Minigonna vs. sessismo maschilista

Il 25 novembre è la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, gli ultimi dati diffusi da Istat e
Polizia di Stato testimoniano che nessun passo in avanti è stato fatto nella lotta a questo fenomeno. Ma
ancora peggio è la dimostrazione di come i luoghi comuni in un paese che si dimostra sempre ai primi posti
per un mai troppo nascosto machismo siano duri a morire. Il report Istat sui ruoli di genere riporta come il
39,3% della popolazione addebiti alla donna una certa ‘condiscendenza’ a subire la violenza, affermando
che se una donna ‘veramente’ non vuole un rapporto sessuale, lo può evitare. Aberrante? Decisamente sì!
Ma come recita la legge di Murphy, quando pensi che non possa andare peggio, andrà peggio: il 23,9%
pensa che le donne possano provocare la violenza sessuale con il loro modo di vestire e il 15,1% ritiene che
una donna sia in buona parte responsabile se la violenza le è imposta quando è ubriaca o sotto l’effetto di
droghe.
Sapete quale è la prima domanda che statisticamente viene posta alle vittime di stupro? “Come eri
vestita?”. Il forte preconcetto maschilista alla base della violenza sulle donne insiste anche dal punto di
vista inquirente. Il tema fu sviluppato nel 2013, prendendo spunto dall’omonima poesia “What I was
Wearing” di Mary Simmerling. Il lavoro fatto è poi sfociato in un’istallazione artistica dal titolo “What were
you wearing?” realizzata da Mary Wyandt-Hiebert, docente alla University of Arkansas, e da Jen Brockman,
direttrice del Sexual Assault Prevention Center presso la University of Kansas.
I secoli paiono non essere passati nel sentire del comune senso del pudore, non dimentichiamo che fino
alla fine degli anni ’80 erano ancora in vigore il codice Rocco, il delitto d’onore e il matrimonio riparatore.
L’idea prevalente nella popolazione italiane è che se una donna veste con la mini-gonna è una svergognata,
se le succede qualcosa se lo è cercato, una sorta di medioevo culturale insomma. Per svariati motivi
facilmente comprensibili si ritiene che i dati ufficiali rappresentino solo la punta dell’iceberg, la paura da
parte della donna di affrontare un processo e un iter legislativo che la scoraggiano a sporgere denuncia. Si
stima che su 652 casi di stupro solo 4,3 vengano denunciati (dati Istat 2015).
La Cooperativa Sociale Cerchi d’Acqua di Milano, ha esposto i vestiti che rappresentano simbolicamente
quelli indossati durante la violenza subita. Cerchi d’Acqua raccoglie 600/700 segnalazioni all’anno, ma per
comprendere appieno la gravità del problema, si stima che su 652 casi di stupro solo 4,3 vengano
denunciati (dati Istat 2015). Un problema che affonda nella paura di affrontare un iter legislativo che le
scoraggia a sporgere denuncia. I procedimenti di stalking sono archiviati nel 13,4% dei casi a Bolzano,
percentuale che sale al 47,3% in Sicilia.
Poi ci sono forme di violenza meno clamorose dello stupro, da quelle all’interno della coppia, come il
rapporto sessuale non consenziente, così frequente che si tende a non considerarlo, come se fosse un
qualcosa di dovuto… E poi a quelle violenze più odiose che influenzano il futuro di una donna per sempre:
l’abuso o le molestie sessuali anche in età infantile da parte di un familiare o amico di famiglia. Ma non
vanno sottovalutate nemmeno forme striscianti quali l’abuso psicologico, le offese a sfondo sessuale nei
confronti delle donne, recentemente ha avuto ampia eco il caso di Valeria Arzenton, owner di ZED
Entertainment, che in una intricata vicenda di business, è stata attaccata con estrema violenza in quanto
donna, con pesanti attacchi sul suo ruolo di genere, portando persino Renato Zero a denunciare questa
situazione in apertura di un concerto.
MAURIZIO DONINI