Infolampo: genere – armi

Le politiche di genere? Servono alla crescita
Ce lo dice l’Europa: anche noi dobbiamo “adottare misure tese ad agevolare la conciliazione tra lavoro,
famiglia e vita privata, incoraggiando così la ripartizione equa delle responsabilità di assistenza e delle
mansioni domestiche tra donne e uomini”
di Silvia Garambois
Sarà che pay-gap-gender è anche difficile da dire, sarà che la dizione in italiano, “differenze retributive
uomo/donna”, sa di burocratico, e va a finire che le notizie non girano. E allora, diciamolo così com’è:
perché le donne continuano a guadagnare di meno? Perché quando l’Europa si muove e laboriosamente
produce 17 pagine di analisi e note e indicazioni, elencando
punto per punto tutto quello che bisogna fare, nessuno ne parla?
Fatto sta che c’è questo bel documento del Consiglio
dell’Unione europea, approvato a fine maggio, in cui si dice che
“le politiche in materia di parità di genere sono un elemento
motore della crescita intelligente, sostenibile e inclusiva e
costituiscono un prerequisito indispensabile per promuovere
prosperità, competitività e occupazione nonché per favorire
inclusività e coesione sociale”. Lo sostengono in realtà molti
studiosi, ma ribadito nero su bianco è importante, non fosse che
poche righe dopo si registra che però, secondo Eurostat, “la
retribuzione oraria lorda media delle donne è inferiore a quella
degli uomini e il divario retributivo di genere nell’UE si attesta
tuttora a circa il 16 %” (e segnalando poi addirittura che
l’indicatore relativo al divario retributivo globale tra donne e

uomini registra un divario di genere pari a circa il 40% nell’UE-
28). Come dire: sarebbe bello ma proprio non è.

E l’analisi che viene fatta è puntualissima, vale la pena citarla: “Il divario retributivo di genere è il
risultato di una vasta gamma di squilibri di genere presenti sul mercato del lavoro. Non è causato da
differenze nei livelli di istruzione, tant’è che nell’Ue le donne superano di fatto gli uomini in termini di
successo scolastico, quanto piuttosto da fattori quali la segregazione di genere nell’istruzione, nella
formazione e nell’occupazione, la segregazione del mercato del lavoro, lo squilibrio di genere nelle
posizioni dirigenziali e decisionali, la maggiore frequenza del lavoro a tempo parziale per le donne e le
loro più lunghe e frequenti interruzioni di carriera dovute a una ripartizione ineguale delle responsabilità
domestiche, familiari e di assistenza tra donne e uomini, nonché la sottovalutazione del lavoro svolto
dalle donne. Possono avere un peso anche i fattori organizzativi, come gli orari di lavoro prolungati e le
aspettative di presenza fisica e disponibilità al di fuori dell’orario normale. Tutti i fattori sopracitati

Leggi tutto: http://www.radioarticolo1.it/articoli/2019/07/02/8620/le-politiche-di-genere-servono-alla-
crescita

