Infolampo: Lavoro – Migranti

Landini: serve un cambio radicale delle strategie economiche attuate dagli ultimi governi ripartendo
dalla battaglia contro l’evasione fiscale e le diseguaglianze. Necessario ricostruire un rispetto reciproco
fra partiti, governo e parti sociali
di Alice Frei
Con l’incarico di Mattarella a Conte di predisporre un programma e un nuovo governo chiamato a
svilupparlo termina una settimana importante e se ne prospetta un’altra altrettanto decisiva per la
materializzazione di un esecutivo all’altezza della crisi economica e sociale, ma anche etica e culturale,
che sta attraversando il Paese. Ma se il fronte istituzionale resta rovente, non meno caldo risulta il
versante della crisi visto e vissuto dal sindacato e più in generale
dal mondo del lavoro. Le organizzazioni di rappresentanza dei
lavoratori hanno alle spalle una piattaforma unitaria e sei mesi di
grandi manifestazioni di piazza. Cui, non a caso, sono seguite le
convocazioni a Palazzo Chigi (e quelle irrituali al Viminale).
Questo per dire che il colpo di sole (o di testa se preferite) di
aprire una crisi politica in agosto per chiedere di sciogliere il
Parlamento alla vigilia di una manovra economica di fine anno
dai contorni tutt’altro che facili, non ha trovato impreparati Cgil,
Cisl e Uil. Preoccupati sì per la piega che poteva prendere il
Paese di fronte alle invocazioni di “pieni poteri” o di scelte
economiche di segno opposto alle richieste sindacali, ma pronti
a dare il loro contributo perché diritti e lavoro assumano valore
dirimente nella formazione del programma e della squadra che
potrebbe nascere se l’esito delle trattative del presidente incaricato andassero a buon fine.
Il segretario della Cgil Landini è stato chiaro ed efficace nel suo intervento mercoledì sera a Ravenna
partecipando alla Festa nazionale de l’Unità. Il sindacato giudicherà il governo da quello che farà, come
ha sempre fatto nella sua storia. Ma intanto è urgente cambiare: “In tema di discontinuità, ci vuole un
cambio radicale delle politiche economiche fallimentari attuate fino a questo momento (compreso
ovviamente il Jobs Act); un governo che riparta dalla battaglia contro l’evasione fiscale e le
diseguaglianze e che ricostruisca un rapporto corretto con le parti sociali. Un governo che sia davvero
democratico, ovvero antifascista e antirazzista. La politica deve recuperare il rapporto con le persone.
Bisogna ricostruire quindi luoghi e momenti di partecipazione”. Perché, segnala Landini, proprio la
conclusione della fallimentare esperienza gialloverde richiama la necessità che “la politica torni ad
occuparsi dei problemi veri che le persone hanno”.
In attesa come tutti noi di verificare le condizioni per la realizzazione di un nuovo esecutivo, da corso
d’Italia ricordano un principio preliminare: il sindacato non ha governi amici o nemici. Ha detto
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«Discontinuità è abrogare il
decreto sicurezza»

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Ma perché l’Italia non vuole i migranti economici?
L’Italia è il paese europeo che rilascia meno permessi per motivi di lavoro. Al contrario, sarebbe
necessaria una programmazione a lungo termine, con flussi legati alle esigenze del mercato e con un
efficace sistema di selezione degli arrivi.
di Enrico Di Pasquale, Andrea Stuppini e Chiara Tronchin
Il crollo degli ingressi per lavoro
Nell’ultimo anno, in Italia, sono stati rilasciati meno di 14 mila permessi per lavoro, appena l’1,2 per
cento del totale europeo (0,23 ogni mille abitanti). Presi dalla lotta agli sbarchi, ci siamo dimenticati
dell’“altra” immigrazione, quella che serve all’economia. Mentre è proprio uno dei paesi “cattivi”, la
Polonia, che più apre le porte ai migranti economici: quasi 600 mila nel 2018.
Nel 2018, in totale, i permessi rilasciati dall’Italia (primo rilascio a cittadini non comunitari) sono stati
239 mila, a cui si aggiungono gli arrivi di cittadini comunitari, per i quali vale la libera circolazione.
