Giornalisti contigui, testate ambigue!

Nel numero di maggio di FQMillennium si affronta il tema dei giornalisti contigui al potere, giri di
valzer di illustri tesserati formalmente insigniti di quel polveroso residuo del passato che si chiama
“Tessera dell’Ordine”, che frequentano disinvoltamente le stanze dei cosiddetti poteri forti.
Personalmente affrontai già il discorso dei giornalisti in un articolo pubblicato lo scorso anno
proprio su Il Fatto Quotidiano, il problema è quanto mai complesso, e l’articolo su Millennium lo
affronta in maniera corretta, ma non totalmente esauriente.
Una categoria arroccata, caso oramai unico in Europa e nel mondo, nella difesa di quel simulacro
istituzionale del famoso tesserino, un’icona totalmente slegata dal fatto di fare o meno attività
giornalistica. Ma soprattutto il servizio è permeato da una sorta di auto-assoluzione, che non va ad
affrontare un tema centrale negli ultimi anni, e che ha avuto effetti devastanti sulle vendite di
alcuni quotidiani.
Che oltre i giornali ‘ufficialmente’ di partito, organi dichiarati e quindi con una linea chiara e
trasparente di sostegno al proprio editore, in questo caso il partito politico proprietario, vi siano
organi di stampa ‘particolarmente vicini’, ben oltre la più che giustificata linea ‘politica’, ad una
certa parte è assodato. La linea politica editoriale rispecchia sicuramente lo spirito di una testata,
ma cosa succede quando si arriva ad un livello tale per cui viene meno la funzione di controllo e
critica e il bisogno di sostenere una certa zona politica, oltre l’attrazione fatale del voler essere
sempre contro corrente, diventa un mantra accecante?
Se casi estremi come Libero o Il Giornale sono talmente conclamati da non porre dubbi di sorta e
chi li acquista sa benissimo di acquistare un house organ, in questi difficili anni gli strali dei lettori,
o ex-lettori dir si voglia, si è concentrato su due illustri casi quali La Repubblica e Il Fatto
Quotidiano. Accusati di essere diventati organi rappresentativi del giglio magico di Renzi negli anni
d’oro del ‘rottamatore il primo. Nel secondo caso il pubblico è passato dal considerare il giornale
in questione una testata di simpatie grilline, ma equilibrato, all’accusarlo di essersi caricato in toto
il compito di fare da cassa di risonanza del Movimento 5 Stelle.
Tradotto in soldoni in entrambi i casi il pubblico ha duramente punito tale apparentamento,
abbandonando in massa le due testate. Analizzando i dati forniti da ADS si vede come Il Fatto
Quotidiano sia sceso da 78.584 copie del 2010 a 45.769 del 2018, crollo solo parzialmente
compensato dalla versione digitale, che dalle 13.145 del 2013 è arrivato a 14.300 nel 2018. Come
si può vedere, La Repubblica è calata dalle 449.150 del 2010 alle 191.665 del 2017, crollando
anche nel digitale da 50.165 copie a 28.755 del 2017; con il risultato del licenziamento in tronco
del Direttore Calabresi.
Una eccessiva benevolenza dei due editori ha portato spesso a prendere posizioni in palese
contrasto con la realtà, pubblicando quasi nella totalità, solo articoli a favore del proprio
riferimento ideologico e giustificando scelte politiche assurde cercando di trovare il buono anche
dove non c’era trippa per gatti. Un comportamento che ricorda il vice-premier Di Maio quando
esaltava il numero di nuovi contratti addossandosene il merito, ma tralasciando il non meno
importante calo degli occupati, e qui eviterò di spiegare per l’ennesima volta la differenza tra
nuovi contratti e nuovi occupati per non andare off topic.
MAURIZIO DONINI