Il barometro politico di luglio 2019

Un luglio quanto mai interessante sotto il profilo politico quello del 2019, l’unico governo
dichiaratamente anti-europeista e messo da parte perfino da Orban è rimasto, malgrado l’Italia sia
uno dei paesi fondatori dell’Unione Europea, fuori dai giochi per le alte cariche europee, spartite
tra francesi e tedeschi. Rimane il possibile spot per un Commissario di peso, difficilmente un
dicastero economico, ma che alla luce dei recenti avvenimenti diventa una partita davvero difficile
da giocare.
Fra i due alleati di governo le scintille sfociano oramai in guerra aperta, salta l’intesa sulle
autonomie, con Veneto e Lombardia infuriate per non potere gestire l’istruzione secondo il sacro
rito padano, ma dovendo sottomettersi ai ruoli nazionali e alla cultura nazional-repubblicana. Non
bastasse il fantasma dei 49 milioni di euro spariti dalla casse leghiste e dimenticati solo sulle
pagine di fb, esplode il caso Moscopoli, con presunti, e nel caso fossero provati, illegali
finanziamenti di Putin alla Lega. Sullo sfondo la storica difesa degli interessi russi da parte di Salvini
con la condanna delle sanzioni alla Russia e il fatto che il Cremlino non sia nuovo a cercare di
influenzare le politiche occidentali per vie traverse. Salvini ha rifiutato di riferire in parlamento
lasciando che l’incombenza toccasse a Giuseppe Conte, difficilmente si arriverà a qualche punto
fermo sulla vicenda se alla prova definitiva non è riuscito ad arrivare nemmeno Muller negli Stati
Uniti, malgrado i super-poteri di cui dispone.
Ancora frizioni per gli incontri di Salvini con le parti sociali, il leghista si comporta sempre più come
se fosse il premier andando ben oltre le competenze di Ministro degli Interni, a poco sono valse le
proteste del simil premier in carica Conte e del vice-premier Di Maio. Non mancano le oramai
consuete figuracce seguenti i giri di valzer del M5S, ora è la Tav a tenere banco, Conte dichiara
quello che si sapeva da sempre, che si farà, il resto del Movimento protesta per tentare di salvare
la faccia, le votazioni sul Rousseau non riservano mai sorprese, assecondano sempre le scelte del
governatorato pentastellato, il PD di Renzi, dove Zingaretti continua ad essere un corpo estraneo,
insiste a tenere posizioni totalmente inutili dove l’unico mantra è la guerra al M5S, e comunque il
risultato è di essere sempre e comunque irrilevante nello scacchiere politico.
MAURIZIO DONINI