Infolampo: Diritti – Noprofit

Prima i diritti per tutti
Al via la campagna della Cgil sull’autonomia differenziata con quattro giorni di sit-in e dibattiti.
Pallone: “Serve un quadro unitario di riferimento che sia comune per i diversi territori”
di Maurizio Minnucci
“Viviamo in un Paese in cui ancora oggi i diritti fondamentali non sono esigibili per tutti. Non esistono
soltanto differenze tra Nord e Sud, ma anche all’interno delle
stesse aree territoriali. Un esempio per tutti è quello della
mobilità sanitaria, cioè le persone costrette a spostarsi lontano da
casa per essere curate. Un problema che coinvolge
trasversalmente tutto il Paese. Ma i temi in ballo sono tantissimi:
istruzione, servizi per la prima infanzia, tutele comuni su
ambiente e paesaggio, sicurezza sul lavoro, contratti”. Così
Giordana Pallone, che per la Cgil si occupa di riforme e assetto
istituzionale, spiega in una intervista a Rassegna Sindacale il
senso della campagna nazionale che si terrà dal 21 al 24 maggio
sull’autonomia differenziata: quattro giorni di presìdi,
volantinaggi e dibattiti per dire che l’autonomia delle Regioni,
così come immaginata dal governo, romperà il vincolo di
solidarietà del Paese e aumenterà i divari esistenti.
Rassegna L’autonomia differenziata voluta da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna è uno dei tanti
temi che dividono il governo. Ora pare che il provvedimento a trazione leghista sia in qualche modo
rinviato a dopo le elezioni. Intanto, però, si parla solo per slogan. Ma i contenuti?
Pallone Uno degli elementi più inquietanti è la mancanza di qualsiasi testo, quindi di trasparenza, da parte
del governo. Per adesso conosciamo il tenore delle richieste delle tre regioni interessate, in particolare di
Veneto e Lombardia per noi irricevibili. Ma di come stia procedendo la trattativa si sa ben poco.
Rassegna Servono dei paletti, su questo la posizione della Cgil è chiara. Ma da parte del sindacato non c’è
contrarietà a priori rispetto al decentramento, giusto?
Pallone Esatto. Il punto, secondo noi, non è semplicemente conservare l’esistente, ma definire un quadro
unitario di riferimento che sia comune per tutti. Per dirne una, il diritto all’istruzione deve essere garantito
in misura uguale: per esempio è impensabile che il tempo pieno della scuola primaria si possa fare solo in
determinati territori e non in altri.
Rassegna Prima accennavi alla mobilità sanitaria. Puoi farci qualche altro esempio dei rischi che si
corrono per il diritto alla salute?
Pallone La mobilità sanitaria già ci dimostra chiaramente quanto l’autonomia possa aumentare i divari
esistenti. Al resto ci pensa, purtroppo, il progressivo svuotamento di risorse che sta subendo la sanità
Elenco, in aggiornamento, delle iniziative in programma. Clicca qui