Tuttavia, tra il 2011 e il 2017, gli occupati comunitari sono aumentati solo di 60 mila unità, segno che
quel flusso si va esaurendo, dopo il picco massimo con gli allargamenti dell’Ue del 2004 e 2007.
Se si guarda la serie storica, fino al 2010 i nuovi permessi erano oltre 500 mila all’anno, per poi subire un
drastico calo dal 2011 a seguito della riduzione dei “decreti flussi”. Peraltro, neanche prima esisteva una
vera e propria “programmazione”, dato che i flussi erano determinati principalmente dalle cosiddette
“sanatorie”, ovvero regolarizzazioni “a posteriori”.
In ogni caso, fino al 2010 la prima componente dei permessi rilasciati era quella per motivi di lavoro
(oltre 350 mila). Negli ultimi anni sono invece cresciuti gli “altri motivi”, soprattutto i motivi umanitari,
senza comunque mai superare di molto quota 100 mila. I permessi rilasciati per ricongiungimento
familiare sono rimasti sostanzialmente costanti, ma a partire dal 2011 sono diventati la prima voce.
Non è tutto: tra i 13.877 permessi rilasciati nel 2018 per motivi di lavoro, il 40,5 per cento è costituito da
lavoratori stagionali e solo il 10,6 per cento è dato da mansioni altamente qualificate (ricercatori,
lavoratori altamente qualificati, Blue card).
Gli ingressi per lavoro in Europa
Su 3,2 milioni di permessi rilasciati in Europa nel 2018, un quinto è in capo alla Polonia (683 mila).
Seguono Germania (544 mila) e Regno Unito (451 mila), mentre l’Italia si colloca in sesta posizione. In
Polonia, quasi il 90 per cento dei nuovi permessi è rilasciato per lavoro. L’Italia, invece, è solo in
quattordicesima posizione per numero di permessi per lavoro (13.877): tra questi, 4 su 10 sono stagionali
e solo 1 su 10 è altamente qualificato.
In relazione alla popolazione residente, poi, i 13.877 permessi per lavoro dell’Italia equivalgono ad
appena 0,23 ingressi ogni mille abitanti: maglia nera europea. In doppia cifra, invece, Malta (21,40
permessi ogni mille abitanti), Polonia (15,72), Cipro (11,31) e Slovenia (10,17).
Perché converrebbe riaprire i flussi legali
L’analisi dei permessi di soggiorno consente di evidenziare alcuni aspetti, poco presenti nel dibattito
quotidiano.
In primo luogo, nonostante il clamore mediatico sugli sbarchi, oggi in Italia arrivano molti meno
immigrati rispetto a dieci anni fa, quando i permessi rilasciati erano più di 500 mila l’anno. L’ultimo
decreto flussi di portata significativa risale al febbraio 2011 (con Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi e
Roberto Maroni al Viminale), con quasi 100 mila ingressi autorizzati per lavoratori non stagionali.
Nel resto d’Europa, invece, gli ingressi per lavoro continuano. E proprio i paesi di Visegrad sono tra i più
attivi nell’attrarre migranti economici: Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca, che in termini
di popolazione incidono per il 13 per cento sul totale Ue, nel 2018 hanno rilasciato il 60 per cento di tutti i
permessi di soggiorno europei per motivi di lavoro, consentendo l’ingresso a quasi 700 mila cittadini non
comunitari.
L’Italia, in materia di politiche migratorie, sembra aver smarrito la strada della programmazione,
concentrandosi sulla lotta ai barconi (e alle Ong che li soccorrono) e sulla gestione di un sistema di
accoglienza problematico per svariate ragioni (sono sotto gli occhi di tutti i lunghi tempi di attesa, i casi di
sovraffollamento, gli scarsi risultati in termini di integrazione e di qualità media dei servizi offerti).
La riapertura dei canali d’ingresso legali, invece, porterebbe un contributo essenziale al sistema
produttivo e alle casse pubbliche, sotto forma di gettito fiscale e contributi previdenziali, in un contesto di
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