Sanità: I conti veri li faremo alla fine!

Quando l’emergenza sarà passata sarà necessario, anzi inderogabile fare i conti con quanto ha messo a nudo la pandemia. Lo diciamo oggi, ad epidemia in corso, mentre ancora è impossibile vederne gli sbocchi, perché chi ha da intendere intenda, nulla sarà più come prima, innanzitutto nel settore della sanità. Questo perché a fronte di analisi che raccontano come la spesa sanitaria dal 2000 al 2018 sia cresciuta del 69%, da 64 mld a 115 mld, e nel corso degli ultimi mesi era pronto un ulteriore ritocco fino a 120 mld per arrivare 2021, l’offerta dei servizi, la qualità e quantità degli stessi non è omogenea su tutto il territorio nazionale. Lasciando da parte quella quota di spesa destinata ai privati, sulla quale pure una riflessione in molti casi andrebbe fatta, occorre sottolineare come a fronte di un esborso sempre crescente da parte dello Stato, da parte delle Asur e dei suoi dirigenti continuava una severa politica di tagli, in particolare alle strutture ospedaliere, oppure venivano depotenziate a favore di strutture regionali, cosicché nei nosocomi di provincia diventa meno appetibile esercitare la professione e la qualità del servizio spesso può abbassarsi o possono esserci meno strumentazioni. Certo è anche giusto affermare come la spesa sanitaria abbia risentito della crescita dei prezzi dei farmaci, il costo delle apparecchiature sempre più sofisticate e una popolazione sempre più vecchia, ma è giusto farlo a danno dei posti letto o delle strumentazioni necessarie ad una diagnostica efficace? Oggi, difronte ad una emergenza epocale servirebbero ospedali attrezzati e posti letto di qualità, mentre dal 2009 al 2017 il numero delle strutture ospedaliere si è ridotto di 77, meno 18%, con un calo a cascata dei posti letto pari a quasi il 14%, quasi 24.000 in meno. Tagli analoghi, anche se meno pesanti sono stati operati sulle strutture della sanità privata e se pure siamo certi del fatto che i tagli negli anni abbiano riguardato anche in parte gli sprechi e ed altre voci di spesa relative ai servizi, oggi occorre ribadire con forza quanto già nel 2004 emergeva in ordine alle necessità di posti letto per la terapia intensiva intorno al 3% del totale, meno di un terzo rispetto alla media di altri Paesi paragonabili all’Italia. Ancor meno ve ne erano nella sanità privata, nemmeno 400 per una percentuale dell’1%. Eppure nella sanità privata ci sono strutture d’eccellenza, così come nel pubblico, ma nulla che possa far fronte efficacemente a situazioni emergenziali oramai non più escludibili a priori. L’emergenza coronavirus ha messo a nudo un mondo dove la politica, una certa politica ha avuto modo da dire e molto si è data da fare. Quando ne saremo fuori tutto dovrà essere ridiscusso e rivisto dal metodo di nomina dei direttori delle Asur, alle competenze delle Regioni, al rapporto tra pubblico e privato, ma soprattutto sulla capacità di combattere le emergenze. Non come in questi giorni drammatici ricorrendo ad ospedali da campo, a navi trasformate in ospedale o fiere allestite come corsie ospedaliere, questo al centro nord Italia, ma se l’epidemia tracima la sud, cosa può succedere? Il dramma attuale delle case di riposo non meriterà un attento esame ed un accertamento dei fatti? Qualcuno, non ora, avrà il coraggio civile di presentare le proprie dimissioni irrevocabili e ritirarsi a vita privata?

ARES