Patto per la salute: riprende il
confronto sindacati-istituzioni

Foto Danilo Balducci
Leggi su www.rassegna.it

www.voxeurop.eu/it
Vendita delle armi: L’Unione europea, un nuovo attore
sul mercato?
13,6 miliardi di euro a foraggiare per il Fondo comune per la Difesa europea mettono fortemente in
discussione la natura dell’Ue come progetto di pace. Secondo le voci critiche e gli attori della società
civile un tale investimento può essere un primo tentativo per la creazione di un esercito o del contesto
politico adeguato per la sua creazione, e contribuirà a una nuova corsa agli armamenti.
di Emanuela Barbiroglio for VoxEurop
Cinque anni fa presso la National Defence University, Barack Obama pronunciava il suo primo
importante discorso sulla lotta contro il terrorismo del suo secondo mandato e annunciava un
cambiamento nell’uso dei droni da parte dell’amministrazione di Washington: “Dire che una tattica
militare è legale o persino efficace, non significa dire che è saggia o etica in ogni circostanza. Lo stesso
progresso umano che ci fornisce una tecnologia tanto potente richiede anche una disciplina per contenerlo
o si rischia di abusarne.”
L’ex Presidente degli Stati Uniti potrebbe anche aver parlato del futuro: recentemente l’esercito
statunitense, dopo averlo negato, ha ammesso che una donna e un bambino sono stati uccisi da un
bombardamento aereo americano in Somalia lo scorso anno. Da quando quel discorso è stato pronunciato
non solo c’è un nuovo inquilino a Washington ma l’approccio alla guerra si è evoluto in tutto il mondo e
l’utilizzo dei droni a scopo bellico è sempre più diffuso.
Con la creazione del Fondo europeo di Difesa (Edf), con un finanziamento da 13,6 miliardi che sarà in
vigore fino al 2027, la situazione potrebbe ulteriormente cambiare. Gli esperti del Peace Research
Institute di Oslo (Prio) sostengono che l’Edf “possa potenzialmente mettere in seria discussione la natura
dell’Unione europea, intesa come progetto di pace”.
Quali sono le ragioni intrinseche che possono condurre a sviluppare una nuova difesa europea? E che
cosa sta facendo la società civile per richiamare l’Ue alle sue responsabilità?
Ci sono opinioni diverse riguardo agli investimenti dell’Unione nella ricerca militare. “Penso che
investire denaro in attività di ricerca e sviluppo anche nel campo delle tecnologie per la difesa non sia
necessariamente una cosa negativa,” afferma Bruno Oliveira Martins, senior researcher al Prio di Oslo.
“Ma per fare in modo che sia accettabile e con somme di questo tipo serve maggiore trasparenza: le
persone devono conoscere le regole in base alle quali i fondi saranno assegnati o i criteri con cui verranno
selezionati i progetti. È importante che sia il Parlamento europeo sia i parlamenti nazionali siano più
informati di quanto lo sono attualmente”.
L’Unione europea, in particolare, ha cominciato intorno al 2015 a sostenere progetti riguardanti sistemi
automatici e le tecnologie correlate. Gran parte dei finanziamenti è destinata a sistemi marittimi
computerizzati, in particolare per i droni marini nel Mar Mediterraneo. Finora, i fondi sono stati utilizzati
per ragioni classificate come “sicurezza”, ma non sono mai stati esplicitamente indirizzati ai droni per
scopi militari (vedere l’articolo EDJNet in proposito).
In giugno 2018, l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza Federica
Mogherini ha proposto la creazione dello Strumento europeo per la pace (European Peace Facility, Epf).
Questa operazione ha aperto la strada a un più ampio coinvolgimento dell’Unione europea nell’assistenza
alle forze di sicurezza, anche attraverso lo stanziamento di fondi per sostenere l’acquisto di armi letali e la
fornitura di formazione, attrezzature o infrastrutture.
Fornite dalla Direzione generale del Mercato interno, dell’industria, dell’imprenditoria e delle Pmi (Grow)
in Commissione, il nuovissimo Fondo per la difesa assegnerà tra il 4 e l’8 per cento della propria capacità
totale alle “innovazioni dirompenti e ad alto rischio che daranno un nuovo impulso alla storica leadership
tecnologica dell’Europa e alla difesa dell’autonomia”. Non è chiaro che cosa si qualifichi come
“tecnologia dirompente” (disruptive defence technologies, ndr), un concetto introdotto da Clayton M.
Christensen, studioso americano, consulente aziendale e leader religioso, che si contrappone al concetto
di “tecnologia autosufficiente”. Nel regolamento dell’Edf, “una tecnologia dirompente per la difesa” in
buona sostanza si definisce come una tecnologia in grado di indurre un cambio radicale o addirittura un
Leggi tutto: https://voxeurop.eu/it/2019/difesa-europea-5123452