzioni sono scese in campo per affrontare questo fenomeno, dal Poynter
Institute all’American Press Institute, dal European Journalism Centre alla Sheffield University.
Anche l’Unione Europea è scesa in campo con una serie di iniziative volte ad attivare processi di
fact-checking e debunking (smontaggio delle fake-news). Google negli Stati Uniti affianca lo
snippet FALSE a fianco di ricerche di notizie false del tipo “The world is flat”. Persino Facebook,
dopo molte resistenze, si è adeguato alle di adeguarsi agli standard IFCN (International Fact-
Checking Network).
La crisi economica conseguente all’emergenza Covid-19 ha acceso vieppiù la montagna di fake-
news e inesattezze che vengono diffuse in rete, i politici ovviamente mestano più che mai, non
paghi della propria ignoranza giocano sull’impreparazione del corpo elettorale. Sugli scudi
abbiamo sempre loro, i due dioscuri dell’insapienza, Salvini continua a mietere consensi
emettendo notizie così palesemente false da riuscire a farle credere vere. L’ameno Di Maio che a
ruota appare e scompare, non si lascia scappare occasione, ultima perla la crociata contro
l’Olanda, rea di essere un paradiso fiscale, una falsità facilmente verificabile per chi volesse
addentrarsi nella materia. E l’Italia non è certo la vergine trafitta che cerca di fare credere, perché
proprio nei Paesi Bassi hanno sede, non solo la multinazionale FCA, ma anche le nostrane e in
buona parte statali, Telecom, ENI, ENEL, Luxottica, e via dicendo.
Uno studio dell’Unione europea diffuso nell’ottobre 2019 dimostra che dal 2004 al 2016 i paesi
dell’Unione hanno perso circa 46 miliardi di euro all’anno a causa dell’evasione fiscale dovuta ai
capitali collocati in aziende e giurisdizioni offshore. L’Italia è al quarto posto in Europa tra i paesi
con la maggiore ricchezza collocata nei paradisi fiscali superata solo da Germania, Francia e Regno
Unito, e ha perso ogni anno una media di 3,12 miliardi di euro, equivalenti all’8,75% del pil. I
cittadini tedeschi avevano all’estero 331 miliardi di euro, i francesi 277, i britannici 218, gli italiani

  1. Insieme rappresentano il 65 per cento della ricchezza offshore di tutta l’Europa. Oltretutto
    aprire conti off-shore non è nemmeno illegale, a meno che i soldi non siano frutto di attività
    criminose, c’è persino un sito che offre tutta l’assistenza necessaria, Paradisi Fiscali.
    Ma in sintesi, l’Olanda è o meno un paradiso fiscale? Caratteristica dei paradisi fiscali è di avvalersi
    di una tassazione nulla o quasi e di garantire l’assoluto anonimato senza fornire nessuna
    collaborazione alle autorità estere, fino al rifiuto a collaborare con le autorità dei Paesi d’origine a
    fornire i dati dei titolari di imprese e conti correnti. L’Organizzazione per la Cooperazione e lo
    Sviluppo Economico (OCSE) ha diviso i paradisi fiscali in quattro categorie (in neretto sono stati

segnati i Paesi del continente europeo): 1) Lista nera: Costa Rica, Malesia, Filippine e Uruguay.
Sono nazioni che non si sono impegnate a rispettare le regole internazionali. Non c’è quindi
nessun Paese Europeo. 2) Lista grigia: Andorra, Anguilla, Antigua, Barbuda, Aruba, Bahamas,
Bahrein, Belize, Bermuda, Isole Vergini Inglesi, Isole Cayman, Isola Cook, Dominica, Gibilterra,
Grenada, Liberia, Liechtenstein, Isole Marshall, Monaco, Montserrat, Nauru, Antille Olandesi, Niue,
Panama, St Kitts e Nevis, Santa Lucia, Saint Vincent e Grenadine, Samoa, San Marino, Isole Turk e
Caicos, Vanuatu. 3) Lista grigio chiaro: Austria, Belgio, Brunei, Cile, Guatemala, Lussemburgo,
Singapore, Svizzera.
Facile vedere che l’Olanda non compare in nessuna di queste liste, quindi quale è la colpa di
Amsterdam? In Italia ci lamentiamo di una tassazione vorace che si mangia tra il 50% e il 70% del
reddito prodotto, in Olanda si paga il 17%, avere una tassazione umana è forse essere un paradiso
fiscale? In aggiunta nel paese degli zoccoli hanno una burocrazia estremamente semplificata,
mentre in Italia anche solo la compravendita di un’auto usata e affare di stato e costosissima.
E l’Europa direte? Il fatto è che nessuno stato ha mai voluto delegare la politica fiscale alla UE, ci si
lamenta molto, ma si fa ancora meno. La potestà impositiva rientra nelle competenze degli Stati
membri, mentre l’Unione europea (UE) dispone solo di competenze limitate in materia. Poiché la
politica fiscale dell’UE è finalizzata al corretto funzionamento del mercato unico, l’armonizzazione
delle imposte indirette ha preceduto quella delle imposte dirette. La lotta contro l’evasione e
l’elusione fiscali dannose è divenuta di recente una priorità strategica. Le misure fiscali devono
essere adottate all’unanimità dagli Stati membri. Il Parlamento europeo ha poteri consultivi in
materia fiscale, salvo per le questioni di bilancio, per le quali agisce in qualità di co-legislatore.
MAURIZIO DONINI