Leggi tutto: https://www.rassegna.it/articoli/prima-i-diritti-per-tutti

Autonomie regionali. A che
punto siamo

Leggi su www.libereta.it

www.eticaeconomia.it
Le istituzioni non profit. Profili strutturali ed ecosistemi
di riferimento
Il 18 aprile l’Istat ha diffuso i dati definitivi del Primo censimento permanente sulle Istituzioni Non Profit
presentando dati approfonditi su molteplici aspetti quali la dimensione economica, la tipologia di
finanziamento prevalente e il tipo di attività economica svolta, le reti di relazioni, le attività, gli obiettivi
e gli strumenti di comunicazione in uso, l’attività di raccolta fondi, i servizi erogati e l’orientamento al
disagio.
Scritto da: Nereo Zamaro
In queste note, non potendo rendere compiutamente conto di questa massa di informazioni, si
illustreranno alcuni tratti strutturali del mondo non profit italiano (vedi tavole 1, 2, 3 e 4 di seguito),
mettendo in luce come le varie organizzazioni rispondono a esigenze che emergono all’interno di
ecosistemi differenziati, sotto il profilo istituzionale, economico e anche culturale. In particolare si
richiamerà l’attenzione sulla tendenza verso due tipologie polarizzate di organizzazioni non profit. La
questione è rilevante anche in relazione al Registro Unico Nazionale del terzo settore ne previsto in
norma dal 2017 e, anche in questa prospettiva, sarà oggetto di riflessione in un articolo che comparirà sul
prossimo numero del Menabò.
Nel complesso l’Istat stima che le Inp attive in Italia siano poco più di 336 mila, in aumento rispetto al
passato. L’85,3% si qualifica come associazione, non riconosciuta o riconosciuta; il 4,8% come
cooperativa sociale; il rimanente 10% circa si distribuisce tra forme giuridiche diverse. Per quasi i 2/3
(64,9%) il settore prevalente di attività è la cultura, ricreazione e sport; per poco più del 9% l’assistenza
sociale e protezione civile; e per il 6% le relazioni sindacali e rappresentanza di interessi.
Le organizzazioni con dipendenti sono 55.196 (+ 32,2 rispetto al 2011). Il volume di affari ammonta a
70,4 miliardi di euro e le fonti prevalenti sono: i contributi annui degli aderenti (27,3%); i proventi e le
entrate da contratti e/o convenzioni con istituzioni e/o enti pubblici nazionali e internazionali (25,1 %);
proventi e entrate derivanti dalla vendita di beni e servizi (il 22,9%).
Prevedibilmente, per il 71,9% le entrate derivano dall’attività di organizzazioni market. Tuttavia, è
interessante notare una significativa differenza tra Lazio e Lombardia dove sono localizzate,
rispettivamente il 9,2 e il 15,7% delle unità censite. Da queste due regioni proviene il 50% delle entrate
complessive ma nel Lazio la fonte più rilevante delle entrate è l’attività non market, in Lombardia l’
attività market.
Il valore medio delle entrate per le istituzioni nonprofit si attesta attorno ai 210 mila euro; sempre in
media, le associazioni dichiarano entrate per 121 mila euro; le cooperative sociali per 866 mila euro; le
fondazioni per oltre 1,5 milioni di euro e le altre forme intorno ai 428 mila euro. E’ opportuno rilevare
che la composizione delle entrate varia in misura notevole a seconda della forma giuridica
dell’organizzazione. Ad esempio, l’89% dei contributi versati dagli associati sono riconducibili ad
associazioni (quota che, a prima vista, può impressionare ma che eccede solo di poco il numero di
organizzazioni con questa forma giuridica); mentre il 40,6% e il 39,1% rispettivamente dei proventi e
delle entrate da contratti e/o convenzioni con istituzioni e/o enti pubblici nazionali e internazionali e dei
proventi/entrate derivanti dalla vendita di beni e servizi, sono incamerati da cooperative sociali (valori
pari a circa 8 volte la dimensione del gruppo, misurato in termini di unità organizzative).
Le entrate superano le uscite, sempre nel complesso, di oltre 9 miliardi: le voci di uscita più rilevanti sono
acquisti di beni e servizi (35,2%), oneri e spese per i dipendenti (32,3 %) e sussidi, contributi ed
erogazione a terzi (11,6%).
Nelle organizzazioni nonprofit trovano lavoro 1.081.992 di persone; in 4 casi su 5 si tratta di cooperative
sociali (40,6%) o di associazioni (34,9%). L’occupazione è distribuita secondo alcuni profili di
specializzazione settoriale, più o meno marcati a seconda della forma organizzativa prevalente nei singoli
contesti. In particolare, si osserva che
•il 28,3% dei lavoratori è occupato nell’assistenza sociale e nella protezione civile, un settore in cui
l’occupazione è riconducibile nel 76,7% dei casi a cooperative sociali,
•il 23,1% nel settore cultura, ricreazione e sport, dove il 79,5% dei lavoratori dipendono da associazioni,
•il 17,7% nel settore salute, i cui lavoratori sono per il 38,6% dei casi occupati in cooperative sociali e per
il 23,1% dei casi in fondazioni. Infine:
•il 13,8% nel settore istruzione e ricerca, dove il 44,9% dei lavoratori risultano dipendere da altri enti,
Leggi tutto: https://www.eticaeconomia.it/le-istituzioni-nonprofit-profili-strutturali-ed-ecosistemi-di-riferimento/